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 2017  maggio 04 Giovedì calendario

Scrittori che usano sempre le stesse parole

Quando chiesero a Ray Bradbury di indicare la sua parola preferita per il libro “The Logophile’s Orgy” (“L’orgia del logofilo”), lui scelse “cannella”: «La parola “cannella” deriva, suppongo, da quelle volte che esploravo la dispensa di mia nonna, quand’ero bambino. Adoravo leggere le etichette sui barattoli delle spezie: curry da posti remoti dell’India e cannella da tutto il mondo». Se si fa il conteggio dei milioni di parole che ha scritto Bradbury nell’arco di tutti i suoi romanzi, i dati dimostrano che non era una risposta data con leggerezza: in effetti “cannella” ricorre con un’insolita frequenza nei testi del grande autore di fantascienza, che la usava più spesso di Jane Austen, Agatha Christie, William Faulkner, Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Vladimir Nabokov, J. K. Rowling, Salman Rushdie, John Steinbeck ed Edith Wharton messi insieme.
La dispensa di sua nonna aveva lasciato una traccia indelebile sull’autore di Fahrenheit 451 al di là della cannella, se si considera che Bradbury usava anche altri nomi di spezie – come vaniglia, menta, liquirizia e noce moscata – con una frequenza maggiore degli scrittori di cui sopra messi insieme. E spargeva parole come curry, cipolla e limone nei suoi testi in misura almeno tripla rispetto alla media.
Per il mio saggio Nabokov’s Favourite Word Is Mauve (“La parola preferita di Nabokov è malva”), ho creato un programma informatico che passa in rassegna migliaia di libri degli autori più popolari per scovare le loro “parole- cannella”, quei vocaboli relativamente rari che un certo scrittore usa con frequenza. Naturalmente tutti gli scrittori fanno largo uso di elementi funzionali come articoli e preposizioni e aggettivi di base come “grande” o “veloce”, ma le parole-cannella sono quei termini che un determinato autore usa in misura sproporzionata rispetto agli altri. Nabokov usava la parola “malva” quarantaquattro volte più del normale. La cosa è perfettamente sensata, a pensarci bene, perché lo scrittore russo aveva, per usare le sue parole, un “udito colorato”; quando pensava a una lettera o a un suono visualizzava contemporaneamente dei colori. Niente di più normale, quindi, che usasse i nomi dei colori quattro volte più spesso di un testo inglese medio. A volte, se si prendono le parole- cannella di uno scrittore, sembra già di sentirne la voce. Prendete queste tre: cortesia, attrazione, imprudenza. Se avete risposto “Jane Austen”, ci avete azzeccato: sono le tre parole matematicamente più usate dalla Austen rispetto al resto dei testi in lingua inglese. Considerando l’importanza che attribuiva ai colori, si può presumere che Nabokov fosse consapevole delle parole che privilegiava nella sua scrittura. Ma nel caso di altri autori è possibile che non si rendano conto di usare certe parole con un’intensità fuori dalla norma. A volte le parole sono indissolubilmente legate agli argomenti trattati, come nel caso di Agatha Christie (inchiesta, alibi, spaventoso). In altri casi, dalle parole preferite si intuisce il tono dell’autore: mentre Charles Dickens preferiva “accorato”, “angustia” e “ricongiunto”, J. R. R. Tolkien privilegiava “elfi”, “orchetti” e “stregoni”. Bastano tre parole per focalizzare lo stile di ogni scrittore. Usando il Dictionary of Cliches di Christine Ammer, ho passato al vaglio lo stesso insieme di libri per scovare le frasi fatte più utilizzate dagli scrittori. È emerso un chiaro favorito per il titolo di “scrittore con più cliché”: James Patterson. Il campione di vendite americano sfoggia una media di 160 cliché ogni 100.000 parole, circa il doppio di J. K. Rowling e Gillian Flynn. Patterson mette la frase “che tu ci creda o no” in più di metà dei suoi libri, ma non è l’unico scrittore a usare le frasi fatte. La Austen adorava scrivere “con tutto il mio cuore”, Dan Brown usa “chiudere il cerchio”, i libri di Stephenie Meyer sono infarciti di “sospiri di sollievo” e la Rowling sfoggia il suo “nel cuore della notte”. Perfino gli autori letterari hanno un debole per certe frasi fatte, con Zadie Smith che ricorre a “gettare il malocchio”, Donna Tartt che si affida a “troppo bello per essere vero” e Salman Rushdie che usa “l’ultima goccia” in più di metà dei suoi romanzi. Le frasi fatte non sono sempre un male, ma è evidente che alcuni autori ci si affidano più di altri. E. L. James è nella fascia alta degli utilizzatori di cliché: uno dei suoi preferiti è “non ho parole”.
Poi c’è la questione dei punti esclamativi. Elmore Leonard ne suggerisce «non più di 2 o 3 ogni 100.000 parole», anche se in realtà la sua media è di 49 ogni 100.000. In ogni caso ne metteva un po’ meno di Hemingway, circa un terzo di quelli di John Steinbeck, un sesto di quelli di Stephen King, un nono di quelli della Austen e un quattordicesimo di quelli di Dickens. James Joyce usava i punti esclamativi più di 1.100 volte ogni 100.000 parole, ventidue volte più di Leonard.
Alcune persone sono diffidenti all’idea di combinare arte e scienza, o parole e numeri, ma io penso che se fatta nel modo giusto sia un’unione meravigliosa. Scorrere una lista di parole preferite non è la stessa cosa di leggere una storia ben costruita, ma se viste alla luce dell’intera carriera di un romanziere anche tre semplici parole possono offrire una finestra illuminante su uno stile, e raccontare una loro storia.
Traduzione di Fabio Galimberti