La Stampa, 3 maggio 2017
Il politologo Moises Naim: «Caracas usa il modello cubano di repressione e stato di terrore»
«Il regime chavista sopravvive grazie all’aiuto di Cuba. Questa è una cosa che il mondo deve sapere». La denuncia viene da Moises Naim, politologo americano che in Venezuela era stato ministro dell’Industria e del Commercio.
Cosa intende quando dice che L’Avana sostiene Maduro?
«Questa è una variabile importantissima. Per Cuba è vitale conservare l’amicizia con il Venezuela, cominciata dalla prima elezione di Chavez. I cubani controllano posizioni importantissime nel governo venezuelano».
Quali?
«L’Avana possiede anni di esperienza su come gestire uno stato di polizia. Se sei una dittatura, una cosa di cui devi sempre preoccuparti è come evitare che i militari si rivoltino contro di te. Cuba ha costruito un sistema molto sofisticato di controllo e di incentivi, per garantire che non ci sia mai un’insurrezione contro il governo da parte delle forze armate. Questa esperienza, tecnologia, e capitale umano, sviluppati nell’arco di sessant’anni per gestire uno stato di polizia, sono stati trasferiti con grande successo al Venezuela».
È la ragione per cui le speranze dell’opposizione di portare l’esercito dalla sua parte sono finora fallite?
«Esatto. Il modo in cui viene gestita la repressione, molto selettiva e intelligente, rispecchia le tecniche usate dai cubani. Anche i “colectivos”, cioè i gruppi di civili armati filogovernativi, ricordano il lavoro che i comitati di quartiere Cdr svolgono da sempre sull’isola».
Come spiega l’accelerazione delle proteste?
«Con la disperazione. La gente è alla fame, anche chi appoggiava Chavez e Maduro si è stancato. È triste vedere come questo governo, che in teoria dovrebbe essere progressista, di sinistra e vicino ai poveri, non prenda alcuna iniziativa per risolvere i problemi e usi la violenza per restare al potere».
Di chi è la colpa?
«Bisogna sfatare due miti. Il primo è che Chavez era un genio, e la crisi è scoppiata perché Maduro è un incompetente. Non è vero. Maduro fa quello che voleva Chavez, il progetto originale è fallito. Secondo, tutto è dipeso dal crollo del prezzo del petrolio. È falso. Già con Chavez, quando il greggio costava 100 dollari al barile, il sistema produttivo era stato distrutto».
Ora cosa si aspetta che succederà?
«Le elezioni che chiede l’opposizione sarebbero l’unica via d’uscita democratica, ma il regime sa che perderebbe e quindi le eviterà, anche perché i suoi leader hanno rubato e ammazzato, e se fossero sconfitti finirebbero in tribunale, non a godersi la pensione in Costa Azzurra. La guerra civile è anche improbabile, perché le guerre civili scoppiano tra fazioni rivali delle forze armate, e gli oppositori non sono armati e non hanno alleati tra i militari. Temo che la repressione diventerà più brutale, prima che si possa trovare una soluzione. Al massimo il regime cambierà faccia, restando però la dittatura che è sempre stata».
Cosa può fare la comunità internazionale?
«La cosa buona è che finalmente l’America Latina sta prendendo le distanze dal regime, Brasile e Argentina non lo aiutano più. Bisogna tenere alta la pressione, affinché il chavismo perda la capacità di resistere».