la Repubblica, 29 aprile 2017
«Il futuro senza oggetti»
Ha dissacrato il design e nobilitato la plastica. Scandalizzando il mondo ha conquistato il titolo di più grande designer vivente. Come lui nessuno mai. Philippe Starck, 68 anni e cinque figli (l’ultima l’ha chiamata Justice) avuti da quattro donne diverse, non ha ancora perso la voglia di guardare al futuro. Un futuro che, a pochi giorni dalla chiusura del Salone del Mobile di Milano, sente di poter dire con certezza: «Sarà senza design».
Circondato da uno stuolo di adoratori, e dall’immancabile consorte Jasmine con cui si è sposato nel 2008 facendosi tatuare la fede sull’anulare, Philippe Starck sorride solo con gli occhi: «Il design non esisterà più perché siamo destinati a vivere in spazi vuoti. La maggior parte degli oggetti che ci circondano sparirà perché saranno integrati altrove. Il riscaldamento e l’illuminazione inseriti nelle pareti». Sembra un messaggio cifrato per tutti quelli che, nel suo ambiente, al design ci credono troppo: «La forma dei mobili muterà per adattarsi alla salute del corpo». Lo Starck pensiero sul futuro è inquietante: «Se devo immaginare come saremo penso ad esseri nudi in una bolla bianca, circondati dalle comodità necessarie. Tutto ciò che conosciamo si dissolverà in favore di scelte emotive come i fiori o una scultura». La parola che preferisce in questo momento è “dematerializzazione”: «Interesserà ogni progetto. Porterà inevitabilmente all’obsolescenza delle cose. Domani conterà essere più potenti, avere più competenze e più informazioni nello spazio più piccolo possibile». È quasi cinico quando afferma: «Fino ad oggi scopo del design è sempre stato quello di rendere tollerabili alla vista quegli elementi di cui non si può fare a meno. Domani questo bisogno non esisterà più e saremo liberi di essere noi stessi, protetti da ciò che è contrario all’essere e al pensiero umano». C’è da chiedersi se non sia un visionario: «Sono orientato al futuro in modo congenito, primo perché sono nato in una famiglia d’inventori aeronautici ipertecnologici e poi perché soffro di amnesia. Ma più di ogni altra cosa sono affascinato, quasi ossessionato, dal genere umano e dalla nostra storia evolutiva». Nel 2017 Philippe Starck, che vive tra Parigi, Burano e il resto del mondo, ha priorità inedite. Interrogandolo sull’ordine in cui pone lavoro, sesso e amore non ha esitazioni: «Prima di tutto viene l’amore per gli esseri umani. Poi c’è l’amore che, ovviamente, si accompagna al sesso». Del lavoro non parla. Ciò che sicuramente conta è l’ecologia. «Era importante fin da ragazzo, assai prima che diventasse trendy. È sempre stata qualcosa a cui prestare attenzione, nella vita quotidiana e nel mio mestiere di sognatore professionista». E oggi l’ecologia muove i fili del suo bruciante progettare: «Sono stato tra i primi a promuovere il cibo bio e le “House” prefabbricate. Il design deve essere politico ed ecologico. Non abbiamo alternative: dobbiamo pensare in modo verde, perché viviamo una situazione critica e indifferibile. Bisogna fare qualcosa più rapidamente possibile». Per Starck essere green è un’urgenza: «Abbiamo superato i limiti di sicurezza del pianeta. La Terra non può continuare a consumare in questo modo. C’è un’unica sensazione che dobbiamo provare adesso ed è il panico. Deve cambiare tutto, perché non siamo completamente stupidi».
Se non fosse diventato Philippe Starck avrebbe voluto fare lo scienziato. Per lui, quell’alchimia tra ricerca e conoscenza, è la nuova poesia: «È quanto di più romantico esista. Grazie agli scienziati e agli astrofisici ho conosciuto il suono dell’intelligenza umana e ho potuto cogliere il nesso tra matematica e leggi che ci governano. Ho sentito la poesia che viviamo ogni giorno. Sono loro gli eroi della nostra epoca, loro che danno forma al mondo, loro che ci fanno andare avanti. Solo la scienza abbinata alla filosofia ci fa scoprire che cosa sia la vera poesia». Starck si è sempre definito un pigro. In realtà è più un outsider: «A scuola non riuscivo ad adeguarmi, non capivo la società e non riuscivo a concepire come funzionasse il mondo attorno a me». Il dramma della sua vita è stato quello di non riuscire ad imparare. Nulla. «Non ho mai imparato se non tramite l’esperienza diretta. Ho provato tutto e ne ho sempre pagato il prezzo. Sono intuitivo, ma incapace di comprendere ciò che mi spiegano. È stato proprio il design a scegliermi, non il contrario».