il venerdì, 21 aprile 2017
Eja Eja Ciak Ciak. Così il duce costruì il suo set
Cinecittà nasce a New York nel 1928. 0 almeno in quell’anno nella metropoli americana nasce l’idea di quella che sarà poi Cinecittà: un complesso di stabilimenti e di teatri di posa progettati non soltanto per ospitare la produzione di film ma anche per rappresentare e incarnare l’idea stessa del cinema.
Cosi Luigi Freddi, milanese, autodidatta, futurista e uomo chiave nell’invenzione e nella creazione di quella che continuiamo a chiamare e ad amare come Cinecittà, ricordava quell’inizio. Freddi era certamente un uomo con una visione, nata durante una visita per il suo giornale. Il popolo d’Italia, in Virginia.
Sono anni difficili (quando mai no?) per il cinema italiano che faticosamente si sta reinventando dopo l’avvento del sonoro. Ma sono anche anni di uomini aperti alle nuove idee, a nuove avventure.
Freddi parla dell’esperienza americana a Giuseppe Bottai, allora direttore del suo giornale. Assieme studieranno nei dettagli, e dal vivo, il sistema americano. Assieme progettano una riconfigurazione del sistema cinematografico italiano. Assieme sono posti sotto pressione da Mussolini, che capisce l’importanza del progetto, la forza dell’arma della propaganda, e non solo, che si sta preparando.
Perché un’industria cinematografica italiana esiste, ma è dispersa sotto etichette diverse e in centri diversi, incapace di sfruttare le sinergie che la situazione propone. Cosa ben chiara invece a Freddi, che suggerisce a Mussolini una serie di rapporti dettagliati.
Nella mappa cinematografica d’Italia esiste già il Luce, sostanzialmente diretto da Mussolini stesso, che dovrebbe essere indirizzato esclusivamente a realizzare nel campo cinematografico la propaganda del regime. C’è, al centro di un profluvio di etichette minori, la Cines, la casa di produzione più importante con i suoi due stabilimenti di via Veio, animata da grandi personalità della cultura italiana come Emilio Cecchi. Ma non vanno molto bene le cose per la Cines, anzi, maluccio: e succede anche che un brutto giorno del 1935, il 26 settembre, nel cuore della notte, i due stabilimenti vanno a fuoco.
È un disastro. Ma è anche l’inizio della storia di Cinecittà. Sulle ceneri della Cines la nuova struttura viene collocata ai margini del piano regolatore, a diciotto minuti di tram dalla stazione Termini, in una zona che si chiamava, e si chiama, il Quadraro, vicino a potenziali set bellissimi: la zona dei ca stelli e ville nobiliari, laghi, boschi, e il mare – quello di Ostia dista solo 30 chilometri. Unico neo: la vicinanza dell’aeroporto di Ciampino. Ma se la tedesca Ufa e la London Films se la cavano in una situazione simile, andrà bene anche per il cinema italiano.
Ed ecco che entra in scena un personaggio di cui non si è mai molto parlato, ma fondamentale per questa avventura: l’architetto Gino Peressutti (è dal libro a lui dedicato da Sara Martin, Gino Peressutti, l’architetto di Cinecittà, edizioni Forum, pp. 184, euro 24, che traiamo molte informazioni).
Nessun legame di Gino Peressutti con l’omonimo Enrico della squadra Bbpr (Banfi, Beigioioso, Peressutti e Rogers). Classe 1883, si è formato a Gemona, in Friuli, dove realizza i suoi primi progetti. Poi, a Padova, lavora a una serie di edifici importanti e di interni progettati in un delizioso Jugendstil. Infine approda a Roma, in quello che è il permanente cantiere di una città in trasformazione.
Sono anni che vedono una serie di travolgenti cambiamenti dell’aspetto della capitale. E tra la grandiosità e l’enfasi proprie dei progetti e delle grandi opere architettoniche volute dal Regime, dall’Eur alle nuove città dell’agro pontino, tra i trionfi della monumentalità di Marcello Piacentini o di Adalberto Libera, spicca, a contrasto, il rigore e il razionalismo morbido della città del cinema, la sua organizzazione, che si potrebbe definire ergonomica se Cinecittà fosse un organismo vivente, degli spazi aperti, la sua grazia quasi agreste.
La costruzione prosegue, tranquillamente e senza incidenti particolari fino al 28 aprile del 1937, il giorno dell’inaugurazione. Cinecittà dà il via alla sua storia: studio efficientissimo, nei primi anni, rifugio di sfollati durante la guerra, mito cinematografico con il contributo di Fellini, che farà dello studio 5 la sua Arcadia personale, piccola e bella, ben disegnata e fuori dal tempo, razionale e romantica, come sa chiunque abbia passeggiato sotto i suoi pini. Con un marchio che tra crisi e tornado politici ha resistito intatto per ottant’anni, senza bisogno di essere reinventato, più grande della sua stessa realtà.