il venerdì, 21 aprile 2017
Quando diventai uno del giro
Eh, si capisce che lei per il ciclismo aveva una certa vocazione. «No» vorrai rispondere, «nemmeno un po’». Ma non sarebbe cortese. Allora dico: «Sì,ho cominciato presto». Per caso, dovrei aggiungere. Per una serie di casi che mi ha portato a entrare in Gazzetta come ragazzo di bottega a 19 anni, nel novembre del ’64, e sei mesi dopo inviato al Giro d’Italia. Lavoravo al calcio e ci stavo bene. Il capo, Emilio Violanti, era simpatico, interista e colto. Il vice, Angelo Garavaglia, veniva in treno da Turbigo. Melomane e lettore degli Scapigliati, gli piaceva il calcio minore (Pro Patria, Legnano, Fanfulla). Passavo le mattine all’università, i pomeriggi in redazione.
Alla Milano-Sanremo del ’65 un redattore del ciclismo, Nino Rota, cadde dalla moto e fu necessaria un’operazione al cranio. Guarì perfettamente, ma intanto lasciava un posto scoperto nella spedizione al Giro, importantissimo per il giornale organizzatore. Non era una redazione abbondante, massimo una trentina di persone. Oggi mi definirei uno stagista a tempo indeterminato, ma allora il termine non si usava. Però, in una busta rosa, a fine mese trovavo 40 mila lire che mi sembravano tantissime. Ai primi d’aprile Violanti mi disse: «Giovane Mura, ti diamo in prestito al ciclismo». Cioè? «Seguirai tutto il Giro, ma prima sarai iscritto all’albo dei giornalisti». Dopo oltre un anno venni a sapere che c’era stato un consulto tra il direttore Zanetti, i due caporedattori Imbastaro e Mottana, più Violanti il cui commento («Questo Mura non sembra proprio un coglione, proviamo a buttarlo») aveva convinto gli altri.
Cosi mi buttarono, a rischio loro e anche mio, che dovevo dimostrare di saper nuotare. L’alternativa, assumere uno bravo e sperimentato da un’altra testata, era meno economica, ma non era a questo che pensavo. Pensavo che di ciclismo sapevo poco. Al massimo, avevo giocato a biglie sulla sabbia delle case in costruzione e conoscevo un po’ di nomi. Tifavo per Alessandro Fantini, detto il Tamburino di Fossacesia, coraggioso, velocissimo e timido, ma era morto nel ’61, cadendo in volata e rompendosi il cranio al Giro di Germania.
Ero molto preoccupato. In quel mese che mancava al Giro lasciai perdere l’università, chiudendomi in archivio e leggendo i grandi del passato. Sapevo che non mi avrebbero chiesto commenti o pezzi di colore, per quelli c’erano Bruno Raschi e Luigi Gianoli, Sergio Valentini. Cercavo di imparare la lingua. La prova sul campo il 15 aprile alla Coppa Bemocchi, a Legnano. Volata, vinse Durante su Dancelli e Cribiori. Rino Negri, il vice di Raschi, addetto a interviste e inchieste, mi diede il compito: «Vai da Carlesi, è il grande battuto dello sprint, fagli qualche domanda». Andai da Carlesi col mio bel taccuinone in una mano, la biro nell’altra, e dissi: «Mi scusi, signor Carlesi». M’interruppe, anche se aveva il fiatone: «Vaffanculo, ti sembra il momento per gli autografi? Passa in albergo, aria». In albergo, come un tornado, passai sulla scia di un imbufalito Ezio Graziani, personaggio fondamentale: l’autista. Un omone dolcissimo (paterno nei miei confronti) ma con l’aspetto da orco. Ero tornato alla macchina a taccuino vuoto. Per Graziani era un affronto a mamma Rosa, la Gazza. Piomba in camera di Carlesi, gli dice cose pesantissime, io dietro sentendomi in ordine sparso un delatore, una merda, un incapace. Carlesi a scusarsi 70 volte 7: «Non lo conoscevo, diglielo anche te». Confermai: nessuno mi conosceva. Carlesi, per quanto innocente, mi concesse una lunga intervista riparatoria. La scena si ripetè, in toni più pacati, a San Marino, il giorno di vigilia. Già, il Giro partiva dall’estero, per quanto domestico. Il mio era il giro degli alberghi (dieci perché dieci erano le squadra in gara) con Graziani che spiegava come fossi un inviato della Gazzetta, anche se alle prime armi, anche se sembravo un chierichetto magro.
