la Repubblica, 4 maggio 2017
La ghigliottina di Monchi su Totti. Sbattere la porta è una tentazione
ROMA Non c’è stato nessuno in questi anni a Trigoria che avesse il coraggio di dirlo senza troppi giri di parole. Mille miglia dall’Andalusia a Roma e alla prima conferenza, con l’aria di chi sta per dire la cosa più ovvia del mondo, Ramón Rodríguez Verdejo, per tutti soltanto Monchi, sibila una condanna senza appello: «So che Totti ha un accordo col club per diventare dirigente dopo questo suo ultimo anno da calciatore». Il sipario che cala improvviso su 25 anni di calcio romano. Per la Roma, l’era Totti finisce qui. Il problema è che Totti non lo sa: meglio, non lo sapeva. Perché lui una decisione non l’ha presa ancora: da una parte pensa di smettere, dall’altra non vuole abdicare così, senza un’emozione. Vorrebbe aspettare di sapere chi allenerà la Roma, capire se può ancora essere utile. Ma sul contratto siglato un anno fa era incisa a fuoco la data di scadenza della sua vita da atleta: «Questa è la sua ultima stagione sul campo», disse Pallotta. E da allora non ha (mai) cambiato idea.
L’eco attraversa le mura bianche di Trigoria come un “habemus papam” e raggiunge il mondo intero: persino il Bayern – che in queste settimane saluta la sua bandiera Lahm – mette mano a twitter per celebrare “la brillante carriera del Capitano”. Seguono le testate di tutto il mondo: “L’imperatore si ritira”. In realtà è la Roma che “licenzia” Totti. Affidando la ghigliottina a un uomo che da queste parti è arrivato da dieci giorni appena: come se gli altri fossero troppo immersi nella realtà per sostenere il peso di quella sentenza. In qualche forma, l’annuncio firmato dall’uomo nuovo, il dirigente a cui la Roma ha affidato l’ambizione di “ganar”, vincere, dopo anni di frustrazioni, ha ricordato un altro “uomo nuovo” arrivato per inseguire successi: Andrea Agnelli, nel 2011, approfittò dell’assemblea dei soci per dire al mondo che le strade della Juventus e di Del Piero si sarebbero separate. All’insaputa di Alex, che ne soffrì. È così, evidentemente, che s’arrotola la bandiera da mettere in uno stanzino. La sorte ricompensò lo juventino con uno scudetto atteso 6 anni (9, escludendo quelli di Calciopoli). Chissà se il coraggio di Monchi sarà premiato con la stessa moneta. Certo Agnelli era il presidente di quella Juve. La Roma invece il peso del divorzio l’ha caricato sulle larghissime spalle dell’ultimo arrivato: magari anche a Totti capiterà di chiedersi perché non sia stato Pallotta, in visita a Roma giusto un paio di mesi fa, a parlargli delle intenzioni della società. Coinvolgendolo, magari. Giocare altrove è un’ipotesi già scartata: l’avventura terminerà il 28 maggio all’Olimpico contro il Genoa. Nei giorni successivi magari una festa al Circo Massimo. Sì, ma poi? Totti ha un contratto di 6 anni da dirigente: ballano cifre importanti, 3,6 milioni netti nel periodo.
