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 2017  aprile 27 Giovedì calendario

Viaggio al termine della notte romana

Partenza alle 18 da Stazione Termini in Vespa 125, di quelle modello nuovo, con il cambio automatico come un ciclomotore. Prima tappa, mensa dei poveri della Comunità di Sant’Egidio, via Dandolo. Ci saranno fermate di carattere diverso. Ci guiderà l’estro, il caso, il luccichio di un’insegna, un tratto d’asfalto diverso dai sampietrini viscidi del centro, il bisogno di un caffè caldo nel buio umido del quartiere San Lorenzo alle tre, il silenzio ovattato di Piazza San Pietro alle quattro, le conoscenze del mio fotografo, il sorriso ammiccante di una prostituta praticamente nuda nei pressi di viale Marconi, e dal lato opposto della città i viados di viale Togliatti.
«Venite adesso, perché dopo le 19 l’afflusso diminuisce», suggerisce Augusto D’Angelo, 54 anni, uno dei circa 300 volontari che, tre sere alla settimana, a turno accolgono sino a 800 ospiti nelle sale dell’edificio messo a disposizione dalla municipalità. Oggi il menù offre minestrone, pasta e lenticchie, hamburger al sugo, contorno di spinaci, frutta e pezzi di cioccolato alle nocciole che tanti avvolgono nei tovaglioli di carta e si mettono in tasca. Non c’è self service. «Serviamo noi a tavola, a differenza di tante altre mense di questo tipo. Abbiamo notato che contribuisce alla convivialità. Se restano seduti scambiano quattro chiacchiere, possono nascere amicizie», spiega Augusto.
Una volta erano quasi tutti stranieri. Oggi tre su dieci sono italiani. Al tavolo vicino siedono quattro persone. Il più anziano è Renzo Camarda, milanese di 66 anni, ex consulente aziendale che afferma di non essere ancora riuscito a riscuotere la pensione. «Sono venuto a Roma perché è una città più accogliente per chi ha bisogno»,spiega spelando una mela. Al suo fianco è Tatiana Podesa, 47enne ucraina di un villaggetto presso Donetsk oggi conteso con le milizie filorusse. Da due anni ha trovato un letto per pochi euro nei pressi di Ostia e vorrebbe fare la domestica. Ma ci riesce solo per brevi periodi. «Al mio Paese morirei di fame. A Roma invece mi aiutano a vivere», esclama. Poi ci sono Gianni Pisu, 46enne della provincia di Oristano e la sua fidanzata rumena, Daniela, 42 anni. «Una volta facevo il pizzaiolo e guadagnavo bene. Ma poi ho divorziato e mia moglie si è portata via nostro figlio undicenne. Sono trascorsi due anni.Da allora sono caduto nella depressione, non riesco più a trovare la forza di lavorare; così mi lascio andare nell’alcol, bevo, non so come uscirne», racconta.
Temiamo i rom, amiamo il vov
Anche i sei ragazzi incontrati per caso in Piazza San Cosimato, in Trastevere, non sanno come uscirne: ma non se ne rendono conto. Uscire dall’alcol, che domina le loro vite nuove. Tutti più o meno diciottenni, ultimi anni di classico e scientifico, figli di professionisti. Come Sofia, papà argentino e mamma russa, che ha vissuto a Buenos Aires e Cordoba; oppure Margherita che è stata sette anni a Singapore, o Francesco che va al Dante Alighieri e parla inglese perfettamente grazie a una lunga permanenza in Sud Africa.
Sono le sette e mezzo di sera, siedono su una panchina fumando sigarette a raffica, si passano una bottiglia grande di Peroni bionda. Bevono e intanto pianificano le serate del weekend. «Rigorosamente a bere! Ci ubriacheremo e dormiremo. Qualche canna anche. Ma soprattutto alcol. Non ne possiamo più fare a meno...», confessano sorridenti. Francesco e Costanza amano i liquori dolci come l’Amaretto di Saronno e il Vov. Nessuno fa sport in modo costante. Qualche pomeriggio Francesco prende lo skateboard. D’estate si va a nuotare. «Mai al lido di Ostia, che fa schifo. Meglio perdere tempo in auto e andare all’Argentario». Di politica quasi non parlano, con i genitori non ci sono screzi particolari. Per loro i migranti «non costituiscono un problema grave». Però sono preoccupati da furti e borseggi «in continua crescita, da parte di extracomunitari». E temono i rom. «In via Salviati c’è uno dei campi nomadi più grandi al mondo. Fa impressione. Da quelle parti mai portare le borse», dicono. «E il portafogli nasconderlo nelle mutande».
Il tema che più li infervora resta l’alcol. Fanno a gara a chi lo regge meglio e a chi si stanca prima a correre. È un inno alla spossatezza, la glorificazione della decadenza del corpo. Pare non ci siano regole. I genitori bevono, loro bevono di più, semplicemente quando sono ubriachi fradici evitano di tornare a casa e dormono da amici: «Per non fare arrabbiare mamma». Indicano quelli che a Roma sono conosciuti nel gergo giovanile come i “bangladini”: negozietti gestiti per lo più da nuovi immigrati dal Bangladesh.
