30 aprile 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - LE PRIMARIE DEL PDREPUBBLICA.IT ALLE 19.39ROMA - Tanta gente e lunghe code ai seggi del Pd per le primarie, dai quali, questa sera, uscirà il nome del segretario del Partito democratico tra l’ex premier Matteo Renzi, il guardasigilli Andrea Orlando e il governatore della Puglia, Michele Emiliano
APPUNTI PER GAZZETTA - LE PRIMARIE DEL PD
REPUBBLICA.IT ALLE 19.39
ROMA - Tanta gente e lunghe code ai seggi del Pd per le primarie, dai quali, questa sera, uscirà il nome del segretario del Partito democratico tra l’ex premier Matteo Renzi, il guardasigilli Andrea Orlando e il governatore della Puglia, Michele Emiliano. Alle 17.00 l’affluenza ai seggi è risultata essere di 1.493.751 cittadini. Oltre 80mila volontari, fanno sapere gli organizzatori, "stattno rendendo possibile questo importantissimo evento di partecipazione democratica". Ma non tutto è filato liscio, a Gela e a Nardò è stato sospeso il voto: nel paese siciliano perchè alcuni attivisti del Pd sono arrivati con in mano un pacchetto di schede già votate. In quello pugliese "per una massiccia presenza di esponenti della destra appartenenti all’amministrazione comunale".
LO SPECIALE
La scarsa affluenza, tra i timori più forti della vigilia, sembra essere scongiurata: il segretario dimissionario Renzi ha dichiarato che un milione di votanti sarebbe un ottimo risultato, anche se la cifra è notevolmente più bassa rispetto al 2013, quando ad andare alle urne furono quasi tre milioni. Ma le notizie che arrivano sono positive: "C’è tutta la giornata per votare e siamo certi che ancora una volta i nostri elettori lasceranno il loro segno in questa che rimane una festa democratica unica", ha detto il coordinatore della Mozione Renzi, Lorenzo Guerini. Al voto per le primarie anche con gli sci ai piedi: a Ponte di Legno, la località sciistica della Lombardia del consorzio Adamello Ski, è stato allestito un seggio a 3.000 metri di quota, con la forma di un igloo.
Grillo attacca "la democrazia delle schede di carta". La sfida fra i tre candidati alla segreteria del Pd si trasforma in terreno di scontro tra il partito democratico e il Movimento 5 Stelle. Democrazia online contro democrazia tradizionale, la partita corre sul web a colpi di tweet e di post. In un post sul suo blog, Beppe Grillo inneggia al "voto online". "È completamente insensata - scrive - la polemica sulla ’democrazia dei clic’ che sarebbe inferiore alla ’democrazia delle schede di carta’ di cui si fanno promotori il Pd, gli altri partiti del ’900 e tutti i giornaloni. Nasconde una visione antistorica, antitecnologica, orientata al passato piuttosto che al futuro e anche un po’ feticista". "Per dare un minimo di senso alle loro primarie a pagamento - aggiunge il leader 5 Stelle - le mettono a paragone con il MoVimento 5 Stelle".
E, in effetti, alle 12 l’affluenza ai seggi è risultata essere di 701.373 cittadini, rende noto la Commissione nazionale per il Congresso Pd, che ringrazia "per questa straordinaria partecipazione che siamo certi si rafforzerà nelle prossime ore. Grazie agli oltre 80 mila volontari che rendono possibile questo importantissimo evento democratico".
I tre candidati al voto. Sia ieri che oggi i tre candidati hanno lanciato gli ultimi appelli ad andare a votare. Michele Emiliano, che su Facebook ha invitato "tutti i presidenti di seggio e i membri dei seggi elettorali a sorvegliare attentamente per evitare ogni forma di mercimonio intorno alle elezioni primarie", su Twitter ha scritto "Tutti possono votare, è importante farlo e scegliere, perché i politici non sono tutti uguali". Matteo Renzi è apparso ottimista: dopo aver votato a Pontassieve, ha detto che oggi "è davvero una grande giornata, una grande festa per la democrazia. Saranno davvero tantissime le persone che andranno e che sono già andate a votare. C’è la gioia per il Pd per aver dato questa straordinaria opportunità di decidere, e non lasciarla agli addetti ai lavori". Primarie Pd, Renzi vota a Pontassieve: "Siamo oltre le previsioni’’ Condividi Il ministro della Giustizia, Orlando, ha votato a La Spezia: "Per me un buon risultato sarebbe già una buona affluenza al voto. Ma voglio vincere", ha affermato. "Sono convinto che nel partito bisogna stare insieme, lavorando insieme - ha detto Orlando -. Renzi sa cosa vuol dire essere minoranza ma io sicuramente sarò meno polemico di quando lui era in minoranza. Ma sarò in maggioranza e penso di poter contare sull’aiuto di Renzi".