Ma come Del Piero, e come Maldini, l’orgoglio potrebbe suggerire strade alternative. Per questo, Totti non esclude un divorzio ancora più rumoroso: definitivo. Ascolterà che ruolo vuol proporgli la Roma, magari il direttore tecnico. Ma sentirà pure sirene lontane: la Fifa, la Figc (magari per la Nazionale), il Coni, in tanti pensano a lui. Incarichi troppo istituzionali non gli piacciono: ama l’odore del campo, sentirsi coinvolto in un progetto in cui la sua esperienza può essere utile davvero. E andarsene è una tentazione più forte della prospettiva di lavorare fianco a fianco con chi gli ha sbattuto la porta in faccia. Eppure, una mano tesa a Trigoria Totti l’ha trovata già. «Chiedo che Francesco possa starmi vicino per imparare da lui cosa è la Roma, sarò fortunato se imparerò anche l’1% di quello che può insegnarmi lui», la carezza di Monchi. L’ultima scialuppa per non chiudere questa storia senza un giorno da ricordare.Matteo Pinci
Da trascinatore a ingombro quel derby di sette anni fa in cui cominciò il tramonto
TOTTI sì, Totti no. Totti con, Totti senza. Splendore assoluto e incupimenti profondi si sono alternati nella “seconda vita” del “capitano”. Un momento di malinconia, una pietanza pesante, una parola sbagliata, un infortunio curato male o perché no quel maledetto rigore tirato in bocca al portiere, o magari tutte queste cose insieme. Un pugno di eventi hanno cambiato la storia di questo campione. Un giorno il “capitano” si è reso conto di non essere più indispensabile. E niente è stato più come prima. In quel momento al “Totti con” si affiancò il “Totti senza”. Diventato la somma di talento, creatività, fragilità e passaggi in sala operatoria, Totti ha cominciato a convivere romanescamente con le “fregne”, o “buggere”: insomma con quel malumore che esternava in vario modo, a volte limitandosi ad alzare l’estremità del labbro superiore, come quando passava di corsa senza dire una parola, quasi a voler sfuggire a se stesso, oppure prendendo a spintoni Vito Scala a Livorno o a calci Balotelli. Ma adesso torniamo al 2010. E precisamente al derby di ritorno. È lì che comincia ufficialmente l’era delle buggere, è lì che Totti scopre che la più autorevole guida per il paradiso del quarto scudetto, sfiorato sin troppe volte, può trasformarsi di colpo in un ingombro, adorato, ma pur sempre un ingombro. La scena forse è nota. La Roma di Ranieri si sta avvicinando al titolo. Ma il primo tempo del derby finisce 1-0 per la Lazio che dilaga mentre la Roma sembra quella dei tempi cupi, altro che lupi. Totti aveva vagato per il campo senza trovare spazio e quando cercava di toglierlo agli avversari scopriva che questi erano capaci di moltiplicarsi, due Ledesma, forse tre Radu, sei Brocchi, quattro Diaz. Durante l’intervallo il tecnico gli dice: «Checco va’ a farti la doccia». Magari glielo dice con una pacca sulla spalla ma il senso è quello. Fa lo stesso con De Rossi. La Roma vince quel derby senza Capitan Checco e Capitan Futuro. È il segnale. Pochi giorni dopo Totti allunga il contratto di altri quattro anni, ma già si parla del “dopo”. Ed è lì che Totti si perde. Quando tutti, oltre a lodarne le giocate, che continuano ad esserci, s’interrogano su quando smetterà, lui viene colto dall’horror vacui. Cade nella trappola e anche lui comincia domandarsi: «Che c’è dopo? Cosa farò dopo?» Un tarlo. Il campo ne risente. Nel 2011, con Luis Enrique in panchina, contestato dopo la Juventus dice: «Sono io il problema? Lascio Roma». Si fa male sempre più spesso. Peter Pan è un lusso fragile. E i tempi di recupero si allungano sempre di più sino al paradosso di sentirgli dire a Spalletti: «Non entro mister, ho paura di non essere abbastanza caldo». Si fa sei minuti contro il Real Madrid. Abbacchiato ma ironico manda agli atti: «Volete intervistarmi? Ma che ci fate con me ormai...». La sua scia di “colpi” degli ultimi anni, giocando pochissimo, rimangono nella storia: Lazio, Atalanta, Torino, Sampdoria. Per sé, contro Spalletti. E poi c’è il corpo: che a freddo gli chiede sempre più spesso il conto. Dalla sostituzione nel derby a oggi Totti ha collezionato 321 giorni di infortuni vari. Quello rimediato contro il Napoli all’inserzione del bicipite femorale fu drammatico, s’è quasi sfiorato il distacco dell’inserzione. Per riprendersi ha impiegato mesi. Al Berna- beu, che lo sognò vestito di bianco, ci fu un’ovazione. L’ultimo Totti decisivo ad alti livelli è stato quello della rete contro il City, la più “vecchia” della Champions, un dono a cielo aperto che persino Manchester, metà della quale era stata ridotta da quel gesto di Totti, ribattezzato dagli inglesi “The Greytest”, a una tetra città, non ha potuto fare a meno di apprezzare. Il talento dei grandi è un patrimonio planetario. Ma non dura mai abbastanza. La testa stacca, l’anima no, si ribella, vuole ancora giocare, a dispetto dei santi e dei tendini. Al corpo restano l’arte e la magia, ma la forza di esprimerle non ci sono più.
Enrico Sissi
Un’ossessione che durava da troppo tempo
The Last Waltz, l’Ultimo Valzer di Francesco Totti. Pronti, eccolo, lo hanno annunciato, lo sapevamo. Però fa impressione lo stesso scoprire che non ti resta che un mese di prato e di pallone davanti. Una primavera che non arriverà mai all’estate.
