la Repubblica, 3 maggio 2017
Hamas «soft»: ok a confini sulle linee del ‘67
BEIRUT Nel giorno dell’Indipendenza israeliana, il movimento di resistenza islamica, Hamas, ha presentato una nuova piattaforma negoziale che cambia sensibilmente alcuni dei punti fermi cui i negoziatori del movimento integralista ci avevano abituato nel corso degli anni. Ma Israele, e segnatamente il premer, Netanyahu, non sembra disposto ad accettare la novità, mentre Hamas si dice pronto a discutere dei confini territoriali del futuro stato palestinese entro la linee di demarcazione del 1967.
L’impressione è che, dopo aver cercato di sollevare un’ondata di curiosità, cui non è estranea la potente diplomazia del Qatar, le due parti siano addivenute a più miti consigli. Sta di fatto che il cardine fondamentale della Carta di Hamas, la distruzione dello stato ebraico, non viene intaccato dalla nuova formulazione. Né la dichiarazione di Khaled Meshal, che i servizi di sicurezza israeliani tentarono di uccidere nel 1997 ad Amman, contiene un riconoscimento dello stato ebraico.
Ad aggiungere ulteriore estraneità dell’iniziativa di Hamas c’è anche il principio chiarito da Meshal, secondo cui, l’opposizione a Israele potenza occupante include la lotta armata e Hamas non è nelle condizioni di rinunciare al diritto al ritorno. Al contrario farà di tutto perché la possibilità che i palestinesi costretti a fuggire dalle loro case nel 1948 ritornino sarà garantita.
Cosa resta allora di questa iniziativa? Sicuramente, l’autorevolezza del leader che l’ha proposta. Meshal non è un personaggio di secondo piano. Ed è possibile che abbia concordato la sua sortita con l’Autorità Palestinese, Che qualcosa si prepari nella cucina diplomatica palestinese è possibile. Si parla di un incontro imminente tra Mahmud Abbas e Donald Trump. E in sostanza Khaled Meshal avrebbe deciso di dare fuoco alle polveri prima che fosse Abu Mazen a farlo.
Di contro, i commenti israeliani non lasciano spazio alla speranza. Il documento è, secondo Netanyahu, «una cortina fumogena. Vediamo che Hamas continua ad investire tuttte le sue risorse non soltanto nel preparare la guerra contro Israele ma anche nell’educare i bambini di Gaza a a distruggere Israele». È un vecchio leit motiv della destra israeliana. «Loro scavano tunnel ed hanno lanciato migliaia su migliaia di attacchi... Adesso cercano di ingannare il mondo, ma non ci riusciranno».
Nessuna guerra di sterminio contro gli ebrei, replica il documento che si richiama al pensiero di Ahmed Yassin, lo sceicco paralitico ucciso da Israele. Semmai, si direbbe, un conflitto, all’interno della fazione dei Fratelli Musulmani di cui Hamas fa parte integrante. O, per meglio dire, faceva parte fino a quando la Fratellanza non si è trovata ad affrontare le ire di Abdel Fattah al Sisi, il nuovo rais egiziano. Da allora Hamas si è trovata nella scomoda situazione di dover scegliere: o abbandonare il movimento che marcisce nelle galere egiziane con centinaia di condanne capitali sulla testa, o tornare in qualche modo a fare politica.