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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Il dossier della Shell scampato all’esplosione che uccise Mattei

Giorgio Carlevaro a 28 anni lavorava per la Shell, una delle compagnie petrolifere del cartello delle Sette Sorelle, quando un giorno di novembre delle carte annerite e bruciacchiate arrivarono sulla sua scrivania, nell’Ufficio studi e informazioni in piazza Augusto Imperatore a Roma. Riconobbe subito i documenti classificati confidential: “Li avevo dati io stesso a William McHale, il caporedattore della sezione romana di Time Life che era in volo con Mattei quando morirono”. Il 27 ottobre 1962, nei cieli di Bascapè, esplose l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Non ci furono superstiti, ma quelle carte si salvarono: “Le custodisco da allora. In 55 anni nessuno è mai venuto a chiedermi di consultarle” racconta Carlevaro al Fatto.
Il dossier Shell si compone di 40 pagine dattiloscritte. Carlevaro le portò con sé quando nel 1974 lasciò la compagnia petrolifera diventando due anni dopo direttore della Staffetta Quotidiana, testata che si occupa di petrolio ed energia. Ne scrisse per la prima volta nel 2009 su quel giornale: “Una serie di documenti in lingua inglese, inviati dalle sedi centrali di Londra e dell’Aja della Royal Dutch/Shell”. Il primo, datato 4 luglio 1962, è alquanto mal ridotto: “Un’analisi commentata dell’indebitamento a lungo termine dell’Eni”, racconta. La restante parte “una lettera inviata alla fine di febbraio del 1961 dal coordinatore europeo della Shell, un certo N. M. L. Watson, a tutti i general managers delle filiali europee e nord africane e sette allegati”, che il Fatto ha potuto esaminare.
Nella lettera, Watson raccomandava nei confronti dell’Eni una competition without animosity, cioè una naturale posizione di concorrenza, pur rilevando che l’Eni non esitava “a rivolgere attacchi propagandistici contro le compagnie” e perciò era necessario essere pronti a rispondere “vigorosamente” alle “accuse infondate”: “Spero – scriveva Watson – che i documenti allegati, pur non utilizzati in pubblico, possano aiutarla in questo compito”. Watson raccomandava: “Al fine di evitare qualsiasi sembianza di condurre una campagna contro l’Eni sarà bene che la circolazione del materiale allegato sia ristretta al top management”.
Il primo annerito allegato è uno studio sui bilanci dell’Eni dal 1957 al 1959: “Uno studio finanziario dell’Eni – esordisce il documento – deve cercare di rispondere alla domanda del perché Eni sembri operare con successo in Italia e sia capace di espandersi fuori dal territorio domestico mentre altre compagnie in petrolifere in Italia stanno solo registrando perdite”. Un altro intitolato Soviet Oil Supplies riporta i numeri delle importazioni sovietiche e relativi commenti: “Sembra che Mattei voglia ulteriormente incrementare la sua dipendenza”. A seguire, brani di articoli sull’import russo: “Ha implicazioni che vanno oltre le questioni meramente economiche” tali da coinvolgere “la sicurezza del mondo Occidentale” riportano. Quindi citazioni di Mattei classificate come Esempi di attacchi alle compagnie petrolifere internazionali e ancora riguardanti l’opportunità di attribuire allo Stato il compito di gestire gli approvvigionamenti, cui seguono alcune pagine sulle difficoltà nei rapporti con i paesi produttori del Medio Oriente a seguito dell’aumento delle importazioni di greggio dall’Urss: “Ponendosi come il miglior amico degli Arabi è diventato nei fatti uno dei suoi peggiori nemici economici”. Infine un articolo dal titolo No discrimination against Eni, Nessuna discriminazione contro l’Eni.
McHale era da poco caporedattore. Pochi giorni prima di partire al seguito di Mattei, si era recato presso l’Ufficio studi, voluto dal presidente della Shell Italia, Diego Guicciardi. Una tappa obbligata: “Chi voleva sentire un’altra campana passava da noi, immagino anche dalla Esso”, spiega Carlevaro. Quattro mesi prima di McHale, anche Indro Montanelli, incaricato dal direttore del Corriere della Sera, Alfio Russo, di portare avanti la celebre inchiesta su Mattei pubblicata tra il 13 e il 17 luglio 1962, era stato lì: “Ricordo perfettamente quando venne nel nostro ufficio con il suo cane-lupo Gomulka” prosegue. A capo dell’Ufficio c’era Gino Tomajuoli, “già corrispondente da Washington per la Stampa, assunto come consulente”. Lui decise con Carlevaro di consegnare quei documenti a McHale.
Subito dopo l’attentato, le carte tornarono indietro: “Quattro o cinque settimane dopo. Recapitate da un pony in una busta che recava come mittente il Time” ricorda. Carlevaro non ne fu stupito: “Non immaginavo che si fossero salvate, ma McHale era molto preciso e la rivista correttamente rimandò tutto a noi”. All’epoca “si continuava a parlare di incidente”, sottolinea, e nessuno pensò che fosse strano. Nel tempo ha mutato parere. Recensendo il recente libro del giudice Vincenzo Calia e della giornalista Sabrina Pisu Il Caso Mattei, Carlevaro cita nuovamente sulla Staffetta le carte di Bascapè: “La mia storia – racconta al Fatto – conferma che si tentò di liberarsi al più presto di tutto quanto era stato trovato, se così poco tempo dopo mi furono restituite. Forse avrebbero dovuto essere trattate in modo diverso”.
L’articolo di McHale, segnala il libro su Mattei, alla sua morte era quasi finito ma, ricorda Carlevaro “non venne mai pubblicato”.