La Stampa, 3 maggio 2017
Il parroco del rione Sanità citato dall’ex premier: «Non chiamatemi renziano»
Si accende una sigaretta. «Io non sono renziano. Sono un prete». Allora mettiamola in questo modo: è Matteo Renzi che si sente loffrediano. Don Antonio Loffredo, tira una boccata profonda e guarda con dispiacere la tazzina di caffé ormai vuota. «Andrè non mi mettere nei guai». È il nuovo -vecchio segretario del Pd che la cita come esempio per il paese, noi vorremo solo sapere perché. «Non mi piace essere tirato per la giacca. E anche se credo che Renzi abbia parlato col cuore, io sono ecumenico. Chiunque ci venga a trovare è benvenuto». Vuole un altro caffè don Antò? «Sarebbe il terzo». Lo prende.
Capodimonte, catacombe di Napoli, il quartiere Sanità, dove don Antonio regge cinque parrocchie, si spalma scombinato e pieno di ammaccature lungo le strade che scivolano giù dalla collina. Case accavallate, vicoli stretti, grida, motorini smarmittati sotto un cielo basso, camorra, baby gang, cemento, piazze dello spaccio, due scuole per ottantamila persone, nessun cinema, nessun campo da calcio, un ospedale solo. Che sta traslocando. La fotografia di un quartiere che si sente (si sentiva) con un umore suicida. Poi è successo qualcosa. Sedici anni fa. È arrivato un prete di strada che non sembra un prete. Famiglia bene, fratello imprenditore, imprenditore a sua volta (ma in un altro modo, senza profitti), don Antonio gira col maglione e con i jeans, fuma come un turco, parla come un sociologo, dice parolacce e cose bellissime a un sacco di ragazzi che prima di lui sapevano sempre che strada scegliere. Quella sbagliata. Don Antonio ha mostrato loro la via del privato sociale. Teatro, musica, arte. Il mondo è nostro, lo facciamo più bello? Ha messo assieme un sacco di sì. Semi di un albero che cresce. A fatica. Ma cresce. Cooperative che lavorano per la comunità. Come la Paranza, venticinque ragazzi, che gestiscono le Catacombe di Napoli. Ottantamila visitatori in un anno contro i seimila che venivano impauriti prima della rivoluzione loffrediana. E adesso è attorno a don Antonio, che crescono le iniziative per i 50 anni della morte di Totò. Bene. Ma che c’entra con Renzi?
C’entra. Perché il nuovo-vecchio segretario, finita la conta dei voti, ha preso il microfono e ha spiegato come vorrebbe la nuova classe dirigente di questo paese sbilenco: come i ragazzi di don Antonio al rione Sanità. Ma non era l’angolo più buio del pianeta? Lo era. Renzi l’ha scoperto durante i suoi giri con il trolley. Un giorno si è presentato da don Antonio e quello, dopo avergli mostrato il suo mondo, gli ha detto: «Le persone non le devi convincere, le devi emozionare». Un innamoramento immediato. Seguito da un ragionamento semplice: se i fiori rinascono sulle pietre della Sanità anche il Pd ha una speranza. Forse.
Il sindaco De Magistris si è inquietato. E ieri ha fatto chiamare don Antonio: da che parte stai don, con me o con lui? La politica, che fino a poche ore fa guardava il rione con la tristezza distante di una statua che piange lacrime di rame adesso pende dalle labbra del prete di strada. «Io mica ragiono come loro. Per me conta solo la collaborazione. Eppure nel tritacarne Italia ti devono sempre collocare da una parte o dall’altra. Ma ti pare che io debba ricucire col sindaco solo perché Renzi è venuto a parlare con me? Comunque non lo scrivere». Lo scrivo. Alza le spalle. Alla Sanità la vita è sempre stata un gatto che ama affilare le unghie sull’anima del quartiere, figurati se sono questi i problemi che lo scuotono. «Il Pd si deve ricostruire partendo dal territorio. Deve farsi vedere. Esserci. Altrimenti è ovvio che prendono piede i populismi. E se fossi Renzi sarei un po’ più cauto nel dire che la nuova classe dirigente deve essere come i ragazzi delle nostre cooperative. Non basta fare battaglie dal basso per arrivare in parlamento. Ce ne sono già troppe di massaie e di anime belle lì. Certi posti spettano a chi ha le competenze, altrimenti si diventa come i grillini». Ops. Non sembra un complimento. Parliamo di loro? Non le piacciono i grillini? «Non mi piace il populismo. Perchè si nutre di ignoranza e finisce per alimentarla. Noi che lavoriamo in posti in cui l’ignoranza regna sovrana sappiamo che è il male di tutti i mali. Alla Sanità si ragiona più con la pancia che con la testa. Comprare un voto è facilissimo. Bastano trenta euro. Per questo combattiamo il populismo con la cultura. Servono bellezza e consapevolezza». Questo sì che è un programma di sinistra. «Non è redditizio? È una fesseria. Solo alle catacombe lavorano 25 ragazzi del quartiere. La qualità della vita forse non la puoi calcolare in denaro. Ma conta molto di più. E alla lunga produce anche benessere economico». Stende un foglio sul tavolino. È la fotografia della piazza e della chiesa di San Severo. Sono le strade di Totò. «Abbiamo ridipinto la facciata. Rifatto il selciato. Messo le panchine. Portato il bello. Lo vedi questo ragazzo qui?». Mostra un puntino blu in un angolo. «Prima spacciava. Adesso vende magliette di Totò. Magari senza licenza. Però lo fa. Sono soddisfazioni intime che su un giornale non si possono spiegare». La politica delle persone che dà una gomitata alla politica dei massimi sistemi fatti cadere da marte. Ce la fa Renzi a mettersi sulla sua scia? «Io non lavoro per la politica. Lavoro per le persone. Mi limito a qualche pennellata in un progetto più grande di me. E al vescovo l’ho già detto: dopo sedici anni è arrivato il momento di preparare la mia successione». Si autorottama. E fare politica? «Mai. Quando me lo chiedono rispondo sempre allo stesso modo: io sono già ministro. Più di così non si può avere» Enzo Porzio gli appoggia una mano sulle spalle. «Vuoi un altro caffè don?». E lo guarda con la felicità della gente che scende dal treno quando arriva a destinazione. Il don dice: no grazie. «Mi raccomando, non scrivere che sono renziano». Ci mancherebbe.