Ne mostrano due o tre attorno alla piazza. Bottegucce dove dominano vini, birre e superalcolici. Uno chiude alle tre di notte, l’altro alle sei del mattino. GLI INTOLLERANTI DI TRASTEVERE
La nostra Vespa è perfetta tra i vicoletti trafficati di Trastevere: giostri tra la folla, eviti gli ingorghi, passi dove gli altri si bloccano. Così arriviamo puntuali da Cristina Bowerman, chef al Glass, ristorante a una stella Michelin. Altra Roma, altre età, altre storie, altri redditi. Menù vegetariano 85 euro, cena vino escluso 100 euro minimo. Eppure i 54 tavoli sono sempre prenotati. Il lusso non conosce crisi, evidentemente. «In 25 anni d’attività ho notato un cambiamento epocale. Intolleranze e allergie da cibo sono aumentate in modo esponenziale. Il motivo? O noi siamo più delicati, per l’inquinamento o lo stress, oppure siamo più viziati: malati immaginari che trasformano piccoli fastidi in minacce mortali. Sta di fatto che, in cucina, devo sempre più modificare i nostri  menù per adattarli alle richieste dei clienti», racconta Bowerman.
A poca distanza, c’è chi rimpiange la Trastevere del passato. Peter Berling, scrittore tedesco 83enne originario del Brandeburgo, trasferito a Roma nel 1969, nostalgico «di botteghe e artigiani. In un arco di 250 metri da casa mia c’erano 15 falegnami, tre idraulici, senza contare i piccoli alimentari. Oggi sono spariti tutti. La città si svuota delle sue ricchezze umane».
ATTENTI AI PAZZI DOPO MEZZANOTTE
Ancora avanti. La Vespa scivola nel traffico del venerdì sera. «Attenti ai pazzi dopo mezzanotte», avvisa un vigile. Svoltano senza la freccia, ignorano il limite di velocità, escono dai posteggi e aprono le portiere senza badare. È l’anarchia stradale notturna e romana, più forte di tutto  e di tutti. Le linee bianche sull’asfalto sono ormai invisibili. Verso le periferie spariscono i marciapiede. In bicicletta, a quest’ora, sarebbe quasi un suicidio. In moto devi fare così tanta attenzione che occorre fermarsi per guardare il gps. Nell’incanto di Piazza Venezia, i pedoni vanno controllati con la coda dell’occhio: qualcuno cerca sempre di attraversare di corsa. Poi su, per via Nazionale. Le volte marmoree della stazione Termini, sui lati esterni, sono ingombre dei sacchi a pelo e dei cartoni dei senzatetto. Via Marsala. Viale Castro Pretorio.
Allo Subbacultcha Alternative Clubbing, un locale che va per la maggiore, troneggia una scritta: «Un posto di cazzeggio neo-decadente per mondani ed eremiti, artisti e stacanovisti, opinionisti e silenziosi, vip e ignoti, star e fantasmi». Il vicino Aka (sta per Alcova Kink Academy) «promuove la cultura del Bdsm, ovvero “bondage dominazione sottomissione sadismo e masochismo”». Lo spiega, serissimo, il direttore-fondatore del club, il 47enne Stefano Laforgia, architetto barese trasferito nella capitale 17 anni fa. È riuscito a trasformare in business la passione della sua vita («la mia sessualità sadomaso»). I suoi blog raccolgono circa 800 contatti al giorno. Dice di collaborare con diverse università europee e presenta la sua attività come una dignitosa «rivoluzione culturale». La fidanzata è una chirurga israeliana trentenne. Ci sono anche, spiega, diverse “schiave”che lo aiutano nel locale. Come Maria Zorzi, bionda e statuaria genovese, 28 anni, che racconta, professionale: «L’ultimo happening? Gruppi di donne dominanti con uomini sottomessi».
La notte fonda preannuncia l’alba. Si intuisce dalle grida dei gabbiani, libere nel silenzio della città. Le strade vuote ci permettono di arrivare a Pigneto in 25 minuti. Era uno dei quartieri più degradati (abusivismo, spaccio, illegalità), da meno di un anno è stato ripulito. Quattro auto dei Carabinieri pattugliano senza sosta. Un successo per gli abitanti e la città intera. Non è così a San Lorenzo, dove quasi veniamo aggrediti da un paio di spacciatori che ci prendono per agenti. A terra, nelle piazze e di fronte ai bar, pile di bottiglie vuote. Una targa alla memoria di Yasser Arafat all’entrata del Liceo Machiavelli, i muri imbrattati di scritte. Qui, di polizia, neanche l’ombra.
il cupolone e il cornettaro
Quattro gazzelle con i lampeggianti accesi stazionano invece di fronte a Piazza San Pietro transennata, le pattuglie dell’antiterrorismo sempre all’erta. Sui lati, sotto i portici, di fronte alle librerie e alle istituzioni vaticane bivaccano centinaia di senzatetto. Come alla stazione Termini.Però qui paiono meglio organizzati, con coperte di lana pulite e fogli gommati trasformati in tende artigianali. Sullo sfondo la cupola di San Pietro, i marmi bianchi. Eternità e disperazione, mano nella mano. I barlumi grigiastri della prima luce mattutina ci trovano in via Oderisi da Gubbio, quartiere Marconi. Ci vengono in tanti per i panini del Re della Notte,
aperto sino alle sei di mattina. Molti altri sono assiepati pochi metri più avanti, al bancone del Cornettaro, fornaio-pasticciere attivo dal 1992. Un solo proprietario, il 53enne Antonio Schiena, sempre seduto alla cassa. «Girano meno soldi di una volta», dice. Ma non si lamenta.«Per chi vuole lavorare il posto e lo stipendio non mancano mai».
Guardiamo il contachilometri. Ne abbiamo percorsi 80 in 12 ore. Sono quasi le sei. La città si sta rianimando. Molti si apprestano a uscire di casa. Alcuni, stanchi, ci tornano. Noi con loro, dopo il nostro “viaggio al termine della notte” romana. Sarebbe piaciuta, a Céline, la Città Eterna nel Ventunesimo secolo? Probabilmente sì. Mense dei poveri, ristoranti dei ricchi, periferie, disperati pieni di alcol e di spiegazioni, due ruote sull’asfalto scuro. Tutto.