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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Alitalia, via al piano risparmi ma le banche restano divise

MILANO Tanti medici al capezzale (ieri è arrivato anche Matteo Renzi), nessuna cura certa. Alitalia viaggia verso l’amministrazione straordinaria senza vedere ancora l’uscita del tunnel. L’ex premier ha fissato ieri i suoi paletti, smorzando il “decisionismo” della prima ora di Carlo Calenda e Pier Carlo Padoan. Le elezioni non sono troppo lontane, condizionarle con il crac della compagnia non è il caso. Ergo – ha messo le mani avanti Renzi – «sono certo che il governo non lascerà andare in malora Alitalia». Il prestito ponte da 4-500 milioni negoziato con Bruxelles dovrebbe traghettare la società fino a dopo l’estate senza scossoni. Poi si può sempre tornare a bussare alla Ue chiedendo l’ok a un prestito bis.
Per il momento quindi, anche per non mandare in tilt prenotazioni e operativo, meglio gettare acqua sul fuoco: «Non possiamo dire si chiude, si fa lo spezzatino o peggio ancora puniamo i dipendenti per il no all’accordo: sarebbe allucinante» ha detto l’ex segretario del Pd. E la sua linea sembra aver convinto anche il governo. Dopodomani il cda di Alitalia chiederà – salvo clamorose sorprese – l’amministrazione straordinaria. L’esecutivo girerà la cloche a stretto giro di posta ai commissari. E questi – grazie al salvagente dei soldi pubblici – cercheranno una soluzione “quasi” unitaria per il salvataggio. Il modello – Renzi dixit – è l’operazione Meridiana. Primo punto: disegnare il piano industriale e raggiungere un’intesa sul taglio ai costi con i dipendenti. Secondo: l’individuazione di un partner estero (Lufthansa è in pole) affiancato da soci italiani tra cui le banche cui vendere l’azienda riducendo al minimo i traumi sociali e i contraccolpi sui voli. Mettendo sul piatto in sovrappiù lo zuccherino di una garanzia pubblica – si parla di 3-400 milioni – tramite Invitalia. Tempo a disposizione per quadrare il cerchio: sei mesi, allungabili (specie se una soluzione è a portata di mano) con un prestito supplementare.
Facile a dirsi, più difficile a farsi. Le frizioni tra governo e Renzi – ora parzialmente rientrate – sono solo una delle tante cacofonie attorno ad Alitalia. Un corto circuito c’è stato anche sul toto- commissari: nelle ultime ore è spuntata la candidatura forte di Mauro Moretti, ex ad di Leonardo. Ma Luigi Gubitosi ha puntato i piedi e dopo un incontro volante con l’ex premier, le sue quotazioni hanno ripreso quota. Al suo fianco ci dovrebbero essere il commercialista Enrico Laghi e un esperto di cose legali.
La nuova Troika di Alitalia userà il salvagente statale e i soldi incassati con i biglietti per pagare le spese necessarie a tenere in volo gli aerei. Servono circa 7,6 milioni al giorno per carburante, stipendi, noleggi dei jet, manutenzione e diritti di decollo e atterraggio. Poi provvederà al piano industriale, forse – per assurdo – il capitolo più semplice. Quello messo a punto da Etihad & c. (più lungo raggio, meno breve) è già una buona base di partenza. Due terzi dei tagli previsti (circa 280 milioni) non riguardavano il personale e possono essere mandati avanti in tempi stretti. Poi c’è da ridiscutere il tema del costo del lavoro. Trovando, dopo il corto circuito del referendum, interlocutori affidabili. A Meridiana i dipendenti hanno accettato una sforbiciata del 30% allo stipendio e 395 esuberi su 2.100 persone per aprire le porte all’ingresso della Qatar Airways con il 49% del capitale. Difficile arrivare a tanto in Alitalia.
Una volta che tutti i tasselli saranno a posto, è la speranza di tutti, un’Alitalia risanata non dovrebbe faticare a trovare acquirenti. Il governo spera di convincere i soci finanziari a salire a bordo convertendo i loro crediti in azioni. IntesaSanPaolo, davanti a una proposta credibile, pare disposta a rifare la sua parte. Unicredit, che nel falò dell’ex compagnia di bandiera ha bruciato 500 milioni, sarebbe più riottoso. Come Generali, che in portafoglio hanno 375 milioni del bond Dolce Vita emesso da Alitalia. Atlantia potrebbe fare uno sforzo per salvare il suo investimento in Aeroporti di Roma. L’alternativa a questo percorso soft, ovviamente, resta la liquidazione a pezzi. La politica però non ne vuol sentir parlare. Almeno fino a dopo le elezioni.