il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2017
Il lavoro pesa solo per un sesto dei costi, il guaio sono i ricavi
Il caso Alitalia è di una semplicità estrema: vent’anni di ininterrotti errori strategici e gestionali si sono tradotti in una serie ininterrotta di perdite aziendali e oneri a carico della collettività. È ancora possibile interrompere il circolo vizioso?
Dopo l’esito negativo del referendum sull’accordo sindacale è giustificato che gli azionisti attuali non vogliano ricapitalizzare l’azienda e che, con l’esaurirsi della cassa, chiedano l’amministrazione controllata. Le chiavi aziendali vengono affidate al governo. Dopo la nomina dei commissari occorre trovare i fondi per la gestione corrente e l’operatività dei voli. Alitalia ha già venduto biglietti per voli futuri, incassandone i proventi e spendendoli, essendo in perdita, per pagare i costi di voli precedenti. I fondi per assicurare i voli futuri non sono reperibili sul mercato, nessuna banca sarebbe disponibile a prestarli in assenza di garanzia pubblica. Molto meglio allora un prestito diretto del Tesoro, che può avvenire a condizioni economiche più vantaggiose dato che il Tesoro può emettere titoli pubblici sul mercato a tassi contenuti. Questo è un aiuto di Stato (come la garanzia pubblica) e pertanto occorre l’autorizzazione comunitaria.
Molti contestano l’opportunità a mettere altri soldi pubblici in Alitalia. L’alternativa vera, però, è se metterli in Alitalia o fuori da Alitalia, per sostenere dipendenti che perdono il lavoro a seguito della crisi aziendale. Dovendo spendere soldi, è forse meglio farlo transitoriamente per cercare di rimettere in piedi un’azienda che può garantire, se ben gestita, un’elevata occupazione anziché stabilmente per pagare sussidi di disoccupazione.
Cosa dobbiamo attenderci dai commissari scelti dal governo? In primo luogo, che rassicurino i consumatori sulla continuità dei voli ed evitino una caduta delle prenotazioni. In secondo luogo che verifichino i conti della gestione. Siamo a maggio e nulla si sa del bilancio Alitalia del 2016, tranne le indiscrezioni su una perdita record.
Se conoscessimo il bilancio potremmo capire molto di più su cosa non va. Possibile che la crisi in corso sia stata gestita senza che nessuno abbia chiesto all’azienda di rendere noto il bilancio? Dai dati Enac sappiamo che nel 2016 i passeggeri sono rimasti stabili. Dunque il peggioramento del risultato economico deriva da una caduta dei proventi per passeggero oppure da una lievitazione dei costi, che tuttavia non si è verificata in nessun altro vettore europeo.
I commissari dovranno provvedere a una revisione dei contratti di fornitura che determinano quasi i cinque sesti dei costi industriali dell’azienda. Il costo del lavoro pesa ormai solo un sesto dei costi operativi totali di Alitalia e non è mai stato così basso nella sua storia così come nella storia di nessun’altra compagnia di bandiera o di tipo tradizionale. Nei primi anni della gestione Cai era pari o superiore a un quinto. Invece la flotta, principalmente il leasing e le manutenzioni, ha pesato per un quarto dei costi industriali del 2015 mentre nel 2009, al debutto di Alitalia privata, pesava solo per un quinto. Non è curiosa questa lievitazione? I risparmi realizzati sul personale sono stati integralmente spesi in maggiori costi della flotta. Il carburante pesa per un quarto circa e i servizi a terra e in rotta per poco più di un terzo. Anche in questo caso sarà necessaria un’approfondita analisi e revisione.
I commissari dovranno anche valutare l’adeguatezza dell’offerta e della politica dei prezzi. Alitalia vola con una flotta sbagliata, carente sul lungo raggio e abbondante sul breve, ma non può essere modificata in pochi mesi. Invece se vi sono errori nelle politiche di prezzo essi possono essere corretti rapidamente.
I proventi medi per passeggero sembrano essere ormai scesi, in base ai dati del bilancio 2015, ai livelli dei vettori low cost non estremi. Tuttavia se guardiamo sui siti di prenotazione le tariffe puntuali per partenze nei prossimi giorni vediamo che esse appaiono fuori mercato rispetto alla concorrenza. Inoltre sui voli Alitalia in media un posto ogni quattro disponibili resta vuoto mentre nei vettori low cost meno di uno su dieci e negli altri grandi vettori di bandiera meno di due su dieci. Con un load factor così basso, Alitalia non potrà mai raggiungere l’equilibrio economico neanche in presenza di costi medi dei voli pienamente efficienti.
O sono sbagliate le politiche di prezzo oppure Alitalia serve troppe poche rotte con troppe frequenze per ognuna, offrendo una capacità eccessiva rispetto alla domanda.
Si tratta di ipotesi teoriche, non disponendo dei dati della gestione aziendale. Molte cose per migliorare la gestione possono e debbono essere fatte in poco tempo. Si tratta di rimettere in ordine l’azienda così come si farebbe con un appartamento in cui devono venire in visita a breve i possibili acquirenti.
*professore di Economia alla Bicocca di Milano