Sette, 14 aprile 2017
L’uomo che diventò miliardario con un cd che nessuno voleva
Richard Branson ha 66 anni, e ne dimostra molti di meno, possiede oltre 400 aziende tra cui una nel Nuovo Messico che vende viaggi spaziali. Gli si accredita un patrimonio personale di oltre 5,5 miliardi di euro.
Ma nel gennaio del 1973 quando partì da Londra, diretto a Cannes in Costa Azzurra, Richard non aveva una lira in tasca e si lasciava alle spalle tutti i debiti fatti per aprire un negozio di dischi alternativo. Addosso aveva un po’ di inquietudine e in tasca, oltre alla speranza di cavarsela, una MC (allora si chiamavano cosi le musicassette) che poteva cambiargli la vita.
A Cannes si svolgeva ogni anno una specie di mostra mercato, chiamata Midem, dove discografici, produttori, editori musicali e artisti senza contratto si incontravano per farsi conosce e tentare di fare affari, stabilire nuove relazioni. C’era un buon motivo per pagare la tassa che l’organizzatore Bernard Chevry imponeva ai partecipanti: si evitava di girare per il mondo spendendo soldi per farsi dire di no da tutti. Al Midem te la sbrigavi nello stesso posto e in meno di una settimana, in più mangiavi bene e ti divertivi.
Ci sperava anche Richard Branson quando lasciò una cassetta alla reception dello stand Ricordi con un recapito per rintracciarlo. Mi disse poi che i giorni precedenti ne aveva lasciate a decine, nessuno si era fatto vivo. Gli feci dire di venire il giorno dopo. Quando entrò nel mio ufficio mi trovai davanti un perticone biondo/rosso con addosso il maglione bianco a trecce dei pastori scozzesi ed una musicassetta in mano.
Al Midem le principali case discografiche di tutto il mondo prendevano in affitto ampi spazi con attrezzature audio dove ricevevano colleghi e questuanti ed ovunque, sparso nell’aria, un senso di spensieratezza un po’ incosciente, esagerato, fatto di party sulle barche, promesse di affari, certezze di successo il tutto a ritmo di bouillabaisse e champagne. In quasi tutti la voglia di apparire quello che nella maggior parte non erano: ricchi, potenti, disinibiti ma soprattutto l’aria di scopritori di talenti. Nei locali di Cannes quasi tutti sniffavano spargendo ovunque quell’atmosfera finta, forzata da ultima notte. Sulle feste e sui brindisi aleggiava quasi sempre la consapevolezza dell’inutilità. Patti e intese verbali non sarebbero stati quasi mai rispettati: tante strette di mano, pacche sulle spalle e nessun contratto.
Si chiamava Richard Branson e quella era la sua prima produzione. Mi fece ascoltare Tubular Bells. Non dobbiamo scordarci che nel ’72 eravamo in piena era di rock duro e di progressive. Tutto il mondo era invaso dal sound degli Zeppelin, degli Stones e di Lou Reed e dall’interesse per la musica progressive degli Yes, dei Pink Floyd, Emerson Lake and Palmer e Genesis. Erano loro il riferimento e le loro chitarre rabbiose ed estreme conquistavano i ragazzi di tutto il mondo.
Melodia fascinosa. In questo mainstream Tubular Bell sembrava un placido carro di buoi che viaggia contromano in autostrada. Tuttavia l’ascolto del disco sorprendeva, era veramente diverso, non c’era niente di simile in giro: nessun rischio di passare inosservato. Inoltre dall’ascolto emanava uno strano fascino, quasi un incantamento che ti portava ad ascoltare di nuovo. Il suono di Tubular Bells non si scontrava con te ma ti avvolgeva, ti accarezzava, ti voleva bene. Insomma ti prendeva e non ti mollava, catching and attractive, direbbero gli inglesi.
Tubular Bells era composto da un brano solo, una specie di suite, che occupava tutto un CD, e per di più strumentale! Nel ’72 una vera follia. Solo un pazzo, anzi due, potevano pensare di aver successo con quella roba: Mike Oldfield e Richard Branson. Avevano ragione loro.
Il disco aveva una storia particolare. Mike Oldfield col progetto in testa, ne parlò a Branson, che decise si associarsi nella produzione. I due, amici di liceo, erano sempre impegnati alla ricerca dei soldi per fare andare avanti la registrazione del disco. Non erano studenti brillanti tanto che un giorno il direttore della scuola chiamò il padre di Branson per lamentarsi del comportamento di Richard.
«Suo figlio è interessato solo ai soldi: diventerà un delinquente oppure un miliardario!». Un vero profeta.
Ma i soldi non bastavano mai e non potendo pagare gli orchestrali Oldfield stesso aveva dovuto suonare ben 29 diversi strumenti. Ci mise un anno a finire una produzione veramente atipica, una fatica immane. Ma tutto questo lo avrei saputo dopo.
«Cosa chiedi di anticipo per cedere i diritti del disco per l’Italia?», chiesi a Branson dopo l’ennesimo ascolto
«Mille dollari vanno bene?», rispose con l’aria di uno che è disposto ad accettarne 500.
«Bene», risposi, «entro un mese pubblichiamo il disco».
