la Repubblica, 29 aprile 2017
L’amaca
Quando a dire «io so, ma non ho le prove» era Pasolini, si trattava di un intellettuale cosciente di dare scandalo, forte solamente del proprio pensiero, e rischiando di suo. Ma se a dire «io so, ma non ho le prove» è un procuratore della Repubblica, ovvero una persona che solo attraverso le prove dovrebbe esprimersi, allora c’è qualcosa che non va. Anche perché a rischiare, se è un magistrato inquirente e non uno scrittore a pronunciare l’«io so», sono i potenziali inquisiti.
Ma il procuratore di Catania non è il solo a usare indelicatezza, nella delicatissima faccenda del salvataggio in mare dei migranti salpati dall’Africa. Come è facile capire, tra dire che la presenza delle navi ong vicino alle coste libiche «costituisce un incentivo indiretto» al traffico di umani (rapporto Frontex) e dire che «le ong sono in combutta con i trafficanti» (Luigi Di Maio) c’è una differenza enorme. Nel primo caso si tratterebbe di un eccesso di zelo umanitario, nel secondo di un’ignobile speculazione e soprattutto di un crimine. Cercare di usare le parole con precisione, per i giudici, per i politici, per i giornalisti, dovrebbe essere importante quanto per i migranti indossare il salvagente.