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 2017  maggio 03 Mercoledì calendario

Il paradosso della K-flex, la multinazionale tascabile che chiude e va in Polonia

MILANO Nel gergo delle relazioni industriali quella della brianzola K-flex è «una vertenza sanguinosa». L’espressione non indica – per fortuna – feriti o vittime, segnala solo che si tratta di un contenzioso senza possibilità di composizione e che vede come protagonista non un’azienda decotta o un avventuriero improvvisatosi industriale, ma una multinazionale tascabile (italiana) di successo guidata da una famiglia (gli Spinelli) rispettata da tutti sul territorio.
In ballo ci sono 187 posti di lavoro perché il capo azienda Amedeo Spinelli vuole ridurre drasticamente l’impianto di Roncello perché non è remunerativo e lavora in perdita (4 milioni tra il 2013 e il 2015) rispetto alle altre fabbriche straniere. «In un’ottica di economia globale come la nostra – ha dichiarato – si può chiudere la produzione in Italia per rimanere competitivi nel mondo». I sindacati non vanno tanto per il sottile e accusano la proprietà di voler delocalizzare in Polonia (dove già ci sono 250 dipendenti) e sostengono che si tratta di una misura doppiamente grave perché Marta Spinelli, figlia di Amedeo, è presidente di Assogomma e la famiglia ha ricoperto cariche in Assolombarda.
La K-flex fa isolanti termici e acustici per l’edilizia, i trasporti e il petrolchimico, è leader mondiale del suo segmento di business e punta a superare i 500 milioni di fatturato nei prossimi due anni. Nel 2016 ha acquisito un’azienda francese (la Sagi Arma Decoup) e adesso si appresta a realizzare un importante investimento negli Usa mentre in Italia sconta le persistenti difficoltà dell’edilizia. L’ultimo bilancio chiude in attivo grazie però, secondo Spinelli, ai guadagni realizzati oltre frontiera e del resto la presenza K-flex nel mondo è di quelle che in genere inorgogliscono i patiti del made in Italy: presenza in 60 Paesi, con stabilimenti in 11 e oltre 2 mila addetti.
In tanta abbondanza i 187 di Roncello – definito nel sito headquarter del gruppo – però risultano di troppo. Per convincere Spinelli a mediare con i sindacati si sono spesi tutti: dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda al presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni fino ai responsabili della Pastorale del lavoro dell’Arcidiocesi di Milano, il proprietario però non ha voluto sentir ragioni limitandosi a far sapere di essere disposto a pagare 30 mila euro di buonuscita a ciascun operaio pur di chiudere l’impianto brianzolo. I lavoratori ne vogliono almeno 50 mila anche perché da tre mesi non prendono lo stipendio per un blocco ad oltranza – rivelatosi un autogoal – che ha bloccato lo stabilimento dopo che era stata segnalata l’uscita di macchinari diretti in Polonia. Probabilmente dietro l’irremovibilità di Spinelli c’è anche il risentimento per questa forma di lotta estrema (e per le visite ai cancelli di Matteo Salvini e Luigi Di Maio), i sindacati hanno però rincarato la dose ricordando al padrone e al governo che la K-flex ha usufruito di 13 milioni di prestito pubblico per la ricerca ma l’azienda ha fatto sapere di averne già restituiti «una buona parte» e il ministro Calenda ha bloccato l’ultimo milione che doveva ancora essere erogato.
Un’altra polemica ha riguardato la Simest (gruppo Cdp) che, in coerenza con la sua missione, ha sostenuto con 20 milioni ben 5 aumenti di capitali necessari per favorire la presenza di K-flex sui mercati asiatici. Avendo le relazioni industriali clamorosamente fallito la palla passa alla magistratura: domani un giudice del tribunale di Monza dovrà decidere sul ricorso presentato dai confederali, che hanno in mano un documento in cui Spinelli si impegnava a non licenziare fino al 2018. E al prossimo convegno sul reshoring qualcuno ricorderà con amarezza il contropiede K-flex.