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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Dall’Irlanda ai soldi. La Ue si compatta per la sfida alla Brexit

Una manciata di minuti per approvare un testo ampiamente condiviso, senza modifiche. Nessuna dichiarazione contrastante. Tutti uniti, tutti d’accordo. Per una volta il Consiglio Europeo – riunitosi a 27 nel formato-Brexit – è compatto. Ma chi si aspetta l’inizio di una nuova era è meglio che riponga i sogni nel cassetto. Già al prossimo vertice di giugno, che si terrà in concomitanza con l’avvio dei negoziati con Londra, verrà fuori tutta la polvere che è stata nascosta sotto il tappeto delle generiche linee-guida approvate ieri.
Jean-Claude Juncker lo ha ammesso senza mezzi termini: «Sarà difficile mantenere questa unità». Poi ha aggiunto che «senza l’unità dei 27 sarà impossibile raggiungere un accordo con il Regno Unito». La crasi tra le due dichiarazioni, dunque, dice che «sarà difficile raggiungere un accordo con Londra». Un funzionario di alto livello – coinvolto in prima persona nella partita – fa la sua previsione: «La possibilità di avere un accordo soddisfacente tra due anni? Inferiore al 50 per cento». Più no che sì, dunque.
Lo scenario di un «non accordo» è ampiamente messo in conto. Gli aspetti più critici riguardano i diritti dei cittadini europei nel Regno Unito e gli impegni finanziari britannici nel bilancio Ue. «Credo che alla fine – prosegue il funzionario – non riusciremo ad avere un’intesa sui cittadini, perché Londra vuole che sottostiano alla legge britannica. Per noi è inaccettabile perché la legge nazionale potrebbe cambiare nei prossimi anni. Serve una tutela speciale».
Sul fronte finanziario i timori sono ancora più forti. Perché c’è la consapevolezza che Bruxelles non riuscirà a far scucire ai britannici l’intero importo del «Brexit Bill», il conto da pagare per gli impegni di bilancio già presi fino al 2020. Si parla di almeno 60 miliardi di euro e tutti i 27 sono d’accordo che andranno onorati. Ma attenzione, questo non vuol dire che il fronte è compatto, perché le situazioni sono molto diverse. Jean-Claude Juncker la spiega così: «C’è chi non vuole pagare di più e chi non vuole ricevere meno. Il vero dibattito sarà su questo».
Gli Stati sono divisi in due categorie: i contributori netti (quelli che versano più di quanto ricevono, per esempio l’Italia) e i beneficiari netti (quelli che ricevano più di quanto versano). A un certo punto bisognerà decidere se mantenere le spese, e dunque aumentare le entrate, o viceversa. Qui si apre un altro rischio, fa notare un altro funzionario: «Se gli Stati fossero chiamati a metterci più soldi, questo potrebbe trasformare l’accordo con il Regno Unito in un accordo misto». La conseguenza pratica sarebbe la necessità di farlo ratificare da tutti i Parlamenti nazionali e non solo da Strasburgo, con il pericolo che qualche Stato (o regione, come è successo per il Ceta) metta il suo veto.
In tutto questo, il clima sull’asse Bruxelles-Londra è già piuttosto pepato. I britannici hanno messo una sorta di veto sulla revisione del bilancio pluriennale: lo terranno almeno fino alle loro elezioni. I 27, invece, hanno accolto la proposta irlandese di inserire una dichiarazione in cui si dice che, in caso di riunificazione dell’Irlanda, la parte Nord entrerà a far parte automaticamente dell’Ue. Un messaggio politico a Londra, dopo che Bruxelles si è schierata con la Spagna su Gibilterra.
Gli spagnoli hanno cantato vittoria, perché hanno ottenuto che tutti gli accordi post-Brexit si applicheranno alla Rocca solo se ci sarà il via libera di Madrid. Ora però sono tanti gli Stati che promettono battaglia per difendere i rispettivi interessi. E non sarà facile stabilire le priorità. Paesi come Polonia e Italia mettono al primo posto i diritti dei loro lavoratori emigrati in Gran Bretagna, mentre il fronte Sud (Spagna, Malta e Portogallo) vuole evitare la fuga dei pensionati britannici che spendono le loro pensioni al caldo. Olanda, Svezia e Danimarca puntano a salvaguardare i loro legami commerciali e hanno già avviato un coordinamento ristretto. I Baltici considerano invece prioritario che Londra resti coinvolta nella Difesa e nella Sicurezza comune. E poi ci sono le due Agenzie con sede a Londra, quella Bancaria e quella del Farmaco: tutti le vogliono e a giugno inizierà la resa dei conti interna. L’unità vista ieri sarà solo un ricordo.