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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Il tempo, l’ora e il punto

Se quando ci chiedono la data di nascita preferiamo sorvolare, non dobbiamo sentirci in colpa. Abbiamo almeno un illustre precedente, Francesco Petrarca, il quale «soltanto nel 1366, ormai doppiato il capo delle sfuggenti biografie ideali, acconsentì a rendere pubblica un’informazione tutt’altro che trascurabile: la propria data di nascita, dacché sino ad allora aveva preferito che gli altri lo includessero nelle file dei giovani, o in qualche altra schiera similmente generica». Ce lo racconta, con eleganza di scrittura e ricchezza di documentazione, Francisco Rico, che a Petrarca ha dedicato una vita di studi (accanto a Cervantes, l’altro grande suo autore) e può permettersi, proprio per questo, di fermarsi ora su di un dettaglio per fare intravedere un intero mondo: la presenza del venerdì nei diversi racconti che Petrarca imbastisce della sua vita. Di venerdì, ad esempio, Petrarca incontra Laura, di venerdì lei muore, di venerdì lui compie l’ascesa (fisica e morale) al Mont Ventoux. Il dettaglio offre un punto di vista privilegiato su una delle situazioni paradossali più affascinanti della nostra letteratura: su Petrarca sappiamo moltissimo (abbiamo centinaia di lettere, i libri della sua biblioteca postillati, il dialogo autobiografico del Secretum); d’altro lato di Petrarca sappiamo in sostanza quel che lui ha scritto su di sé. Ma, ci ricorda Rico, citando Ortega y Gasset, ognuno è romanziere di se stesso, originale o plagiario e, possiamo aggiungere, la memoria non riflette il passato, ma lo ricrea. E ancora Paul Ricoeur, sulle orme di Agostino (e quindi del Petrarca che proprio sul modello agostiniano raccoglie i frammenti della sua anima e dei suoi scritti) osserva che «le temps devient temps humain dans la mésure où il est articulé de manière narrative». Il filologo (che è la professione di Rico) e il romanziere (categoria cui appartengono diversi suoi amici) vengono così a confrontarsi da vicino.
Ma qual è allora il romanzo, il racconto che Petrarca ci propone? Non è uno solo, ci dice questo libro, non è possibile ad esempio armonizzare le diverse date che Petrarca dissemina nei suoi testi e nelle postille; quel che possiamo fare è solo prendere atto delle distinte cronologie possibili che via via vengono costruite. E così non ha molto senso interrogarsi su chi davvero fosse Laura: in lei, nella figura fantasmatica che prende vita nella scrittura del poeta, convivono diverse donne desiderate e amate da Petrarca, e insieme è presente in modo emblematico il lauro, quell’alloro poetico che è stato un altro grande suo oggetto del desiderio. E ancora: il Canzoniere (come del resto bene ci dice il suo titolo latino, Rerum vulgarium fragmenta) «è un’opera incompiuta, aperta, in cui l’ambiguità cronologica è un dato ineliminabile».
Questo libro ha una struttura duplice, a specchio, quasi a rendere il gioco molteplice, le prospettive irriducibili con cui Petrarca ricostruisce, riracconta la sua vita: il saggio di Francisco Rico è infatti seguito da un’ampia e preziosa nota biografica in cui, in collaborazione con Luca Marcozzi, si ricostruiscono le diverse tappe della vita.
Un gioco di specchi è in primo luogo quello che Petrarca mette in atto con il mondo antico. La riscoperta dei grandi testi classici, il dialogo serrato e personale che egli intrattiene con loro, ne fanno da un lato un punto di riferimento essenziale per l’umanesimo italiano e europeo; d’altro lato Petrarca li sente come parte di un mondo ideale, come protagonisti di una diversa dimensione del tempo, contrapposta a un presente rispetto al quale ostenta la sua estraneità, il suo disagio. Ecco allora che con Cicerone dialoga da pari a pari, rimproverandogli, come si fa con un amico, debolezze e difetti; ed ecco anche che imitare gli antichi, secondo un canone che ha fortuna secolare, significa per Petrarca impadronirsi di loro, farne parte della propria vita e del proprio sangue, incorporarli nella propria scrittura; significa insomma riusarli spregiudicatamente per mettere in scena i vari racconti della propria vita, le varie rappresentazione e ricostruzioni dell’io. L’imitazione diventa dunque, ci dice Rico, qualcosa di più e di diverso. Basti pensare al Solo e pensoso di uno dei sonetti più famosi del Canzoniere, dove la prima quartina riprende il Bellorofonte omerico che, come ricorda Cicerone (Tusc. III, xxvi, 63) si aggira infelice nel campi, «hominum vestigia vitans» («e gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi»). Ma Petrarca era davvero consapevole, si chiede Rico, di incarnare, di impersonare l’antico eroe? Lo conferma Petrarca stesso nelle Seniles (XI, v, 8), in una lettera indirizzata a un amico napoletano, dove gli dice che lo potrebbe vedere errare per i campi, come un altro Bellerofonte.
Il dialogo con gli antichi è dunque parte fondamentale in questa complessa vicenda in cui vita e racconto si immedesimano, si rispecchiano in forme diverse. Petrarca, ci dice Rico, per certi aspetti cerca di vivere come se raccontasse la propria vita. Così ad esempio anche i confini tra pubblico e privato possono diventare fragili: la nota apposta dal poeta sul prezioso codice del Virgilio Ambrosiano relativa alla morte di Laura è davvero una scrittura privata, e dunque sincera e affidabile? Oppure la dobbiamo leggere come una «scrittura esposta», per riprendere la terminologia di Armando Petrucci, una scrittura cioè destinata a un pubblico, a essere vista e letta?
Nulla di ciò che Petrarca racconta è letterale, nulla è innocente: non i nomi, non i luoghi, non le date. Ha un senso angoscioso del fuggire del tempo, dell’incombere della morte. Nominare gli attimi del tempo («Benedetto sia ’l giorno, e ’l mese, et’ l’anno, et la stagione, e ’l tempo, et l’ora, e ’l punto», LXI, 1-2) significa difendersene, cercare di dominarlo. E proprio il venerdì, col suo ricorrere ossessivo, offre un puntello nella costruzione di un grande racconto che è insieme celebrazione di sé e difesa contro l’angoscia. «Il venerdì del Petrarca – scrive Rico – dies veneris, feria sexta (perché la settimana liturgica comincia la domenica), non è il venerdì nefasto della superstizione popolare, né solamente il venerdì devoto del cristiano: è il giorno che non passa inosservato, senza far sentire la propria singolarità, oppure che segna un certo evento con un sigillum che gli conferisce un significato ulteriore. È quindi uno degli archetipi e termini di paragone che servono a Francesco per situarsi nel mondo».
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Francisco Rico, I venerdì del Petrarca, seguito da profilo biografico del Petrarca, in collaborazione con Luca Marcozzi, Adelphi, Milano, pagg.220, € 14