Il progetto era inconsueto ma affascinante, il costo abbordabilissimo per la Ricordi. Decisi di tentare. Concludemmo rapidamente: me ne sarei vantato per tutta la vita.
Quello che successe a Tubular Bells nei mesi successivi ricorda una favola. In Inghilterra il disco era rifiutato da molti al punto che Branson decise di fare una sua casa discografica, la Virgin Records, una label che sarebbe diventata storica e di cui Tubular Bells fu il primo disco pubblicato e a tutt’oggi il più venduto nella storia dell’azienda (oltre 40 milioni di copie del mondo). Se si esclude l’Inghilterra, l’Italia è il primo Paese dove il disco entrò nelle top 10 di vendita, e pochi mesi dopo il regista William Friedkin ne utilizzò un frammento inserendolo nel film L’esorcista e anche negli Stati Uniti fu un trionfo. La Virgin Record si conquistò rapidamente la fama di etichetta molto libera e aperta a ogni tipo di creatività attraendo artisti in quanto simbolo di grande indipendenza e libertà di espressione. Dopo Oldfield arrivano i successi dei Sex Pistol, di Boy George, dei Simple Mind e dei Culture Club. In pochi anni la Virgin divenne la più importante tra le major indipendenti, sempre però incarnando lo spirito di Branson, rapporti informali, orari di lavoro flessibili. Chi ci lavorava sentiva di far parte di un progetto innovativo. Il garage dove aveva sede la società incarnava perfettamente l’idea che aveva Branson di fare business e di come mantenere le sue relazioni umane e di affari. Era il segreto del suo successo ed è tuttora il suo simbolo distintivo unitamente a una grinta sorridente che lo ha portato sempre un passo davanti a tutti quando decise di diversificare la sua attività. Un vero tycoon. Gli impiegati del gruppo Virgin quando si sposano o hanno figli possono restare a casa (pagati) per un anno. Ognuno lavora su un progetto specifico senza obbligo di andare in ufficio o timbrare cartellini. Insomma nessuno come Branson comprese come il successo imprenditoriale dipenda dai rapporti che hai con i tuoi collaboratori. Un Adriano Olivetti d’oltre Manica. Un imprenditore clochard ma che esercitava sulle persone un fascino irresistibile proprio per la nonchalance con cui affrontava questioni di enorme importanza, sempre sorridente ma mai disposto a farsi mettere sotto i piedi da quell’establishment che oggi lo applaude ma che prima lo ostacolò e poi fu costretto dal suo successo ad accettarlo. Ne sa qualcosa la British Airways accusata da Virgin Air di concorrenza sleale: per non finire in tribunale, decise di pagare un risarcimento di quasi 4 miliardi che Branson distribuì a tutti i dipendenti, Complici forse quei 1000 dollari portafortuna diventammo amici, ci frequentammo molto e andammo spesso in vacanza insieme. Branson non sapeva sciare. Ricordo un weekend a St. Moritz dove imparò a scendere dal Korvash, (pista difficile) in due giorni, con poco stile ma con una determinazione tutta British. Divertirsi soltanto non gli bastava. Aveva bisogno dell’adrenalina che ti invade quando fai le cose estreme. Branson più che un coraggioso era un temerario ma con gli occhi ben aperti.
Il diritto dei consumatori. Non ha mai amato la mondanità, pensa in grande e qualunque impresa per lui non sembra impossibile, un don Chisciotte che però le battaglie le vince tutte. Con le ferrovie inglesi, con la compagnia aerea e così via in ogni impresa diversa riesce a far sempre emergere lo spirito Virgin, cioè il suo, fatto di sostanza, stile poco appariscente, sfida sui prezzi ai competitor rivali e gran rispetto dei diritti del consumatore.
Da un paio di decenni si diverte inventandosi nuove sfide ma sempre con un occhio alla tutela dell’ambiente. Ha battuto il record di attraversamento dell’Atlantico con un motoscafo veloce, ha fatto più volte il giro del mondo in mongolfiera. Ora lavora a un progetto per arrestare l’aumento del riscaldamento terrestre. Qualunque impresa intraprenda ha successo: alberghi, palestre, cibi ecologici, ferrovie o trasporto aereo. È stato nominato baronetto dalla Regina, ma nelle sue aziende c’è il divieto di chiamarlo Sir.
Un vero inglese aperto alle curiosità, rappresenta in pieno quella generazione di grandi uomini di talento che fecero grande l’Inghilterra finanziando viaggi, lo studio delle scienze, la scoperta di nuovi territori e lo sviluppo tecnologico dell’industria.
Qualche mese fa è stato a Milano per inaugurare l’ennesima palestra e ci siamo parlati. Ha una memoria formidabile. Con tutte le situazioni in cui si è trovato coinvolto si ricorda ancora di quando nel ’73 prese l’aereo da Nizza per rientrare a Londra con in tasca il primo contratto firmato per Tubular bells.
«C’era la tua firma su quel contratto. Mi ha portato fortuna, lo conservo ancora».
È vero tutto è partito da quel ’72 a Cannes, e i primi passeggeri spaziali mentre lasceranno la terra per un viaggio nel cosmo non riusciranno mai a collegare quella loro esperienza con Tubular Bells, un disco di “campane tubolari”.