Panorama, 27 aprile 2017
L’incertezza del Portogallo: risanare ancora o ricominicare a spendere
Recessione, debito e-deficit pubblico fuori controllo, spread alle stelle... Se la fotografia risulta familiare è perché il Portogallo del 2011 è un ottimo esempio delle dinamiche della crisi del debito che nell’ultimo decennio ha investito l’Europa. Al boom economico dei primi anni Duemila, si accompagna l’accentuarsi di quegli squilibri economici comuni a tanti dei Paesi più deboli dell’eurozona, venuti bruscamente a galla a fine decennio.
A inizio 2011 il Portogallo fu tra i primi a sfiorare il tracollo finanziario, una volta cancellato agli occhi dei mercati finanziari il «mito» dell’irreversibilità dell’euro dall ’acuirsi della crisi greca l’anno prima. Dimessosi l’allora governo socialista, travolto dalla crisi, fu il nuovo esecutivo conservatore a imporre nel maggio 2011 l’amara medicina imposta da Ue e Fmi, in cambio di 78 miliardi di euro di prestiti per scongiurare la bancarotta. Una terapia d’urto a base di drastici tagli alla spesa e agli stipendi pubblici, più tasse e un mercato del lavoro più flessibile, che solo a partire dal 2015 ha iniziato a dare i primi frutti.
Due anni dopo, l’economia portoghese è tornata a crescere in linea con la media europea, sostenuta, questa volta, da export e investimenti. La disoccupazione, sempre elevata, è però in netto calo. La bilancia delle partite correnti è in pareggio. E il deficit pubblico ben al di sotto del 3 per cento chiesto dall’Ue. Il Paese, dunque, si prepara a unirsi a Irlanda e Spagna nel club delle economie «convalescenti».
Magra consolazione per i conservatori che, pur avendo vinto le elezioni nell’ottobre 2015, avevano pagato a caro prezzo il drastico programma di riforme, perdendo la maggioranza assoluta in Parlamento. La loro impossibilità a formare un nuovo governo aveva aperto la strada a un’inedita alleanza di sinistra. A fine 2015, il nuovo esecutivo, guidato dal socialista La Praca do Comércio a Lisbona.
Antonio Costa e sostenuto da una sinistra radicale fino ad allora (sulla carta) antieuro e anticapitalista, aveva promesso da subito di chiudere il capitolo dell’austerity, vista come attacco ai valori fondanti dello stato sociale.
È per questo che la ripresa portoghese, più che dirimere, non ha fatto che alimentare il dibattito sui benefici della disciplina di bilancio come risposta alla crisi tra forze politiche nei Paesi dell’euro. È fuor di dubbio che in Portogallo le riforme imposte dall’Ue, pur se dolorose, hanno creato i presupposti per una ripresa economica duratura. A ciò si sono aggiunte condizioni esterne più favorevoli rispetto al 2013: l’economia europea in crescita, la politica monetaria estremamente espansiva della Bce e il drastico calo del prezzo del petrolio.
Eppure attribuire al governo attuale, pur molto premiato dai sondaggi, l’inversione di tendenza è un’esagerazione. Aver strappato all’Ue una politica fiscale leggermente più espansiva può aver aiutato, al margine, la ripresa negli ultimi mesi. Ma il cambio di passo nella politica economica è stato più nella retorica che nella sostanza. Il successo di Costa è riconducibile più ai tempi fortuiti del suo arrivo al governo, che gli hanno permesso di beneficiare politicamente di una ripresa in buona misura già in atto. Un merito che va invece riconosciuto ai socialisti è quello di aver «addomesticato» la sinistra estrema. Pur di evitare un altro governo della destra, si è resa disponibile a lasciare da parte le velleità di uscita dall’euro e ristrutturazione del debito (che, se realizzate, avrebbero gettato il Paese in una recessione ben più grave di quella da cui stava uscendo).
Attraverso questa manovra, Costa sembra aver replicato a livello nazionale la strategia già collaudata da sindaco di Lisbona, quando era arrivato al governo della città con il sostegno dell’estrema sinistra, adottandone i messaggi e corteggiandone l’elettorato, per poi poterne fare a meno dopo la rielezione a maggioranza assoluta. Questa strategia, per ora, ha funzionato oltre le aspettative, ma rimane ad alto rischio. Finora i socialisti, aiutati da un contesto economico in miglioramento, hanno saputo conciliare i diktat di una sinistra sempre riottosa con le richieste europee di ulteriore riduzione del deficit. Il tutto sotto lo sguardo attento dei mercati finanziari ancora scettici. Ma non è detto che quest’atto di equilibrismo politico sarà possibile in futuro.
Sulle finanze pubbliche portoghesi, oggi più stabili ma tutt’altro che solide, pende sempre la spada di Damocle del declassamento a «spazzatura», con conseguenze drammatiche sulla debole ripresa. 11 sistema bancario è ancora fragile e zavorrato, come in Italia, da miliardi di crediti in sofferenza, strascico di anni di crisi. Il contesto politico, per ora stabile, verrebbe rapidamente compromesso da un rallentamento della ripresa o da nuovi crac bancari, magari sull’onda della crescente instabilità internazionale e dell’ormai imminente cambio di rotta della Bce e relativo aumento dei tassi.
Troppo presto, dunque, per fare un bilancio definitivo della gestione della crisi in Portogallo. Anche questa volta, occorre evitare di tirare conclusioni facili ! sulla base di pochi mesi di dati economici» incoraggianti.