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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Messner: «Oltre le vette vi svelo la quarta dimensione»

La storia, senza la storia l’alpinismo non è. Pare un paradosso il pensiero di Reinhold Messner, che ha aperto il Film Festival di Trento numero 65. Traguardo importante e Messner, l’uomo della Val di Funes, riconosciuto da tutto il mondo come il «re degli Ottomila» per essere stato il primo a scalarli tutti, offre una sorta di parabola alle 2 mila persone che lo ascoltano nell’auditorium del Centro Santa Chiara: «Il fascino dell’impossibile». Racconta la storia dell’alpinismo con l’aiuto di spezzoni di film e con suggestive immagini tridimensionali e satellitari sulle montagne che sono entrate nella storia dell’avventura verticale dell’uomo.
Messner, ma a lei è cara la quarta dimensione.
«È quella più importante perché riguarda noi. La montagna è lì, alta, larga, profonda, ma l’uomo che la vive rappresenta la quarta dimensione. Per noi è quella che vale di più».
Per questo parla di filosofia, cultura?
«E racconto. Raccontare ciò che si fa in montagna è fondamentale. Io l’ho sempre fatto, fin da giovanissimo, quando tornavo dalle pareti dolomitiche e avevo ad ascoltarmi 50 persone».
Lo si fa anche oggi, addirittura in presa diretta.
«Già, sul momento. Ma così resta una informazione superficiale, uno scritto viziato magari dalla fatica, dalla fretta di comunicare, appunto. Io parlo sovente di Robert Falcon Scott, del suo viaggio al Polo Sud. Morì con la matita in mano, mentre scriveva sul suo diario. Era il 29 marzo 1912. La vedova lo seppe un anno dopo. L’intensità del racconto ha necessità di tempo».
La sua è una critica?
«No, è una constatazione. Oggi ci sono 30 modi di andare in montagna, tutti legittimi, così come la comunicazione. Dico solo che l’alpinismo classico aveva al centro la Natura. Quel modo di affrontare le scalate suscita forti emozioni che ti costringono a raccontarle quando torni. L’alpinismo è cultura, filosofia, non soltanto il lato sportivo. È un tappa del pensiero, dall’illuminismo alla rivoluzione industriale, fino al digitale, a Internet, certo, che però fa parte dell’immediato, non dà tempo di pensare».
È velocità.
«Fa colpo. Comunica dati, ore, mezzi, tempi di scalata. Un elemento si sovrappone all’altro. In questo incessante inseguimento dati e fatti si cancellano l’un l’altro, si sovrappongono. D’altronde avviene anche in politica, no?».
E manca ciò che lei definisce quarta dimensione.
«Sì. L’uomo con la montagna. L’esposizione, cioè restare solo immerso nella natura, senza possibilità di contatto, apre un mondo diverso. Io avevo le mie tre regole: no ossigeno, no chiodi ad espansione e nessuna comunicazione, l’esposizione alla solitudine, appunto. Non dico che sia l’etica dell’alpinismo, ma soltanto che pensavo e penso così. Poi al ritorno il racconto, la quarta dimensione condivisa. L’ho fatto parlando, poi con 50 libri e ora affronto il racconto cinematografico, il più bello dei modi, anche se il più difficile».
Ci sono ancora interpreti dell’alpinismo di cui parla lei?
«Ma certo».
E quale potrebbe essere l’impresa vicina ai suoi canoni? Lei nel 1978 è salito senza ossigeno in vetta all’Everest con Peter Habeler, poi da solo sul Nanga Parbat e ancora in solitaria sullo stesso Everest.
«Una grande attraversata. Avessi 30 anni proverei a fare il “ferro di cavallo”. Dal Nuptse al Lhotse e di lì all’Everest per scendere sulla cresta Ovest. Oppure salire dal campo base dell’Everest al colle Lola, quindi al colle Nord, in vetta, scendere al colle Sud, in un itinerario “a chiocciola”. È il mio impossibile».
Impossibile che salverà l’alpinismo, secondo lei.
«È una necessità. La sopravvivenza dell’alpinismo è legata alla creatività dell’impossibile. Il rischio è che la tecnologia lo possa cancellare. L’alpinismo vive di impossibile. Si è passati da un’idea di un inarrivabile a un’altra. Quella di oggi potrebbe essere anche la parete Nord-Est del Masherbrum. David Lama l’ha già provata due volte. Ci riproverà».