Il Giro andava verso sud. Dopo qualche giorno mi resi conto di due cose: ero il più giovane di tutta la carovana (quanto mi piaceva la parola carovana) e fare il giornalista era un lavoro bellissimo, non mi pareva nemmeno un lavoro. Intanto, ero pagato per scrivere, io che avrei scritto anche sui muri e gratis. Poi, ogni giorno c’era qualcosa di nuovo, a volte di esaltante, da scrivere, e giorno per giorno ero diventato “uno del Giro“: seguivo le tappe su 1 le ammiraglie, conoscevo anche direttori sportivi, massaggiatori, meccanici, genitori e morose di corridori. E poi c’era l’Italia, una scoperta continua, il mio Sud fin li era Roma o la Sardegna dei parenti, non dei turisti.
Vigeva la buona regola di partire da dove si era arrivati. Le tappe, intendo. Niente trasferimenti. Col lavoro si finiva abbastanza presto. Non c’erano fax né cellulari, una pacchia. Si faceva un giretto di controllo negli alberghi dei corridori, tra cena e dopocena: s’è ripresoTizio dopo la caduta, come va la bronchitina di Caio? Non erano cose da prima pagina, tornavano utili il giorno dopo. Il pranzo si saltava, la corsa si seguiva sul serio: o dietro il gruppo, o tra fuggitivi e gruppo. La tv, ancora per 12 anni senza colore, non trasmetteva tutta la tappa.Titti aspettavano Zavoli e il suo Processo alla tappa, con relativi personaggi. Adorni era il ciclista biondo e di bell’aspetto, la versione parmigiana di Anquetil, parlava come un libro stampato. Taccone, piccolo e ringhioso, era il figlio del popolo,con tante ingiustizie da vendicare, Gimondi l’esordiente bergamasco di scorza dura. Zavoli lo sgridò come uno scolaretto perché aveva detto che «c’era un po’ di casino in testa al gruppo», e casino allora non si poteva dire.
Quello che della tappa non si vedeva andava ricostruito, servivano testimoni affidabili dentro al gruppo: i gregari intelligenti. Ugo Colombo, Fezzardi, Pifferi, Ferretti, Poggiali,Chiappano Vigna. Cento corridori in tutto, oggi sono il doppio. Una sola squadra straniera, i belgi della Flandria. I velocisti: Dancelli, Durante, Marcoli, Carlesi, Zandegù, Meldolesi, Mealli. I taciturni: Aldo Moser, Massignan, Balmainion, Battistini. I capitani: Adorni, Zilioli, Bitossi, De Rosso, Mugnaini. Quattro maglie rosa diverse nei primi quattro giorni. E intanto si scendeva: Benevento, Avellino, Potenza (gran numero di Adorni), Maratea, Catanzaro, Reggio Calabria, Messina, Palermo, Agrigento, Siracusa, poi la crono da Catania a Taormina (ancora Adorni) e il trasferimento in aereo a Milano. Primo volo nella storia del Giro, se ricordo bene. Primo sicuramente nella mia. Un po’ di panico, ma si poteva ancora fumare.
Superata la metà corsa, avevo finalmente il mio soprannome. Li dava tutti Graziani. Raschi era “il divino maestro“, la sua portatile “la pianola ecumenica“, i suoi pezzi “pedalorum progressio”. Negri, il più tecnico, buon dilettante ai tempi di Coppi, era “il Cardinal Colombo della pedivella”. Io, “la lontrina“, perché a cena non ero tra i più timidi. Si, ma saltavo il pranzo.
Fu un grande Giro, con sconfinamento in Svizzera, tanta neve sullo Stelvio e arrivo a Firenze. Lo vinse Adorni con più di 11’ su Zilioli e quasi 13’ su Gimondi. Tra San Marino e Firenze mi innamorai qualche centinaio di volte di ragazze viste un secondo, dal finestrino e in modo definitivo del ciclismo. Oltre all’Italia (una Campania che sembrava Svizzera, le serre di Calabria, la valle dei templi, il lungo nastro dello Stelvio) avevo scoperto uno sport profondamente umano, dove chi fugge non è un vigliacco, dove molti (allora) guadagnavano meno di un operaio specializzato ma erano felici di non essere alla catena. Dove la comune fatica favorisce la schiettezza. Dove per un giornalista, sia alle prime o alle ultime armi, si spalancano praterie di scrittura.
Quelli dell’inizio, quelli della vocazione, ogni tanto mi chiedono: ma le sta così antipatico il Giro che segue sempre il Tour? Rispondo: il Giro è in maggio e il Tour in luglio. Risposta non esauriente: dovrei aggiungere che luglio, in genere, è l’unico mese senza calcio, solo le chiacchiere del mercato, mentre a maggio tengono ancora il cartellone campionato e Coppe europee. Il Giro per me è stato amore a prima vista, se lo negassi sarei un ingrato o un cretino o tutt’e due. Che poi quest’amore si concentri sul Tour è un caso, un altro caso.