Ancora un mese e Totti diventerà un ex, un ricordo, ed è già tantissimo: c’è chi nemmeno lo lascia un ricordo, ma passa e va. Totti no, Totti ha quasi tracciato il solco come Romolo. Se un ragazzino oggi dovesse elencare cinque cose di Roma, cosa metterebbe? Magari il Colosseo, il caos, le auto blu, la monnezza. E Totti.
Non si può cadere dalle nuvole. L’addio di Totti era un’ossessione con cui si facevano i conti da troppo tempo. A 40 anni ogni giorno può essere l’ultimo. Però nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe finita così, con un annuncio dopo un derby perso male, una guerra intestina con Spalletti che ha dovuto fare i conti con l’inesorabile tramonto del campione e ha mostrato severo e perfido cinismo elemosinandogli gli ultimi minuti di calcio della sua carriera. E soprattutto con le parole di uno sconosciuto che viene dalla Spagna – fino a ieri ma chi lo conosceva Ramon Rodriguez Verdejo, detto Monchi? – a spiegare a chi lo ha venerato per 24 anni che Totti ha chiuso e che per lui a Trigoria non c’è più un pallone ma una scrivania. Assurdo.
Fece così anche la Juve con Del Piero, ma a dirlo fu comunque un Agnelli. E fino a prova contrario la Juve è sua. Alla Roma nessuno ha voluto oscurare la storia: Totti si è illuso di essere eterno, il club americano è rimasto schiacciato e impotente di fronte al totem di Totti piantato a Trigoria accanto alla lupa capitolina, Spalletti lo ha accantonato sentendone però sempre di più l’ingombro, al ds arrivato dalla Spagna, e atterrato a Roma come il marziano di Flaiano, hanno messo subito in mano la patata bollente: «Dillo tu».
E così il totem di Totti si è ritrovato scalzato, forse col rimpianto non solo di doversi fermare qui ma anche con quello di non essere nemmeno riuscito a pilotare fino in fondo il suo futuro, di non essere nemmeno riuscito a dirlo lui.
Ci si avvia così, con l’annuncio del marziano Monchi, a una pentecoste tottiana, un maggio trionfale e malinconico in cui festeggiare e salutare chi della Roma ha fatto ragione di vita e ci ha vissuto un quarto di secolo dentro. Ma che da quando la Roma è diventata americana, con un presidente che vive a Boston, si è ritrovato, lui più romano di tutti, a essere sempre di più un’eccezione, un idolo ingombrante. Il tempo passa e nessuno può farci nulla.
Fabrizio Bocca
“Serviva il coraggio di dirlo hanno fatto arrivare apposta uno dalla Spagna”. Intervista a Fabio Capello
Lo ha allenato per cinque anni, dal 1999 al 2004, segnandone la crescita. Hanno avuto anche qualche discussione, ma Fabio Capello, tecnico della Roma campione d’Italia nel 2001, non ha mai nascosto la propria stima per Totti.
Capello alla fine l’addio al calcio di Totti lo ha annunciato il nuovo ds Monchi, arrivato a Roma soltanto dieci giorni fa. Le fa effetto?
«Doveva avere il coraggio di dirlo, lo hanno fatto arrivare apposta dalla Spagna uno che potesse comunicare una scelta così».
Le ha ricordato un po’ l’annuncio di Agnelli sulla fine del contratto di Del Piero?
«Ma no, Del Piero non c’entra niente, è dovuto andare all’estero. Totti ha giocato fino a 40 anni, no? E allora! Francesco dalla Roma è stato tenuto fino alla fine, come Baresi e Maldini. Questi che restano tutta la vita con una maglia vanno rispettati ma sono anche fortunati».
Si aspettava quando lo allenava lei che la carriera di Francesco durasse così tanto?
«No, sinceramente. Lui aveva avuto qualche infortunio e non piccolo. Non pensavo fisicamente potesse durare così tanto. Perché poi era più propenso a ingrassare. È stato bravo lui ma anche la moglie, Ilary: il matrimonio gli ha giovato, ha imparato a curarsi, a prendersi cura del proprio corpo».
In che modo è cambiato Totti dopo aver lavorato con Capello?
«In quegli anni, giocando a quei livelli, ha capito che serviva una grandissima professionalità, il dover pensare a essere professionista. E poi ha capito che prima poteva giocare solo col talento e che col passare degli anni invece serviva curare di più anche tutto il resto».
Pensa che avrebbe dovuto smettere un po’ prima? Magari in un momento migliore per lui e per la Roma?
