Vanity Fair, 3 maggio 2017
E ho chiesto scusa. Intervista a Lorenzo Balducci
Quando parla di quello che è successo, Lorenzo Balducci dice «i fatti» e anche, una volta, «il male». Sono passati 7 anni da allora, e Lorenzo ha voglia di parlarne: non che in questi anni si fosse nascosto – nel 2012 ha dichiarato la sua omosessualità su un giornale –, solo che, a volte, ci vuole un po’ di distanza dalle cose.
A maggio andrà in onda Solo per amore – Destini incrociati, la seconda stagione della fiction di Canale 5 in cui Balducci interpreta Claudio, un ragazzo di borgata. «Una specie di Romeo a cui sono affezionato perché quel ruolo è arrivato dopo tanto aspettare, ed è stato una spinta verso il futuro». Le ragazzine fanno il tifo per la storia d’amore tra Claudio e Arianna (Laura Adriani), e gli scrivono su Instagram: che lui sia gay è un dettaglio.
Parla con l’esitazione iniziale di chi ha educato la voce e con la cautela di chi. intanto. sbroglia pensieri che devono essere ancora parecchio pesanti. «In questi anni ho voluto andare un po’ lontano: New York, il Messico, la Spagna. Da qualche parte ho fatto l’attore, da qualche altra solo il lavoro che faccio più spesso: il cameriere. Il giorno del mio trentesimo compleanno ho iniziato a lavorare da Saraghina, un buonissimo ristorante italiano di Brooklyn. Quello di servire ai tavoli è un mestiere che, di solito, si fa a vent’anni, ma io mi sono preso la prima sbronza a 25 e ho fumato la prima sigaretta a 27, tutto tardi o meglio, al contrario. A vent’anni facevo l’attore».
È andato via per scappare dall’onda lunga che aveva investito suo padre?
«Qui non ero più felice da troppo tempo. Quel tempo lontano è stata l’esperienza umana più formativa di tutta la mia vita: stare lontano dai paletti e dalle protezioni, solo nel presente. Come è noto è cambiato tutto per me. da qualche anno a questa parte. È cambiato nei fatti, ma anche nella mia testa. Adesso ho bisogno di andarmene e tornare. Il posto in cui vado più spesso è la Spagna: parlo un ottimo spagnolo, ho già avuto qualche parte. Non sempre va bene. però».
A Roma va meglio?
«Non ho una parte dallo scorso agosto. Ma siccome devo lavorare, ho trovato un posto al ristorante Tiepolo, ottime patate al cartoccio, salse strepitose».
Perché proprio il cameriere?
«È a parte recitare, la sola cosa che so fare. Da quando, ragazzino, ho capito di voler diventare attore, non mi sono dedicato seriamente a niente altro. E. anche ora, non ho nessun reale interesse a costruirmi una carriera diversa perché ho paura che, se lo facessi. vorrebbe dire che ho rinunciato al mio sogno. Mi rendo conto che può sembrare un ragionamento bohemien, incosciente, ma preferisco vivere facendo fatica che distogliere lo sguardo dalla mia passione».
Si è dato un tempo per capire se questa è ancora la strada?
«No. Però da quando, due anni fa. ho compiuto i 32, misuro il tempo in continuazione. lo conto con ansia. Le racconto una cosa che sembra non c’entri, e invece c’entra con le paure e con il tempo. Ho da pochissimo perso mia nonna Nella: aveva 88 anni, si è spenta in 12 mesi, senza apparente motivo o malattia. Le ero affezionatissimo, era una fonte di ispirazione per me. Quando 16 anni fa mori suo marito, mio nonno, mi dissi che non ce l’avrei fatta a perdere lei. E invece ce l’ho fatta, standole accanto fino all’ultimo, quando fisicamente non assomigliava più alla nonna che avevo conosciuto, e amandola comunque, anche se non c’era quasi più. Ho capito che la vita ti accompagna e ti rende accettabile quello che pensavi non lo sarebbe mai stato, e che la speranza di qualcosa di buono è nascosta anche lì, dove io non riesco a vederla».
La vita le ha reso accettabile quello che è successo sette anni fa?
«Sarei ipocrita se dicessi che sono stati sette anni d’inferno: ho anche ricordi meravigliosi di questi anni. All’inizio, quando il male si è compiuto, pensavo: devo lavorare il più possibile per prendere le distanze da questa cosa brutta che ci sta succedendo. mentre quello che volevo e dovevo fare – e che poi ho fatto – era vivere il dolore e il senso di sconfitta. Remava contro a questo una parte di me: quella che non voleva accettare di aver commesso un errore».
Quale e stato il suo errore?
«Non aver tirato fuori le palle quando avrei dovuto. Io sono stato segnalato per una serie di film – non tutti quelli che ho fatto, ci tengo a dirlo – e in un caso non lo immaginavo proprio».
Negli altri casi lo sapeva?
