Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2017
Se il pesce rosso ci soffia l’eredità
Oggi, addì 30 aprile 2017, negli Stati Uniti e in altre nazioni si celebra per l’undicesima volta il National Pet Parent Day: la giornata nazionale dei genitori di pets, il lemma anglosassone entrato nel lessico tricolore per abbracciare il vasto universo degli animali domestici: cani, gatti, uccelli, pesci d’acqua dolce e salsa, rettili+sauri, lagomorfi e roditori, cui negli ultimi anni si sono aggiunte creature più o meno esotiche come mini porcellini, volpi argentate, cangurini o capibara.
L’anniversario celebra l’orgoglio della genitorialità umanimalesca: un familiy day sui generis (molto più festoso e divertente), istituito per sancire la mutazione ontologica occorsa nel millennio appena iniziato, durante il quale gli ex animali “di casa” si sono dapprima “umanizzati” e quindi “parentizzati”, divenendo “familiari” e poi “figli” a tutti gli effetti (o quasi tutti).
Un momento importante, condiviso dai 3,5 miliardi di persone che, spendendo 160 miliardi – dicasi miliardi – di euro all’anno, nel mondo convivono con quasi 1,7 miliardi di pets, in un rapporto simbiotico che in Paesi come l’Italia ha già raggiunto o superato la soglia della parità: nel Belpaese i pets sono 60 milioni e rallegrano l’esistenza di 35 milioni di connazionali di ogni età, genere e condizione sociale.
L’indizione di una giornata nazionale della genitorialità pets non mi stupisce, sia per la centralità del tema (si considerano “genitori” dei loro animali di casa più dell’80% degli “ex proprietari” occidentali), sia per l’irrefrenabile partenogenesi dei calendari delle giornate nazionali/mondiali (da quella della Cannabis all’uno-due Black Friday-Cyber Monday), la cui articolazione secolarizzata ricorda la gioiosa competizione tra le devozioni di santi e beati: oggi, 30 aprile, se ne celebrano ventinove, tra cui Earconvaldo, Eutropio di Saintes, Forannan di Waulsort, Hildegarda di Kempten e Paolina von Mallinckrodt.
In tal senso, scorrendo l’esilarante calendario delle giornate nazionali statunitensi, che onorano simultaneamente svariate cause, si scopre che ieri, 29 aprile, si è celebrata la giornata nazionale dell’apertura delle piscine, del senso dell’olfatto, dei gamberi e degli scampi e del bacio della speranza, oggi, oltre ai summenzionati genitori di pets, si festeggia quella di Bugs Bunny, dell’onestà, dell’apprezzamento dei parrucchieri e dell’uvetta passa, domani, 1 maggio, quella dei lavoratori, di mamma Oca, del melanoma e dei presidi, Il 2 quella del tartufo e dell’assicurazione sulla vita, il 3 quella del paranormale e delle scarpe di due colori diversi indossate simultaneamente, il 4 quella della buccia di arancia candita e di Guerre Stellari, in un crescendo irresistibile, che distribuisce oltre 1.500 giornate nazionali lungo i 365/366 giorni dell’anno.
Ogni occasione è buona per festeggiare e, soprattutto, comprare qualche regaluccio: se nelle giornate antecedenti il National Pet Parent Day le vendite di ossa, fegatini di pollo, carotine, gamberetti liofilizzati, spiedini di semi e delikatessen per sauri e rettili registrano picchi a dir poco anomali, Alexandra Suich nell’articolo pubblicato sull’«Economist» lo scorso 4 aprile rammentava che nell’ultimo semestre per i loro adorati animaletti gli americani hanno speso 400 milioni di dollari in costumi di Halloween (trovarsi alla porta un porcellino vestito da fantasmino è irresistibile) e 593 milioni per i doni del giorno di San Valentino (più che per i loro fidanzati/e + coniugi).
Queste attenzioni non sono prerogative statunitensi, ma denotano l’esito di una rivoluzione globale, rivelata da chiari indizi lessicografici: come ha notato il filologo Timothy Eddy il sostantivo pet (che vanta origini scozzesi, gente poco incline ai sentimentalismi) possiede tre significati diversi ma intimamente correlati: 1) un animale domestico tenuto più per piacere che per utilità; 2) un bambino coccolato e di solito viziato; 3) una persona trattata con inusuale gentilezza o considerazione.
La sintesi dei tre, a scanso di equivoci, ci ammonisce che sono creature semiumane, ma più vicine a noi che ai parenti animali, trattate come bambini molto coccolati e spesso viziatelli.
L’esame delle semplici campagne di comunicazione degli ultimi mesi evidenzia la natura epocale del salto di scala intervenuto tra l’avvio del processo di “umanizzazione” nei primi anni Novanta, con il riconoscimento dello status di personcine i cui stili di vita, diritti e bisogni stavano approssimando quelli umani, e l’odierno trionfo della “parentizzazione”, che in italiano traduce impropriamente la parenthood anglosassone, che è una piena genitura e non una vaga parentela di ennesimo grado.
È una parola magica, perché sancisce che i pets non sono più considerati generici “membri della famiglia”, alla stregua di un’arzilla prozia amante del Fernet o di un lontano “miocuggino” un po’ pirla, ma che si è stabilito un rapporto di genitura, ovvero che li trattiamo come figli, sovente unici, con le stesse ansie, cure e attenzioni che riserviamo a quelli biologici.
In tale situazione, le pristine nozioni di umanità e animalità si confondono e scattano meccanismi psicologici che fanno cadere barriere morali ritenute invalicabili: la nuova condizione di “genitori” è orgogliosamente rivendicata dal 70-80% degli ex proprietari occidentali, con minime variazioni su scala nazionale. Se nel 2001 l’83% degli americani si qualificava come la “mamma” e il “papà” dei rispettivi pets, nel 2015 tale percentuale era salita al 96%, con il 91% in Irlanda, l’88% nel Regno Unito o l’80% in Italia.
Si tratta di genitori tanto permissivi quanto premurosi: il 71% li lascia dormire nel proprio letto (un vizio diffuso in molti altri Paesi), il 64% compra loro dei regali quando è in vacanza, il 50% gli parla regolarmente (con dialoghi più fitti di quelli che intercorrono con la prole teoricamente in grado di proferire verbo), il 45% si ricorda sempre di acquistargli un presente il giorno del compleanno, il 31% cucina regolarmente prelibati manicaretti, il 27% ha commissionato ritratti fotografici professionali, il 20% li porta regolarmente sul luogo di lavoro e il 18% li include nei propri legati testamentari o costituisce trust fiduciari e polizze vita per assicurare loro, sino alla dipartita da questa valle di lacrime, la possibilità di menare una vita agiata e serena, senza preoccupazioni di sorta.
Non è bello essere diseredati a favore di un pesce rosso, ma potrà succedere sempre più spesso e dobbiamo farcene una ragione.