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 2017  aprile 29 Sabato calendario

Effetto Merkel

Dopo mesi di ostinato silenzio, Angela Merkel ha abbandonato l’uragano delle crisi internazionali per dedicarsi alla campagna elettorale. All’inizio di aprile è andata a Miinster, nel Nord-Reno Westfalia, dove a maggio si terrà il voto più importante in vista delle politiche di settembre, e dal palco della vecchia roccaforte degli anabattisti ha sferrato un attacco frontale contro la Spd. Ma non contro il suo rivale diretto, Martin Schulz, che la cancelliera continua a snobbare clamorosamente (e saggiamente). La leader dei conservatori, che ha notoriamente il fiato lungo, è convinta che la “bolla” Schulz si sgonfierà da sola, da qui a settembre. Merkel ha preferito attaccare una delle leader più amate del Paese: Hannelore Kraft. Detta “la cancelliera dei cuori” per la sua enorme popolarità, è da anni la riluttante candidata clandestina, l’eterno “piano B” dei socialdemocratici. L’anti-Merkel in salsa rossa. E il ritornello dei suoi sostenitori, quando la incontrano ai comizi, è: «Hannelore, perche non ci provi?». Ma la governatrice non ha fatto che segnalare di voler rimanere a Dusseldorf, alla guida del Nord Reno Westfalia, lei che è nata nel bel mezzo del vecchio polmone d’acciaio dell’industria, a Mùhlheim an der Ruhr. E ai compagni che la vogliono lanciare alla conquista di Berlino risponde sempre, con un sorriso: «Ma non mi avete votata per avermi qui?».
Con Kraft, la cancelliera ha puntato dritto a un obiettivo da cui può dipendere molto della sua estate elettorale. Un successo troppo clamoroso della governatrice renana e dell’attuale governo rosso-verde potrebbe dare la volata a Schulz. Per ricordarsi quanto è importante quella regione, basti ricordare che nel 2010 Merkel aspettò il risultato delle urne in Nord Reno Westfalia per dare il via libera al salvataggio della Grecia. E cinque anni prima, la cocente sconfìtta della Spd nel Land tradizionalmente “rosso” spinse il cancelliere Gerhard Schròder a indire le elezioni anticipate.
L’esordio di Angela contro Hannelore è simbolico di una campagna elettorale tedesca tutta al femminile. E di donne non necessariamente belle, non necessariamente sexy, alcune dall’agenda palesemente troppo fìtta per la messa in piega. E anche chi, come Frauke Petry, è costretta a leggere e a roteare gli occhi perché sul settimanale Bunte il suo compagno sostiene di trovarla di una “bellezza demoniaca”, sa che il fatto di essere carine in Germania conta poco. La capolista dei populisti delPAfd, un dottorato in Chimica come Margaret Thatcher, ex imprenditrice, linguaggio ricercato e sguardo duro, ha traghettato il partito dal “Tea party” ultraliberista e anti-euro a un movimento che ha fatto della crisi dei profughi il suo cinico core business e che l’anno scorso ha incassato un quarto dei voti in alcune regioni dell’Est.
Ora che è incinta del quinto figlio, Petry sembra aver perso per ora la battaglia contro l’ala criptonazista del suo partito. Il giorno che l’assemblea regionale l’ha scelta come capolista per le elezioni politiche, tutti l’hanno fotografata in lacrime. Pochi hanno scritto che si sta battendo per buttare fuori da un movimento già borderline e pieno di imperdonabili ambiguità verso il passato un orrendo personaggio, Bjòrn Hocke, che ha definito il progetto per un monumento all’Olocausto «una vergogna». Il 19 aprile, a sorpresa, Petry ha annunciato il “gran rifiuto”: non correrà per la Cancelleria. Ma qualcuno come la BiUnon ci crede del tutto c pensa a una tattica: Petry accusa l’ala radicale di strattonare il partito a destra, pur avendo anche lei flirtato con termini come vòlkisch, che significa etnico ma contiene anche una connotazione di razza e viene dritto dritto dal fantisemitismo pangermanico di fine ’800.