«Ma no... Lasciare il campo è difficile, si pensa sempre di poter dare qualcosa. A volte cambi perché ti senti meno amato, o magari perché cambi società e non avverti la stima. Lui è amato, coccolato dal suo pubblico, diventa dura smettere. Come dicevo, successe lo stesso a Baresi e Maldini: sono pochi eletti, parliamo del top del top».
Adesso si aspetta di vederlo spesso in tv?
«Faccio una rivelazione: gli unici che conoscono la storia delle apparizioni di Totti in televisione siamo io e Maurizio Costanzo. Se vuole se la faccia raccontare da Costanzo, io non vi dico nulla...».
Per il futuro invece ce lo vede Totti a condurre il festival di Sanremo?
«Mah, a volte quando smetti vuoi provare altre sensazioni, qualcosa di diverso. Qualcosa per rimetterti in discussione. Non so. Consigli però non gliene do: ognuno deve fare quello che si sente. Questo mi piace, lo faccio, questo non mi piace, evito: bisogna ragionare così».
Un rimpianto legato alla carriera di Totti lo ha? Poteva vincere di più?
«Lui, ma anche io, la Roma... Potevamo fare qualcosa di più, sì. Nel 2002 sbagliammo una partita col Venezia, altrimenti avremmo vinto il secondo scudetto. Non era come adesso, c’era un’altra competitività, oggi puoi anche permettertelo un errore. Eravamo tutti in tre punti, mica come adesso».
( m. pi.)
Giannini: «Totti ora non lasci la Roma Anche dopo il ritiro può fare ancora tanto»L’inseparabile pallone con cui dormire e il poster di Giannini sopra il letto di una cameretta piena di sogni. Chissà se tra i confusi pensieri delle settimane che lo separano dall’addio al calcio, a Francesco Totti torna ogni tanto in mente quell’immagine di lui ragazzino, pieno di talento e voglia di raggiungere il suo mito, il numero dieci, quel ‘Principe’ col quale, qualche anno dopo, avrebbe condiviso la stanza in ritiro. «Ricordo il primo giorno che Francesco è stato in camera con me – sorride Giannini – non parlava, stava lì zitto ed io provavo a chiedergli qualcosa, a coinvolgerlo nei discorsi. Alla fine, dopo due giorni, si è sciolto. Mi è rimasto impresso questo di Francesco. Poi penso agli allenamenti, i primi con lui, alcuni momenti, quando io con altri compagni anziani avevamo parlato con l’allenatore e gli dicevamo che era bravo, molto forte e ci poteva dare una mano».
Come si gestisce un addio al calcio così difficile dopo 25 anni di carriera?
“È un momento particolarmente amaro, perché ti accorgi che una parentesi importante della tua vita si sta chiudendo. Ma Totti ne ha subito pronta un’altra, gli si spalanca un’altra porta. È agevolato rispetto ad altri, perché smette e ha subito qualcosa a cui pensare, e questo deve essere uno stimolo, non ti fa buttare giù. Sarà deluso e arrabbiato, ma avrà un ufficio all’interno della Roma, una scrivania, un tablet, persone diverse dal campo che lo possono aiutare e stimolare».
L’immediato futuro da dirigente potrà quindi aiutare Totti a rendere meno amaro l’addio al calcio?
«Col suo carattere, per aiutarsi, deve vedere le cose sotto questo punto di vista, trasformare subito il suo stato d’animo. Buttarsi da dirigente dentro Trigoria, cambiare subito i pensieri».
In che ruolo può essere utile alla società giallorossa?
«Per la Roma è un po’ il cacio sui maccheroni, perché è proprio il momento adatto per la società di avere una figura che è stata così forte sul campo e che sia riconoscibile come dirigente. Diventerà un punto di riferimento fuori, come lo è stato sul campo. Questo deve essere l’obiettivo di Francesco, per la sua grandezza, per la sua carriera, deve necessariamente diventare un simbolo per tutti lì dentro, giovani, anziani, tifosi, tutti. Diventerà l’emblema, e gli auguro di esserlo come lo è stato sul campo».
Dopo Totti e De Rossi, è finita l’era delle bandiere?
«Ma no! Poi ci sarà Florenzi, speriamo non finisca mai l’era delle bandiere. Lui è un ulteriore simbolo a Trigoria, e gli auguro una lunghissima carriera da romanista. Dopo Francesco e Daniele, c’è Florenzi, e poi deve diventare una tradizione il fatto di tenerli in società quando smettono di giocare. Come quando la Curva Sud fece la scenografia con i capitani e le bandiere, quello deve essere lo spunto, deve essere un ragionamento fatto anche dalla società, deve essere un vanto averli dentro Trigoria, prima come giocatori, poi come dirigenti».
Francesca Ferrazza