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 2017  aprile 21 Venerdì calendario

Uomini cyborg con un microchip in corpo

Philip Dick si chiedeva se gli androidi sognano pecore elettriche: ma un interrogativo del genere può sorgere solo quando si immagina che l’identità di un robot sia una questione binaria, che prevede come risposta solo un sì o un no. Sono quasi passati cinquantanni dall’uscita de II cacciatore di androidi (il libro che ispirò Blade Runner), e una parte di quel futuro sta diventando presente – ma la realtà è più sfumata di quanto si potesse immaginare. Essere androidi oggi è questione di gradi, non di contrasti tra poli in opposizione reciproca. Lo prova la sperimentazione condotta in Svezia dalla società Epicenter, un’impresa che sostiene la fondazione sviluppo delle startup in uno degli hub tecnologici più importanti di Stoccolma.
L’azienda ha offerto ai suoi duemila dipendenti la possibilità di farsi impiantare tra pollice e indice (attraverso una semplice iniezione) un microchip grande quanto un chicco di riso. Si tratta di un chip RfiD (radio frequency identification) in vetro biocompatibile tutto e per tutto simile a quelli che vengono impiantati sui cani – che contiene tutti i codici identificativi del lavoratore e che comunicano con i dispositivi elettronici dell’azienda abilitati a leggerlo.
L’utopia di Philip Dick realizzata
Basta un microchip per trasformare un essere umano in un cyborg, o comunque in un simbionte in grado di stabilire un nuovo livello di comunicazione con le macchine. Un’empatia che lo strato biologico del nostro modo tradizionale di abitare il mondo non sarebbe in grado di stabilire con l’ambiente di lavoro, con gli esseri tra cui trascorriamo gran parte della nostra esistenza: le porte, le stampanti, i computer, i cellulari dell’ufficio. Ma anche i pos dei supermercati e dei bar, che frequentiamo pausa pranzo, o in cui assumiamo la caffeina necessaria per tornare in vita ogni giorno, tutte mattine del mondo. Scanner, password portatili affollano l’esperienza quotidiana di buona parte degli uomini occidentali ben più di cinghiali, volpi e galline – almeno nel loro formato di esseri viventi.
L’innovazione è stata sviluppata da una delle compagnie incubate da Epicenter, la Bioha Sweden, e in particolare da Jowan Osterlunc che si etichetta come «body hacker»: è questa la professione che innesta componenti digitali negli individui, graduando la conversione delle persone in androidi. Cosa possiamo sognare con questo processo di evoluzione governato dal software, invece che dai geni?
Il linguaggio degli oggetti
All’orizzonte non pascolano le pecore elettriche di Dick, anche perché la rivoluzione tecnologica non dorme, e non esige la conta di cloni per sprofondare nel sonno. Il primo strumento di adattamento al nuovo ecosistema é rappresentato dal dominio di nuovi linguaggi, e da una forma di interazione più diretta con i coloni di questo ambiente. Una competenza che non richiede alcun tipo di consapevolezza, nessuno sforzo di controllo della sintassi e del lessico – che tanta pena comportano ai bambini (e spesso a molti adulti) anche nella lingua madre. Come detto, il chip di Osterlund viene iniettato nel palmo della mano, più o meno nello stesso luogo in cui l’Uomo Ragno fa scattare le sue tele. Da quel momento il corpo dell’ospite entra nella rete dell’Internet delle Cose, in cui vengono intessuti gli oggetti degli uffici e degli appartamenti, le automobili e le città intelligenti. Non solo non serve una conoscenza linguistica, ma addirittura si può dismettere la memorizzazione delle password, degli indirizzi dei dispositivi – al limite, persino il proprio nome e cognome. Ci pensa il chip a renderci riconoscibili a tutti questi strumenti, a spalancare le porte delle unità abitative o delle stanze cui ci è consentito l’accesso, ad attivare computer, stampanti e cellulari, senza bisogno di alcuna ulteriore identificazione, di pin o parole d’ordine. E persino ad autorizzare pagamenti senza l’estrazione di bancomat e carte di credito: una via in discesa verso la rovina per debiti.
Il nodo della privacy
Epicenter ha proposto ai proprio dipendenti e a quelli delle società incubate l’ingresso nel programma di sperimentazione, a titolo facoltativo. Fino in 150 hanno risposto all’appello, accogliendo il chip sotto la pelle. L’adesione al progetto comporta alcuni problemi di privacy, che incalzano all’ombra dei vantaggi evolutivi. In prima battuta, naturalmente, si profila una questione di sottomissione volontaria da parte del collaboratore al controllo dell’azienda. Il soggetto è georeferenziato in ogni istante, meglio di quanto si possa ottenere con un cellulare o qualunque altro dispositivo della tradizione recente. Il chip somma le proprietà di riconoscimento degli smartphone, dei portatili e delle carte di credito. Ma in più stabilisce un contatto con tutti i sensori collegati in rete, dai termostati come Nest di Google, alle infrastrutture più sofisticate dell’IoT. Il Sistema può sapere davvero tutto: quanto lavoriamo, con chi parliamo, cosa compriamo, quanto spendiamo, che percorsi compiamo in tutti i momenti della giornata. Per di più lo sa anche il nostro datore di lavoro, in ogni istante. I furbetti del cartellino dovrebbero essere sottoposti alla cura Osterlund, con la stessa premura che i funzionari di Arancia Meccanica dedicavano al giovane Alex nel film di Kubrick.
La distopia di Orwell del Grande Fratello quasi intenerisce rispetto alla potenzialità della nuova struttura. Le persone che accettano di ospitare un impianto non se ne possono liberare con la stessa risolutezza con cui ci si disfa di un telefono, o di una tessera magnetica. La tecnologia di comunicazione cablata nel chip è la Nfc (Nearfield communication), quella che è stata implementata su molte carte di credito o sulle Sim dei cellulari: attivano pagamenti avvicinando la superficie del veicolo che ospita il chip al lettore, senza contatto diretto e inserimento di codici per l’identificazione. Ma il trattamento di controllo, che incombe sugli utenti del Sistema, ricorda le tecnologie di rintracciamento per gli animali domestici, più che le soluzioni avanzate di credito. Il futuro sogna uomini elettrici, più indisciplinati delle pecore al pascolo, ma non più imprevedibili. Il tracciamento di tutti i comportamenti permette di ottimizzare i servizi cui ogni soggetto accede con un meccanismo personalizzato, fino alla singolarità. In cambio l’infrastruttura può censire nel suo archivio tutti i segnali necessari a prevedere le preferenze individuali, i desideri, i progetti di fuga, le deviazioni. Il chip sotto pelle registra i dati, ma non è in grado di leggerli: li consegna a un processore che lavora per questo scopo. Un software che ci conta tutti, come le pecore prima del sonno: male macchine non dormono mai.
(Ha collaborato Gabriele De Palma)