«Nessuno è mai venuto a dirmi: sei stato raccomandato per questo film. Ma lo capivo, sapevo che c’era una conoscenza tra la mia famiglia e la tal persona. La volta in cui sono stato segnalato senza saperlo ho preso il posto di un altro attore. Molto tempo dopo, quando lui è venuto al ristorante in cui lavoro, gli ho chiesto scusa».
Che cosa le ha risposto?
«Era contento, e io con lui. Ma non c’c solo quel dispiacere, c’è quello, più generale, di non essere stato capace di imporre la mia volontà».
Ma non le facevano anche comodo queste raccomandazioni?
«Mi dicevo: ti stanno dando una grande opportunità, sfruttala, perché tu vali. Però c’era sempre un retrogusto che non era buono, che non mi apparteneva. Avrei dovuto dirlo che non volevo essere segnalato, e il fatto che fossi giovane non è una scusante alla mancanza di coraggio. Dovevo dire no perché sapevo di non avere bisogno di essere spinto. Non perché fossi il migliore, per carità, ma per rispetto alla mia passione per questo lavoro, che è autentica».
Si ricorda quando ha saputo che tutto stava crollando?
«Ovviamente. Ero a casa del mio compagno di allora, mi ha chiamato un amico di famiglia e mi ha detto: papà è stato arrestato. Ripensare a quel momento ora non fa quasi più male. Quando si fa un errore, si paga, lo l’ho pagato e ho la sensazione di stare ancora pagando: le vedo le porte chiuse. Nessuno mi dice “Non ti prendiamo per quello che è successo”, però non faccio un provino per il cinema da anni: solo per la Tv».
Che cosa ha cambiato, tutto quello che è successo?
«Il desiderio di trasparenza, a un certo punto, ha pervaso tutta la mia vita. Per questo nel 2012 ho parlato della mia omosessualità apertamente: la circostanza che me l’ha fatto fare è stata che interpretavo un film a tematica omosessuale e non volevo essere ipocrita. La mia famiglia sapeva che ero gay da 10 anni. Tutti tranne mia nonna, che è morta senza saperlo».
Non le è pesato tenere questo segreto?
«Un po’. Lei mi chiedeva della fidanzata, io rispondevo vago, dicevo qualche bugia».
Alla fine si è perdonato?
«Ho accettato di aver sbagliato. Ho passato anni a dire: io non sono così, non sono il figlio di papà che i giornali raccontano. Ma quando ho mollato la presa ho realizzato che sono stato anche quello, e ho fatto pace con quel pezzo di me che certamente ora non mi appartiene più. ma c’è stato. So che anche tra dieci anni sarò ricordato come quello che ha fatto i film raccomandato, quello che c’ha il padre che è finito in carcere e non mi voglio accanire, è parte della mia storia».
Quale è stato il pezzo più doloroso? Quello che la riguarda o tutto lo scandalo, anche privato, che ha investito suo padre?
«Il mio. Perché dentro al mio ci sta anche lui. Nel suo io, invece, non ci sono. So che c’è stata una realtà, con una sua sostanza e consistenza, e poi c’è stata l’onda che ha investito mio padre, un’onda che è più grande della realtà: l’accanimento è stato feroce sulla persona e sulla famiglia. Dico questo e basta, nel senso che non ho bisogno di difendere mio padre».
Ha mai rotto con lui?
«Fuori no, dentro è un grande casino che dura da sette anni. Abbiamo avuto dei confronti sulla vicenda, sa come la penso».
Le intercettazioni portarono alla luce anche aspetti privati della vita di suo padre. Lei ha un’idea di come la vostra famiglia sia riuscita a resistere in piedi di fronte a quelle verità?
«Tutta questa vicenda mi ha talmente aperto in due che io, a oggi, riesco a capire un po’ tutto, nel senso che comprendo e accolgo qualsiasi cosa, senza provare vergogna. Non so dirle come siamo riusciti a rimanere in piedi, e non lo so perché non mi sono confrontato con nessuno della mia famiglia su questo tema. Non parlare è stata una scelta di tutti, un tacito accordo. C’è sempre stato un muro di silenzio nella mia famiglia. C’era prima, c’è stato anche dopo. Io il mio pezzo di muro sto cercando di distruggerlo; credo che tutti gli altri siano stati troppo impegnati a salvare loro stessi per avere la forza di prendere il piccone in mano».
Nell’aver scelto di fare il cameriere c’è anche una voglia di espiazione?
«In parte forse sì. Sono ben cosciente di quanto io sia stato servito e riverito nella vita e quindi fare questo lavoro, adesso, mi riporta a una condizione umana opposta, e mi fa bene. La vita è un gioco, e in questo gioco di ruolo oggi io sono un cameriere e domani forse sarò un attore, e quell’attrice famosa a cui oggi porlo la patata al cartoccio magari lavorerà con me».