il venerdì, 28 aprile 2017
Uno Schifano a New York
ROMA. Nell’autunno del 1963 un pittore italiano di nome Mario Schifano s’imbarcò sul transatlatico Cristoforo Colombo diretto a New York, in compagnia di un’attraente e brillante studentessa dell’Accademia di belle arti, Anita Pallenberg, appena diciottenne. All’epoca la città americana era in cima ai pensieri di tutti i giovani italiani che volessero respirare un’aria diversa da quella di sacrestia che stagnava nella società italiana.
In quegl i anni gli artisti e quelli che, con orrendo termine, venivano chiamati intellettuali, erano o si dichiaravano tutti o quasi tutti comunisti. Ma questa appartenenza implicava l’ideologia, non il mercato. Nessuno di loro si sognava di invocare «A Mosca, a Mosca» come le Sorelle di Cechov. Nessuno pensava di vendere quadri ai funzionari del Cremlino, avendo in cambio qualche matrioska. Ritti volevano andare in quella che veniva definita «la metropoli della infame plutocrazia americana» – ma dove venivi pesato in base a quello che valevi e ai dollari che eri in grado di guadagnare.
Schifano era attratto dalla città stessa, non dai dollari, ma dal flusso di modernità che soffiava su Manhattan come il gelido vento in arrivo dall’Atlantico: l’esatto opposto dello scirocco romanesco. Prima di partire aveva abbandonato la galleria la Tartaruga, gestita da Plinio de Martiis, ed era passato nel giro di Ileana Sonnabend, una scaltra e polente gallerista, che lavorava però insieme a Leo Castelli. Il pittore sperava che questa mossa potesse aprirgli le porte del mondo dell’arte nuovayorchese. Fu un’ingenuità e anche uno sbaglio madornale. Nel frattempo il vero proprietario della Tartaruga, il barone Giorgio Franchetti, un gentiluomo che amava due cose, le opere d’avanguardia e quella regione dell’Italia chiamata Tuscia, aveva mandato una sorta di ukase a Plinio: «Convocate Schifano in galleria e schiaffeggiatelo sul viso, mentre gli dite: Giuda, sparisci dalla nostra vista».
Il passaggio da Roma a New York era avvenuto senza traumi. La città sembrava congeniale al giovane artista: era come se fosse sempre vissuto al Greenwich Village. La sera andavano al Five Spot a vedere il film di Andy Warhol, infilandosi delle scarpe da ginnastica, per correre più veloci quando sarebbe intervenuta la polizia. Oppure erano in prima fila a sentire Thelonious Monk e Charlie Mingus o erano invitati a feste underground dove incontravano Ferlinghetti, Corso e quell’amabile poeta pazzo di Ginsberg che faceva vedere a tutti la scatola di fiammiferi dove conservava la sua collezione di peli pubici.
Era tutto un incontrarsi, rincorrersi, e reincontrarsi. E in quegli anni stanziali a New York Schifano sembrava, ha scritto Furio Colombo, un husky da slitta che correva di punta trascinando tutti gli altri. A volte, Mario e la Pallenberg venivano invitati dalla Sonnabend a cenare all’Elaine’s, un ristorante costoso e alla moda. La Sonnabend si atteggiava a protettrice e madre badessa del giovane e affascinante pittore italiano, difendendolo dagli attacchi maligni di Jasper Johns e Rauschenberg, definiti dalla Pallenberg, nelle sue memorie, due tipacci cinici e snob. Ma in realtà i loro rapporti erano resi opachi da molte ambiguità e finzioni. Negli Stati Uniti, in pochi anni, l’arte autoctona era passata, con un salto mortale simile a quello degli acrobati nei circhi, da generi di retrobottega, come romantici paesaggi del west e ritratti di cowboys, alle più spinte opere del modernismo.
Tutto era cambiato con l’arrivo dei surrealisti europei in fuga dai nazisti, che stavano bruciando le loro opere definite degenerate. La fuga era stata guidata da André Breton e finanziata dall’impareggiabile che a New York aveva portato non solo i pittori, ma anche centinaia di opere mai viste prima negli Stati Uniti. La contaminazione avvenuta in quegli anni è stata all’origine della prima grande scuola americana.
Venti anni più tardi un altro doppio salto, quello provocato dalla nascita della Pop art, rafforzò la presa di potere degli Stati Uniti, di New York in particolare, nel mondo dell’arte. Gli arbitri del mercato mondiale, ossia, i compratori americani, che ogni anno scendevano a Parigi per acquistare opere d’arte astratte, che non capivano e che pagavano a caro prezzo, perchè non c’era altro a disposizione, furono estasiati davanti alle bottiglie di Coca-Cola, alle zuppe Campbell, ai ritratti di Marilyn. Un’arte all american che parlava da sola. Il più abile o il più furbo degli artisti Pop era uno che faceva dichiarazioni demenziali come: «Io sono il più grande pittore del mondo come Duccio e Giotto». Ma teorizzava anche che la pubblicità era il contenuto delle opere e diceva che dietro non c’era nulla, né originalità, né unicità.
La Pop era così americana che gli artisti europei, con i loro pregiudizi di originalità erano incapaci di capirla, tanto meno di interpretarla, perché legati a sorpassati ideali di autenticità. Per tutto il tempo che Schifano rimase a New York non riuscì a vendere un quadro, come successe anche a molti artisti italiani che andarono in America pensando di riempirsi le tasche di dollari. Il più deciso a chiudere e conservare la Pop nell’ambito americano è stato Leo Castelli, quello che doveva aprire le porte. Anche Tano Festa, dopo qualche tempo si rese conto che organizzare una mostra a New York era impossibile e scrisse a Plinio che era «l’ora di smammare».
L’unico che aiutò Schifano, in senso concreto, fu un poeta molto conosciuto, Frank O’Hara, con il quale scrisse un libro intitolato Woidsand Drawings. I due si intesero subito. O’Hara conosceva benissimo Mario e lo stimava, e il pittore amava quello che scriveva il poeta e si accomodò sui suoi versi come in una comoda poltrona.
Il libro venne esposto nel 1964, a Roma, nella libreria Ferro di Cavallo – la prima a ospitare le letture dei libri appena usciti e gestita da Agnese De Donato – e poi scomparve. Adesso è riemerso dall’oblìo, stampato in una edizione completa, a cura dell’archivio Mario Schifano, con testi Anita Pallenberg, di Furio Colombo e di Achille Bonito Oliva, e con foto stupende di Mario.
E uno non può fare altro che pensare a quale magnifica evoluzione avrebbe avuto l’arte di Mario se quell’imbecille di Leo Castelli non gli avesse tarpato le ali.