Panorama, 20 aprile 2017
Quante volte padre?
Mai parole pronunciate dal vicario del Papa si sono rivelate più lontane dalla verità. Nel luglio 2010 Panorama pubblica un’inchiesta clamorosa. In copertina, due mani giunte stringono un rosario sopra un abito talare. Le unghie dell’uomo sono laccate di rosa shocking. Titolo: Le notti brave dei preti gay. L’articolo riporta un’indagine da infiltrato nel mondo dei sacerdoti dalla doppia vita che si dividono tra le stanze di via della Conciliazione e la movida della Roma by night, tra festini omosessuali, escort e chat erotiche.
La reazione della Santa sede è immediata. «Anonime fonti vaticane» rilasciano una dichiarazione all’agenzia Ansa nella quale bollano l’inchiesta come «priva di fonti concrete e circostanziate» e la declassano a «tentativo di trovare a ogni costo argomenti forti per svegliare il lettore sotto l’ombrellone». Il direttore Giorgio Mulè ribatte: «Desidero rassicurare le anonime fonti vaticane, sarò lieto, se dovessero decidere di rendersi palesi, di fornire loro nomi, cognomi e indirizzi dei sacerdoti che hanno compiuto atti sessuali, peraltro documentati da riprese video incontrovertibili».
Passa qualche ora e viene diffusa una nota ufficiale a firma del cardinale Agostino Vailini, vicario dell’allora Papa Benedetto XVI: «La finalità dell’articolo è evidente, creare scandalo, diffamare tutti i sacerdoti, screditare la Chiesa e fare pressione contro quella parte della Chiesa da loro definita “intransigente, che si sforza di non guardare la realtà “dei preti omosessuali». Lo scritto del Vaticano, in buona sostanza, ridimensiona la portata del fenomeno svelato da Panorama, che secondo la Santa sede avrebbe suonato la grancassa soltanto per tre pecorelle smarrite dal gregge della Chiesa di Roma.
Sono passati diversi anni durante i quali si sono succeduti scandali su scandali, inchieste giornalistiche e della magistratura. La stessa indagine di Panorama è andata avanti e si è arricchita di nuovi e inquietanti capitoli, i quali sono finiti nei documenti segreti che il dimissionario Benedetto XVI ha consegnato direttamente nelle mani del suo successore Papa Francesco. Oggi tutto questo grande lavoro d’inchiesta, arricchito da materiale inedito, l’ho raccolto nel libro dal titolo II regno dei casti, che diventa un viaggio nell’anima nera della Chiesa degli uomini, tra segreti inconfessabili, a volte dolenti a volte sconcertanti. Tra seminaristi e suore, festini hard, scambismo, orge. Ma anche situazioni più «normali» di prelati che, ovviamente nel nascondimento, hanno famiglia, magari dei figli. Oppure una fidanzata «regolare», come si può leggere in alcune di quelle storie pubblicate in queste pagine.
Una cosa è certa. La realtà che è ormai sotto gli occhi di tutti, è esattamente quella che aveva scoperchiato Panorama con l’inchiesta del 2010. Ed è lontanissima dal meraviglioso mondo senza colpe e senza peccati raffigurato dall’allora vicario del Papa. Nel regno dei casti, che ci piaccia o no, i sacerdoti dalla doppia vita sono tantissimi. Ricerche mai smentite negli Stati Uniti parlano di un 25 per cento di preti americani che ha avuto relazioni con una donna. Il 30 per cento è gay, mentre un ulteriore 20 per cento è stato coinvolto in relazioni omosessuali. Eugen Drewermann, scrittore, critico, teologo ed ex sacerdote, studi alla mano ha sostenuto che in Germania, su un totale di 18 mila sacerdoti, almeno 6 mila vivono con una donna. In Brasile, il Centro de Estatistica Religiosa e lnvestigacòes Sociais (Ceris), ha svolto un’indagine anonima su un campione di 758 preti cattolici: il 41 per cento ha ammesso di avere avuto rapporti sessuali. In Francia, ogni anno circa 250 preti danno le dimissioni.
Altro che tre pecorelle, qui si è smarrito il gregge. Mentre non si riesce a trovare il coraggio e la fermezza per cacciare i preti pedofili. E qui si finisce nel branco dei «lupi nella Chiesa di Francesco», capitolo scottante de II regno dei casti che parte da queste affermazioni, il cui valore è assimilabile a una sentenza: «La percentuale dei preti pedofili vicina al 7 per cento è intrinseca al sistema. Ci sono molti cardinali e vescovi che hanno regolarmente rapporti e pensano che questa cosa sia accettabile. Tutto ciò comporta un alto livello di permissività, anche ai ranghi più bassi della gerarchia. E se alcuni di loro sono pedofili, cioè hanno uno sviluppo psicosessuale deviato, allora di fatto è ammesso anche che vadano con i bambini. Bergoglio è il Papa della tolleranza zero verso la pedofilia, ma i vescovi, che sono i suoi rappresentanti sul territorio, alla fine fanno quello che vogliono».
