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 2017  aprile 29 Sabato calendario

L’ultimo avvertimento di Trump: «C’è rischio di un grande conflitto»

NEW YORK L’intera comunità mondiale – Cina in testa – deve aumentare drasticamente le sue pressioni sulla Corea del Nord, altrimenti si va verso «una catastrofe». E l’America è pronta a intervenire militarmente se necessario. Lo ha detto il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, parlando alle Nazioni Unite. Il capo della diplomazia Usa si è allineato con l’avvertimento che il suo presidente aveva lanciato la sera prima in un’intervista all’agenzia Reuters.
«C’è una possibilità – aveva detto Donald Trump – che finiamo in una grande, grande guerra con la Corea del Nord. Assolutamente».
Tillerson ha specificato le azioni che la comunità internazionale deve prendere immediatamente: primo, applicare con la massima severità le sanzioni già approvate dall’Onu e in vigore contro la Corea del Nord; secondo, sospendere o ridimensionare le relazioni diplomatiche con quel paese (per chi ne ha ancora: non è il caso degli Usa); terzo, aumentare l’isolamento finanziario e tecnologico di Pyongyang applicando sanzioni anche contro quei paesi terzi che continuino in qualche modo a sostenere il programma missilistico e nucleare di Kim Jong-un. Principale destinatario di queste tre proposte è sempre la Cina, il Paese che ha le maggiori relazioni politiche ed economiche con il suo “vassallo” nord-orientale. L’Amministrazione Trump, in continuità con quelle che l’hanno preceduta alla Casa Bianca, è convinta che la Cina non abbia usato tutte le leve di cui dispone per costringere la Corea del Nord a rinunciare ai suoi test illegali. E il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si dice «allarmato dal rischio di un’escalation militare nella regione, anche per un errore di calcolo o malintesi».
Tillerson ha riproposto anche l’opzione di un dialogo diretto fra Washington e Pyongyang. Ma lo ha fatto ponendo come condizione preliminare che la Corea del Nord smantelli il suo programma nucleare prima ancora che il dialogo cominci. Diverse Amministrazioni Usa nel passato esplorarono anche questa strada, con risultati modesti: un contatto diretto fra i governi dei due Paesi è di per sé un grosso successo d’immagine per la Corea del Nord che ne ricava una legittimazione; quando questi contatti ci furono ebbero il risultato di congelare i test nucleari e missilistici ma solo temporaneamente; non appena la Corea del Nord ritenne di non ricavarne concessioni sufficienti (per esempio aiuti economici) i test ripresero. Da parte sua Trump è tornato anche a esercitare pressione sul suo alleato, la Corea del Sud. Riecheggiando la stessa polemica che lui ha con gli europei sulle spese della Nato, il presidente ha rilanciato la richiesta che Seul paghi il costo del sistema avanzato di difesa missilistica, che lui stima sia di un miliardo di dollari. Quel sistema è lo “scudo” con cui gli americani tenterebbero di proteggere la Corea del Sud da eventuali attacchi missilistici di Kim Jong-un.
Dietro la doccia scozzese delle dichiarazioni americane, l’alternarsi di toni minacciosi e ultimatum a cui seguono richieste alla Cina perché «risolva lei il problema», gli stessi esperti di geopolitica americani sono incerti sull’interpretazione da dare alle mosse di Trump. Da alcune settimane è stata rispolverata nelle analisi la “teoria del pazzo” che risale a Richard Nixon. La storia si riferisce agli ultimi anni della guerra del Vietnam, quando i combattimenti infuriavano ma erano in corso paralleli negoziati di pace a Parigi. Nixon suggerì al suo segretario di Stato Henry Kissinger la seguente tattica: far credere alla delegazione vietnamita che il presidente era psicologicamente instabile, e quindi capace in un impulso di lanciare la bomba atomica. Trump secondo alcune dietrologie starebbe tentando la stessa tattica per spaventare Kim Jong-un e indurlo a una ritirata. Gli stessi storici però ricordano che la “teoria del pazzo” non ebbe alcuna efficacia verso i dirigenti del Vietnam, che non abboccarono. Altri esperti americani, memori del fatto che Trump si vanta di non leggere libri e quindi di storia sa poco, sono andati a cercare ispirazione nel libro che ha scritto lui (o quasi): “The Art of the Deal”, una sorta di manuale di consigli per avere successo negli affari. Le tattiche negoziali del businessman sono piene di bluff. Non è detto che funzionino con Kim. E poi The Art of the Deal è tradotto anche in coreano.