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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Se i colletti bianchi si comportano da boss

A venticinque anni da Mani pulite, che travolse la Prima Repubblica e cambiò la storia d’Italia, la corruzione continua ad essere uno dei cancri che contamina la vita economica del Paese. Da Tangentopoli del 1992 alle più recenti Appaltopoli, il passo non solo è breve, ma anche appesantito dalla connotazione mafiosa che può investire anche i colletti bianchi. L’inchiesta di Mafia capitale è la conferma che per intimidire e corrompere politici di ogni schieramento e metter le mani sugli appalti del Campidoglio e della Regione Lazio si può ricorrere a metodi mafiosi. Non a caso il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone fu tra i primi a sostenere l’esigenza di estendere i sistemi per combattere i mafiosi alla lotta alla corruzione.
Una piaga endemica quest’ultima che testimonia come in Italia le mazzette non finiscano mai. La cricca del G8 all’Aquila, l’Expo di Milano, il Mose di Venezia, Mafia capitale a Roma e Consip tra Napoli e Roma, giusto per citare i casi più eclatanti degli ultimi anni. La fotografia è impietosa: tangenti a destra e a sinistra per un giro astronomico di denaro.
Fornire una stima precisa è impossibile – il fenomeno è complesso, basato su affari illeciti sotterranei difficilmente tracciabili – ma gli analisti economici la circoscrivono intorno ai 100 miliardi di euro all’anno. Decisamente superata è la vecchia cifra dei 60 miliardi, circolata dopo che la Banca Mondiale calcolò nel 3% del Pil del pianeta il peso della corruzione. Si preferisce invece prendere per buoni i calcoli della Corte dei Conti, secondo cui la corruzione genera il 40% di spesa in più nei contratti per opere, forniture e servizi pubblici dello Stato: il risultato supera i 100 miliardi di euro.
Nella recente inchiesta sulla Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione che dipende dal ministero dell’Economia, l’imprenditore campano Alfredo Romeo è stato arrestato per aver corrotto con 100 mila euro un dirigente Consip (reo confesso) per aggiudicarsi lavori milionari nel settore del «facility managment» in un affare 2 miliardi e 700 milioni di euro. Le indagini hanno provocato anche un terremoto politico: indagati per traffico di influenze illecite Tiziano Renzi, papà dell’ex premier e il ministro dello Sport Luca Lotti per fuga di notizie e favoreggiamento. Ed è scoppiato anche un pandemonio giudiziario: la Procura di Roma ha tolto l’inchiesta ai carabinieri del Noe e l’ha affidata al Comando provinciale di Roma per la scoperta di gravi irregolarità nella trascrizione dell’informativa contro Tiziano Renzi.
Le indagini su Consip proseguono, mentre è già arrivata la prima condanna definitiva della Cassazione per la cosiddetta «cricca» degli appalti del G8 del 2009 all’Aquila. Protagonisti Angelo Balducci, ex presidente del provveditorato ai lavori pubblici, Fabio De Santis, ex provveditore delle opere pubbliche della Toscana, accusati di aver pilotato gli appalti in favore di imprenditori amici. A partire da Francesco De Vito Piscicelli, quello che venne intercettato mentre rideva del terremoto dell’Aquila pregustando gli affari legati alla ricostruzione.
Il 2014 è l’annus horribilis della corruzione. A Venezia scoppia il caso Mose, dal nome del sistema per difendere la città dalle alte maree: la politica locale, l’ex presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan in testa, è accusata di spartirsi una torta di affari per 22 milioni di euro con amici imprenditori legati alle società del Consorzio Venezia Nuova. Mentre a Milano le indagini sulle tangenti per l’Expo riportano in carcere, anche se per poco tempo, alcuni dei principali personaggi di Tangentopoli. Come il Compagno G., Primo Greganti, o l’ex Dc, Gianstefano Frigerio. Si indaga su turbativa d’asta e corruzione relativa all’Expo e alla città della salute. Secondo la Procura milanese in Lombardia agiva una vera e propria «cupola per condizionare» gli appalti. Cupola che avrebbe promesso «avanzamenti di carriera» a manager e pubblici ufficiali grazie a «protezioni politiche».
Ma la vera cupola, la mafia, si impone, sempre nel 2014, nell’inchiesta di Mafia capitale. L’inchiesta della Procura di Roma segna una novità assoluta: per la prima volta nella nostra storia giudiziaria l’accusa di corruzione viene associata al metodo mafioso. Non coppola e lupara, ma una cricca di colletti bianchi che minaccia e intimorisce come una banda di boss: 46 imputati di cui 19 per associazione mafiosa. Al vertice, l’ex terrorista Nar Massimo Carminati e il ras delle cooperative rosse Salvatore Buzzi. Per il primo, al processo di primo grado, la Procura ha appena chiesto 28 anni di carcere, 26 anni e 3 mesi per il secondo. Entrambi imputati per aver concluso affari, nella gestione dei centri accoglienza per immigrati, dei campi nomadi e del verde pubblico, manipolando le nomine di amministratori e politici sia di destra sia di sinistra. Con metodo mafioso, appunto.