Sette, 27 aprile 2017
Buona avventura signor Ventura
Mister Giampiero Ventura, lo so che non si fa e, giuro, non lo farò mai più. Legga, per favore, questa cosetta che scrissi su Sette a fine agosto 2010 (faccia attenzione alla data).
«Ad alta voce?».
Se vuole, mi farebbe un grande onore.
«Leggo: “Per finire, una nota malinconica: il calcio più bello della scorsa stagione lo giocò il Bari di Ventura. Dove sta la malinconia? Nel fatto che Ventura è il più grande allenatore italiano e nessuna grande squadra ha mai pensato di dargli l’occasione di far vedere di cosa è capace ad alti livelli. Mourinho (e un po’anche Shakespeare) aveva ragione: c’è qualcosa di marcio nel calcio italiano”. La ringrazio, lei è stato davvero gentile».
Come fu che quel Bari dei miracoli precipitò in B l’anno dopo?
«Perché successero cose che non avevano a che fare con lo sport. Andai via tre mesi prima che la verità venisse a galla. Lasciai anche lo stipendio alla società, l’unico allenatore a farlo nella storia del Bari».
Erano tempi di calcioscommesse. aveva sentito puzza di bruciato?
«No, ma avevo capito che non c’era chiarezza. Accadevano fatti inspiegabili. Giocatori, reduci dalla stagione più gloriosa della loro carriera, che improvvisamente non giocavano più come potevano fare».
Non ebbe alcun sospetto?
«Per come sono fatto io, per la mia storia sportiva (all’epoca, erano trentatré anni che allenavo) e per la mia storia in generale, era impensabile, inimmaginabile, arrivare a tanto».
Passiamo a cose più belle. per ragioni di spazio devo sorvolare, invece di soffermarmi come mi piacerebbe, su episodi che hanno alimentato quasi una leggenda su di lei. il fatto che diventò un professore isef così preparato che Cesare rubini, il Mourinho del basket, la voleva nel simmenthal. L’epoca in cui esercitava come fascinoso e ammirato istruttore di nuoto. Le sue capatine a Montecarlo a vedere combattere pugili come Carlos Monzon nella stagione favolosa in cui il parterre de rois a bordo ring vantava star come Belmondo e Delon. Lei viene dipinto come un uomo di mondo, una persona dotata di un’ironia a prova di cabaret...
«Mi scusi, dove vuole arrivare?».
A questo: dalle nostre parti, il commissario tecnico della nazionale è una carica seconda solo a quella del presidente della repubblica (e, per alcune scuole di pensiero, addirittura superiore). Da quando è diventato ct il suo atteggiamento è cambiato rispetto al ruolo e al suo modo di essere?
«Proprio no. Perché credo che uno debba rimanere sempre se stesso. Anche se quando sei ct della Nazionale ogni parola può essere vivisezionata. Ogni tua riflessione rischia di essere interpretata male, una battuta ironica, poi, può creare fraintendimenti. Tanto è vero che a volte ho dovuto gestire il mio pensiero. Ho la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo, ho l’entusiasmo e la voglia di vivere di un bambino, mi piacerebbe ogni tanto anche poter sorridere, ma a questi livelli un’espressione può essere equivocata. Meglio sorridere quindi... ma con intelligenza».
Come definirebbe la sua vita: emozionante, esagerata?
«Ho avuto una vita, come posso dire?, viva. Però, devo essere sincero, da quando ho conosciuto mia moglie, cioè negli ultimi otto anni, la mia esistenza è cambiata radicalmente e in meglio. Ho il piacere e la gioia di alzarmi al mattino,il piacere e la gioia di ritornare a casa, il piacere e la gioia di incontrare un sorriso. Come si suol dire, ho messo la testa a posto».
La Puglia è stata un destino per lei. Portò il Lecce dalla C alla A in due anni. Inventò il super Bari e scoprì Bonucci e fece giocare alla grande Ranocchia. In Puglia, infine, ha trovato l’amore di sua moglie Luciana, la first lady del calcio italiano.