Sono parole che mi affida Richard Sipe, 84 anni, universalmente riconosciuto come il massimo esperto al mondo delle problematiche sessuali dentro la Chiesa Cattolica. Ex monaco benedettino e sacerdote per 18 anni, con i suoi studi partiti dall’attività di psicoterapeuta, Sipe è colui che ha permesso di scoperchiare il mondo nascosto dentro la Chiesa e che ha fatto decollare «Il caso Spotlight», l’inchiesta condotta da un team di giornalisti del Boston Globe, poi celebrato con il Pulitzer e il premio Oscar. Mi ero affidato proprio a Sipe dopo la prima indagine sul campo realizzata per Panorama a Roma. Con lui avevo condiviso riflessioni e analisi delle mie inchieste successive, e sempre da lui sono tornato per ispezionare l’operato di Papa Francesco nella lotta alla piaga della pedofilia.
Bisogna dare atto a Bergoglio di essersi spinto ben oltre ogni suo predecessore. Salito sul soglio pontificio il 13 marzo 2013, prima della fine dell’anno annuncia la creazione di una Pontificia commissione per la tutela dei minori, presieduta dall’arcivescovo americano Sean Patrick O’Malley, e nella quale siedono due vittime di abusi. Il 7 luglio 2014 il Papa accoglie a Santa Marta alcune vittime di abusi sessuali, alle quali chiede «umilmente perdono» anche per i «peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa». Il 2 febbraio 2015, Francesco invia una lettera ai presidenti delle conferenze episcopali, con la quale esorta i vescovi a collaborare con la commissione vaticana e a «verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili».
Il 10 giugno 2015, nell’incontro con il Consiglio dei nove cardinali per la riforma della curia romana, Francesco definisce un nuovo reato nell’ordinamento penale vaticano: l’«abuso d’ufficio episcopale» per quei vescovi che non danno seguito ai casi di denuncia di violenza sui minori. A fine settembre 2016, in visita negli Stati Uniti, davanti a 300 vescovi americani, Francesco fa mea culpa: «Provo vergogna per quello che è successo. Da chi ha subito abusi ho ascoltato un lamento profondo. Questi crimini non posso essere mantenuti in segreto per tanto tempo». Durante il volo che lo riporta a Roma aggiunge: «Sono colpevoli anche alcuni vescovi che hanno coperto queste cose». Infine, l’ultimo gesto del Papa argentino, il più sbalorditivo: la prefazione a un libro scritto da una vittima di abusi dal titolo La perdono, padre, uscito nel febbraio 2017, dal contenuto clamorosamente esplicito, senza alcuna reticenza. Scrive Bergoglio: «Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa».
Questi i fatti, per alcuni versi rivoluzionari, ascrivibili a Francesco. Ma nel suo papato, rimangono diversi nodi da sciogliere, come dimostra l’abbandono clamoroso della Commissione per la tutela dei minori da parte delle due vittime di abusi: l’irlandese Marie Collins, in polemica con la Congregazione per la dottrina della fede, alla quale imputa «una vergognosa mancanza di cooperazione». E Peter Saunders, il quale se n’è andato dopo aver rilasciato dichiarazioni al vetriolo contro il cardinale George Peli «che si sta prendendo gioco della commissione, del Papa stesso e di tutte le vittime».
Il nome del cardinale Pell ci trascina dentro lo scandalo australiano, sul quale ha indagato per quattro anni una commissione federale d’inchiesta, la Royal commission, che nel febbraio di quest’anno ha diramato le sue conclusioni: il 7 per cento dei preti australiani è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 a oggi. In tutto, fra il 1980 e il 2015, ben 4.444 persone hanno denunciato violenze subite da sacerdoti. Ma il caso Australia ha fatto emergere attività di insabbiamento nelle alte sfere cattoliche, e il muro a protezione innalzato dal Vaticano. E qui torna in scena il cardinale Peli, fino al 2014 arcivescovo di Sydney, oggi prefetto della Segreteria per l’economia, in pratica il numero tre della Santa sede.
Pell poteva non sapere? Lui ha risposto a questa domanda facendo mea culpa, mentre ha respinto ogni accusa su un eventuale coinvolgimento diretto negli abusi. Richard Sipe invece non ha dubbi: «Credo che il cardinale Peli sia una scelta pessima, in qualsiasi posto di potere. Il suo passato è imbarazzante. Come è possibile che gente di questo tipo occupi una posizione nella Chiesa?»
Esiste infine un’altra questione aperta nella Chiesa di Francesco: quella della segretezza. Stando alle linee guida diffuse dalla Conferenza episcopale italiana, gli abusi devono essere investigati con la massima discrezione a livello diocesano, e poi gestiti direttamente dalla Congregazione per la dottrina per la fede. Ma si legge nelle linee operative della Cei: «Il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune».
Dunque, solo un dovere morale di contribuire al bene comune. Altro che la linea dura auspicata dal Papa. Ecco perché Sipe è perplesso ai limiti del pessimismo: «Francesco ha la personalità giusta, ha carisma, è proiettato nella direzione corretta. Credo anche che abbia preso a cuore la questione, ed è un passo avanti rispetto alle chiusure e rigidità del passato. Ci sta provando, ma non è abbastanza. Perché si trova di fronte una curia che fa resistenza a qualunque cambiamento. Potrebbe fare di più. Dovrebbe esercitare il suo ministero con atti più concreti e più forti, contro i preti pedofili e contro i preti che non denunciano. 1 proclami antipedofilia non bastano più. Bisogna agire, denunciare pubblicamente scandali e coperture».