La Stampa, 30 aprile 2017
I corrotti come i mafiosi. Arriva la legge anti-tangenti
Grandi novità in arrivo, al Senato. La commissione Giustizia ha iniziato a esaminare un nuovo Testo unico delle norme antimafia e a sorpresa s’è finito per parlare di terrorismo, di corruzione, e pure di stalking.
Il Parlamento da un paio di anni sta elaborando una riforma delle leggi che colpiscono la mafia, ma ora i senatori – in commissione s’è formata una maggioranza trasversale che va da Pd a Ap, fino a M5S – intendono estendere le cosiddette misure di prevenzione, personali e patrimoniali, anche agli indagati per reati da colletto bianco (corruzione, concussione, peculato, truffa finalizzata ad accaparrarsi fondi pubblici), allo stalker che perseguita l’ex, e a chi partecipa ad organizzazioni terroristiche. In verità è dal 2008, con un Pacchetto Sicurezza di Maroni e Alfano, che è possibile colpire i patrimoni quando vi sia «sproporzione» tra i redditi dichiarati e i patrimoni accumulari. La procura di Roma, per dire, ha confiscato le case di quelli della Cricca, il costruttore Diego Anemone e il dirigente dello Stato Angelo Balducci.
Ma ora, con tutta la simbologia che si porta dietro l’Antimafia, si colpiscono direttamente i colletti bianchi. Una prima proposta di legge era stata presentata da Rosy Bindi nel dicembre 2014. A fine 2015, la Camera aveva votato un testo che l’accoglieva e però, uscendo dal territorio classico della mafia, aveva stabilito che prima di far entrare in campo l’Agenzia per i patrimoni sequestrati alla mafia, occorreva almeno una condanna di secondo grado. Il Senato si appresta invece a togliere questa cautela del doppio grado di giudizio e farebbe entrare in azione l’Agenzia fin da subito.
Attenzione, si parla delle misure di prevenzione personali (classico caso: soggiorno obbligato) e patrimoniali (sequestro di società) che dovrebbero prevenire la commissione di reati. Erano state elaborate fin dal lontano 1982 con la legge Rognoni-La Torre contro i delinquenti abituali che non fossero in grado di giustificare il tenore di vita. Una legislazione «speciale» che inverte l’onere della prova e che perciò è stata bacchettata in Europa. Ma siccome, per stare alle parole del relatore, il senatore Giuseppe Lumia, Pd, «le Procure ci dicono che oggi la corruzione è un’emergenza come è stata la mafia», ecco che la legislazione speciale si estende.
Non che la norma sia passata inosservata. In commissione, i senatori Giacomo Caliendo (Forza Italia) e Carlo Giovanardi (Idea) si sono opposti strenuamente. Diceva il primo: «Un grave errore di tipo ordinamentale applicare le misure di prevenzione, tra gli altri, ai soggetti indiziati di uno dei delitti contro la pubblica amministrazione». Ma Lumia ha tenuto il punto «anche perché i delitti contro la pubblica amministrazione risultano spesso connessi con le attività criminali mafiose».
Eppure questa estensione dei sequestri preventivi del patrimonio persino al reato di peculato ha creato un certo mal di pancia dentro la maggioranza. La questione del peculato, che molti avrebbero voluto eliminare, rischia di trasformarsi in una bomba a orologeria.
L’onorevole Davide Mattiello, Pd, molto vicino all’associazione Libera, ad esempio teme che riaprendo il dossier si finisca in un vicolo cieco: «Con che faccia – sostiene – parleremo dell’anniversario di Pio La Torre, sapendo che in Senato qualcuno prepara emendamenti per stravolgere il testo licenziato dalla Camera, con il probabile esito di lasciare tutto come è? Eppure allo scoppio del caso Saguto (la giudice di Palermo che sovrintendeva ai sequestri e faceva un uso familistico dei patrimoni, ndr) tutti a chiedere, giustamente, norme più rigorose nella gestione dei beni sequestrati e confiscati: ecco, quelle norme sono nel testo della Camera e rischiamo di buttare via tutto».
Stessa preoccupazione di Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia: «Se la volontà politica – dice – è veramente quella di arrivare ad una approvazione dell’attesa riforma prima della fine della legislatura, non è utile ricominciare daccapo nell’altro ramo del Parlamento, soprattutto quando si tratta di un testo ampiamente dibattuto e condiviso anche dai senatori che siedono in Antimafia. L’impianto approvato un anno e mezzo fa alla Camera è valido e ha avuto un riscontro di diffuso consenso».