«La Puglia è straordinariamente bella e se ne stanno accorgendo tutti. Ho deciso di stare lì, dopo aver girato l’Italia in lungo e in largo (Genova, Milano, Albenga, La Spezia, Pistoia, Giarre,Venezia, Cagliari, Napoli, Torino), perché in Puglia c’è tutto quello di cui sento la necessità. Il mare, il sole, la gioia di vivere, l’allegria. Sono cose fondamentali per me nella vita di una persona, di una coppia. Ogni volta che metto piede in Puglia mi si allarga il cuore».
Lei abita a Bari?
«Bari Bari».
Il ct della Nazionale può risiedere dove gli pare o no?
«Istituzionalmente sarebbe preferibile abitare a Roma. Però io vivo benissimo a Bari. Lei non lo sa ma, ormai, sono barese d’adozione, mi hanno insegnato il dialetto e consegnato le chiavi della città. Quindi se vuole venire a Bari deve telefonarmi e vedrò se farle aprire le porte o no».
Capitolo “Ventura uomo d’affari”. Trasformando giovanotti in campioni (faccio solo due nomi, Belotti e Immobile, l’attacco della Nazionale, ma potrei farne decine e decine), lei fa guadagnare, un sacco di soldi alle società e ai giocatori.
«Sì, ma se ne dimenticano spesso (sorride). Dicevo sempre a Cellino, l’ex presidente del Cagliari, che il centro di Assemini, dove gioca la squadra, era per metà mio. Mi riferivo ai giocatori rossoblù pagati praticamente zero e rivenduti a cifre astronomiche. A Torino, poi, abbiamo esagerato con le plusvalenze».
Ne va orgoglioso?
«La cosa di cui vado più fiero (la posso dire? magari poi la cancelliamo) è che sono passate almeno cinque generazioni di allenatori, li ho affrontati tutti e sono ancora qui a parlare di calcio».
Come ha fatto? C’è un segreto?
«La voglia di mettermi in discussione sia come uomo, sia come allenatore, soprattutto, dal punto di vista tattico. Quando non alleni una squadra che lotta per lo scudetto devi escogitare soluzioni nuove per colmare il gap. Sono come quelli che vengono dalla strada. Chi viene dalla strada è più sveglio dei figli di papà perché si deve inventare ogni giorno la maniera di sopravvivere».
È una buona la metafora quella della strada.
«Non è una metafora, è la verità. Vengo da Genova, dal quartiere popolare di Cornigliano. Lì sono cresciuto. È il mio “natio borgo selvaggio”. Abitavo di fronte all’Italsider. Mi mettevo una camicia bianca, uscivo di casa, facevo cento metri e il colletto della camicia era diventato nero. Respiravo un’aria assolutamente mefitica. Da ragazzo non riuscivo a capacitarmi di come si potesse vivere così. Il mio solo desiderio era scappare e oggi posso dire di esserci riuscito. È chiaro che sono legato a quel posto e ho un miliardo e mezzo di aneddoti da raccontare. Giocavamo a calcio dalla mattina alla sera. Ci portavamo sempre dietro degli stracci perché alla fine della partita dovevamo ricordarci di pulire le scarpe (giocavamo vestiti in borghese). E se non le pulivi, erano botte quando rincasavi. Dovevamo essere un po’ più svegli degli altri, se no sulla strada venivi spazzato via. Quando avevo vent’anni ho vissuto un cambiamento epocale (ci fu perfino la rivoluzione sessuale), oggi ho la sfortuna di avere un’età, ma ho la fortuna e l’orgoglio di aver vissuto quel periodo. Chi non c’era, non può immaginare che cos’era».
Per mestiere, lei ha il privilegio di vivere con i giovani calciatori, questo le ha insegnato qualcosa sui giovani in generale?
