Corriere della Sera, 29 aprile 2017
Il computer dentro: l’era del nano-mondo
In una celebre gag televisiva di Walter Chiari degli anni Cinquanta, il comico immaginava un futuro nel quale i telefoni sarebbero diventati tanto piccoli che la gente avrebbe camminato per le strade con un mignolo della mano conficcato nell’orecchio: «Hai l’otite? No, sto facendo una telefonata». Oggi abbiamo capito che oltre a essere uno dei grandi umoristi europei del dopoguerra, Chiari (1924-1991) fu anche un futurologo: un tema importantissimo, nella Silicon Valley, è proprio questo: il processo esponenziale di miniaturizzazione dei microchip e l’avvento della nanotecnologia – dove tutto si misura in nanometri ( nm ) cioè in milionesimi di millimetro – ha portato ormai il progresso a scontrarsi con i limiti stessi della realtà fisica del nostro mondo. E a porre una domanda drastica tanto preoccupante: il futuro ha bisogno di noi? O siamo diventati obsoleti, se come prevede la Singularity University della Silicon Valley tra 25 anni – una generazione – sarà possibile caricare il contenuto dei cervelli di tutta la popolazione mondiale, che allora sarà di 9 miliardi di persone, su un computer comunemente disponibile sul mercato (un portatile nel 2001 aveva circa la capacità di calcolo del cervello di un insetto, oggi quella di un topolino, tra cinque anni o poco più quella di un cervello umano).
I computer – e i telefoni – diventeranno sempre più piccoli. Non rappresenterà un problema il fatto che non saranno neppure più visibili a occhio nudo, in questo futuro nano-mondo: alla Singularity University si parte dall’assunto che i computer saranno da nessuna parte e ovunque. In circolo nel nostro sangue, per esempio. Sembra fantascienza ma un giornale tedesco raccontava che in un laboratorio è stata suonata la corda di violino più piccola del mondo. Invisibile. Spessa pochi milionesimi di millimetro. Il suono? Impossibile da udire da orecchie umane. Quando è successo? Nel 2004.
Leggendo quella pagina della Frankfurter Rundschau, un filosofo della Scienza docente a Darmstadt, Alfred Nordmann, decise che la nanotecnologia apriva più questioni filosofiche di quante ne risolvesse. E cominciò a studiare il nano-mondo. Ha battezzato come «tecnologia noumenale»: la tecnologia che si ritrae dall’accesso, dalla percezione e dal controllo umano per diventare «altro». Nanotecnologia come «cosa in sé»?
È chiaro che è successo qualcosa di clamoroso se le aziende cercano alternative al filamento di silicio che quando si parla di nanometri non è più efficiente come è sempre stato dagli anni Cinquanta in poi (dovranno ribattezzare la Silicon Valley?) e perfino il sito di Fastweb – non di una pubblicazione accademica – pubblica una pagina in cui mette in pensione la mitica legge di Moore (prende il nome da uno dei fondatori della Intel: dal 1965 a oggi il numero di transistor per ogni chip è raddoppiato ogni 18 mesi) aprendo la strada alle alternative della nanotecnologia.
Basta aprire un iPhone – sconsigliato farlo in casa, la garanzia viene immediatamente a decadere – per vedere come lo spazio al suo interno sia occupato quasi soltanto dalla batteria. Il telefono – cioè il computer – è sempre più piccolo. Un computer portatile? Stessa cosa.
Se un filosofo come Nordmann ci preoccupa, a rassicurarci interviene Thomas M. Conte, uno dei più ascoltati esperti di architettura informatica e professore del Georgia Institute of Technology, che spiega al Corriere : «Gli attuali transistor diventeranno troppo piccoli per poter funzionare in modo affidabile verso la metà del prossimo decennio, c’è tempo per rimediare. Oggi i veri limiti del progresso tecnologico sono quelli della corrente elettrica, dell’energia. I computer attuali consumano troppa energia della batteria e si scaldano troppo, le batterie non rispettano la legge di Moore: sono basate sulla chimica, e la chimica non è cambiata molto nel tempo, innova una volta al decennio. Arriveranno i superconduttori? Sì. Ma prima dobbiamo ripensare al modo in cui costruiamo i nostri computer, che si ingozzano di energia invece di sorseggiarla. Prima l’efficienza energetica, poi la nanotecnologia». E i nostri cervelli riversati in un computer? «Difficile fare pronostici. Non sappiamo esattamente come funzioni il cervello, i computer neuromorfici (le cosidette “macchine intelligenti”, ndr ) fanno cose che noi umani facciamo bene come riconoscere modelli, voci, immagini, ma non sono cervelli umani, proprio no. C’è ancora tanto da lavorare. La verità è che l’unica cosa che sappiamo davvero è quanto poco costosa sarà la tecnologia in futuro. Questo è certo, costerà pochissimo. Come la useremo? Nessuno lo sa davvero».