La corsa delle donne non è neanche finita qui, con Kraft, Merkel e Petry. Certo, al di là dei luoghi comuni, quello governato da dodici anni dalla Kanzlerin è ancora un Paese afflitto da un diffuso maschilismo, che si traduce per esempio nella difficoltà delle donne di scalare i vertici delle aziende più importanti. Le principali banche come Deutsche Bank e Commerz o le big più famose come Volkswagen, Siemens o Bayer sono rigorosamente guidate da uomini. Ma in politica è diverso. Un po’ come nel resto dell’Occidente, dove è normale che la sfida per la conquista del paese sia anche tra rappresentanti del genere femminile – si pensi a Hillary Clinton, Theresa May, Nicola Sturgeon, Beata Szydlo – persino alla donna che sta facendo tremare l’Europa, Marine Le Pen. Soltanto l’Italia sembra un Paese degli anni ’50, senza candidate donne alla testa di un partito. E il Pd, la sinistra cosiddetta progressista, continua a dare il cattivo esempio, con la sua contesa rigorosamente tra uomini.
Il lungo anno elettorale tedesco 2017 si è già aperto con una “singolar tenzone” tra due donne. Il primo voto regionale, a marzo, è stato nel Saarland, un Land piccolo, ai confini con la Francia, saldamente governato da quella che tutti definiscono la “mini-Merkel”, la cristianodemocratica Annegret Kramp-Karrenbauer. Ha battuto la sua sfidante, la leader della Spd, Anke Rehlinger, agitando lo spauracchio di un governo rosso-rosso, dei socialdemocratici con la Linke di Oskar Lafontaine. Ha funzionato: è stata confermata con una percentuale stellare, e anche se Schulz continua a dire che “si tratta di un’elezione regionale”, gli osservatori più acuti hanno sottolineato che si possa leggere come un avviso a Berlino. Il duello tra le due donne nel Saarland potrebbe costringere Schulz a una riflessione su quanto siano disponibili i tedeschi a rinunciare alla Grande coalizione per un esecutivo di centrosinistra. Al momento anche i sondaggi federali sembrano confermare questa impressione: i due partiti attualmente al governo, Cdu e Spd, si mangiano il 65% dei voti. Qualche mese fa erano una decina di punti sotto. Egli altri partiti continuano a rimpicciolirsi.
Anche ai vertici dei “piccoli” le donne abbondano. I Verdi si presentano in tandem, con due esponenti della cosiddetta corrente dei realos{in Italia si direbbe riformista, o di destra). Cem Òzdcmir farà la campagna elettorale degli ambientalisti più antichi del mondo con Katrin Gòring-Eckardc. In un partito abituato ad avere donne in prima fila debordanti e spigolose come Claudia Roth o Renate Kiinast, la teologa della Turingia Gòring-Eckardt è una novità. L’aspetto timido e la mitezza le hanno consentito di fare una carriera da eterna sottovalutata che la fa somigliare un po’ ad Angela Merkel. E secondo molti ricorda la cancelliera anche per una non straordinaria retorica e un umorismo sottile, che riserva ai pochi privilegiati in stretto contatto con lei.
Poco mite è invece la “rossa” e combattiva Sahra Wa- genknecht, candidata della Linke alla cancelleria insieme a Dieter Barsch. Compagna di una figura controversa come Oskar Lafontaine, il “Napoleone della Saar” come lo chiamano i suoi detrattori, Wagenknecht è finita in un mare di polemiche quando per compiacere molti elettori che soprattutto a Est si stavano trasferendo a destra causa emergenza profughi, ha tentato di rincorrerli chiedendo una stretta sui richiedenti asilo. Economista di formazione, cresciuta dietro la Cortina di ferro, da adolescente Wagenknecht si è buttata a capofitto su Hegel e Marx: «Di sera, per rilassarmi, leggevo Thomas Mann e Goethe».
Non sono donne che possano insidiare Merkel – i loro partiti languono attorno al 10% – ma corrono comunque per batterla. Chi può puntare invece a succedere alla Cancelliera è la “seconda donna più potente della Germania” come la chiama lo Spiegel, Ursula von der Leyen. Figlia di un grande governatore della Cdu della Bassa Sassonia, Ernst Albrecht, von der Leyen è ministra di Merkel da dodici anni. È stata una straordinaria responsabile della Famiglia con il suo piano per gli asili nido e le politiche di conciliazione rafforzate, compresa una riforma del congedo parentale che costringe gli uomini a fare un po’ di più i papà. E come ministra della Difesa sta guidando con successo questa delicata, prima fase di neo-interventismo militare tedesco nelle missioni internazionali. Nell’ambiente maschilista dei militari l’hanno ribattezzata “Pan- zer-Uschi”, ma lei non se ne cura. Dal primo giorno ha fronteggiato senza paura Donald Trump nel braccio di ferro sulla Nato. E ha espresso forse il commento più sincero di un politico occidentale alla notizia della nomina di The Donald: «Sono scioccata». A tanti uomini sono mancati gli attributi, per un commento del genere. A lei no.