«Le racconto una cosa che di recente mi ha molto turbato. Era un sondaggio inglese tra i ragazzi fino a 16 anni. La domanda era: “Puoi scegliere una cosa qualsiasi della vita, dal successo all’amore, da una macchina al denaro, che cosa vorresti?”. Il 70 per cento di quei ragazzi ha risposto: “Vorrei un amico”».
Perché l’ha turbata?
«Perché noi di amici eravamo pieni. Vivevamo solo di amici, solo con gli amici. Camminavamo con gli amici. Facevamo le ore piccole. Molte volte perché si ballava, molte volte perché si amava, ma molte volte perché semplicemente si chiacchierava con gli amici».
Lei ballava bene, era un Travolta, uno da febbre del sabato sera?
«No, ballavo solo per conoscere le ragazze. Ma non lo scriva questo».
Metterò che lei ballava in maniera strumentale.
«Bravo».
Da calciatore lei era un centrocampista. Era forte?
«Ero un buon centrocampista, ma ci si allenava poco e per giunta facevo una vita... sregolata, a volte tiravo tardi. Ho sbagliato diverse cose».
Non ha trovato uno che si prendesse cura di lei giovane calciatore, che lo aiutasse a crescere? Non ha trovato un Ventura?
«Esattamente. A quei tempi non c’era nessuno che ti prestasse un po’ di attenzione, che ti dicesse: guarda che stai facendo un errore. All’epoca era impensabile che uno nato nel natio borgo selvaggio potesse ambire a giocare in serie A. E, in generale, potesse ambire a diventare qualcuno. Chi nasceva lì, doveva morire lì. Questo era il concetto, questo era il destino già scritto. Che io ho sempre rifiutato con tutte le mie forze e sono fiero di esserci riuscito».
Una volta lei ha detto: non sono un tipo da rotocalco. Cosa intendeva?
«Che sono stato attento all’aspetto tattico,all’aspetto psicologico,ma non all’aspetto mediatico. Pensavo che fosse più importante essere che apparire. Invece c’è stato un momento che era assolutamente importante l’immagine».
Adesso penserà che io esagero con lei...
«Posso interromperla? Esageri, esageri pure».
Volevo dirle che lei è un maestro anche in appeal mediatico. Il suo primo giorno a Bari disse “Io alleno per libidine”, e fece saltare il banco delle tv e dei giornali.
«È lì che ho capito, ma forse questo non dobbiamo scriverlo, che bisognava apparire e non essere. La frase sulla libidine fece scoppiare una rivoluzione. La dissi con grande convinzione. Il significato era evidente: alleno non tanto per avere un contratto, ma per il piacere di farlo. Successe la fine del mondo: tavole rotonde, sessuologi scatenati. In seguito tornai sul luogo del delitto e dissi “Vincere contro la Juventus è stato un orgasmo”. Nuovo delirio: convegni, dibattiti, focus. Quelle frasi mi avevano aperto un mondo».
Dica la verità, mister, quante volte al giorno pensa alla partita con la Spagna per il Mondiale del 2 settembre?
«Mi creda, ci sto pensando poco».
Ci pensa poco perché in Spagna compì con il Toro la storica impresa di Bilbao, vincendo là dove nessuna squadra italiana aveva mai vinto?«No, perché ho da pensare all’Uruguay, che è un’amichevole importante e viene prima. Poi arriverà la Spagna. Sono fiducioso. Il gruppo dei ragazzi sta crescendo, c’è entusiasmo dentro e fuori il Club Italia. Ci sono, perché no?, i presupposti per scrivere una piccola pagina della storia della Nazionale».
Certo che non le hanno reso la vita facile, mister. È la prima volta che nelle qualificazioni mondiali passa una squadra sola. È la prima volta che l’Italia non è testa di serie.
«Forse è proprio perché hanno capito che c’erano queste problematiche che hanno chiamato me...». (Sorride).