Anche il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha espresso il suo voto nel seggio allestito nel circolo Pd di via Zara a Bari: "Questo è il primo giorno nel quale faccio a meno della carrozzella - ha detto ai cronisti - quindi è di buon auspicio". Il presidente pugliese recentemente ha subito un’operazione al tendine di Achille, dopo un infortunio.
Primarie Pd, seggi aperti a Milano: club, circoli, bar e sedi arcigay per scegliere il segretario dem Condividi
DIECIMILA GAZEBO
Rubati gazebo a Roma. Spariti, nella Capitale, due gazebo Pd in Piazza Bologna e a Termini. A raccontarlo è stato Marco Giordano, attivista del Partito democratico: "Alle 7.30 Il presidente di seggio è arrivato in Piazza Bologna e si è accorto che il gazebo non c’era più". La struttura "era stata montata nella notte, per assicurare che alle 8 fosse tutto pronto per aprire le votazioni. Invece stamattina era sparita. Allora, dopo aver avvertito la federazione, ho fatto un giro di telefonate e un compagno che aveva un gazebo a disposizione lo ha portato qui" ed è stato possibile votare come previsto.
Stessa situazione in Piazza dei Cinquecento (davanti alla stazione Termini): stamattina il gazebo del Pd non era più al suo posto. Sempre a Roma qualche problema c’è stato alla sezione storica di San Saba per l’arrivo di scrutatori esterni, secondo alcuni inviati da Orfini, secondo la coordinatrice Federica Assanti, invece, nominati per aiutare quelli interni. La situazione è poi rientrata nella norma.
Primarie Pd, Sala: "Non svelo per chi voto ma le primarie vanno riviste" Condividi Milano, Sala: "Primarie da ripensare". Fila al seggio milanese dove ha votato il sindaco Giuseppe Sala. Le primarie del Pd, ha detto il primo cittadino, sono ’importanti’, "altri non ne fanno e la scelta viene dall’alto", ma "penso andrebbero ripensate". Oggi è bene che "vadano in tanti a votare", ha aggiunto, ma non ha voluto rivelare per chi ha espresso la sua preferenza.
Gela, annullato il voto. Disordini e alla fine voto annullato nel seggio unico di Gela. A scatenare le proteste il fatto che stamani sono arrivati degli attivisti del Pd con in mano un pacchetto di schede già votate. Sono intervenuti i carabinieri, il governatore Rosario Crocetta, che sostiene Emiliano, l’ex ministro Salvatore Cardinale che appoggia Renzi e il dem Lillo Speziale, che sostiene Orlando. Il Pd nazionale ha deciso di annullare il voto.
Sospeso voto a Nardò: "Destra vota per Emiliano". Anche in Puglia, come anche in Calabria dove un seggio è stato aperto in ritardo per mancanza di scrutatori, sono state segnalate irregolarità. A Nardò, il cui sindaco Pippi Mellone (con trascorsi in Casapound e Azione giovani,
PEZZI SCRITTI DAL CORRIERE DELLA SERA IN QUESTI GIORNI SULLE PRIMARIE DEL PD
30 APRILE
ALESSANDRO TROCINO
ROMA Altro che flop, per Matteo Renzi se anche solo un milione di elettori andasse alle urne oggi «rappresenterebbe una forza straordinaria, strepitosa». La battaglia dell’affluenza vede posizionati gli altri candidati su posizioni ben diverse, visto che sia Andrea Orlando sia Michele Emiliano alzano l’asticella per un numero sufficiente a oltre due milioni di votanti.
Ultimi fuochi di una campagna per le primarie non entusiasmante, con i candidati che chiudono puntualizzando idee e punti di forza. Renzi lo fa con una e-news e un «Matteo risponde» su Facebook, nel quale lancia l’allarme su chi «vuole sminuire, forse persino eliminare» le primarie. E conclude con un appello ecumenico: «Andiamo avanti, avanti insieme. Senza parlare male degli altri candidati, ma raccontando quale idea abbiamo per l’Italia di domani».
Appello non accolto da Emiliano che, anzi, esplicita la sua posizione: «Si può protestare contro Renzi anche andando a votare e votandogli contro». E se, con un improvviso scatto di reni, nonostante l’infortunio, Emiliano riuscisse ad avere una percentuale corposa, ecco che accadrà: «Renzi — spiega da Polignano a Mare — proverà ad andare a votare il prima possibile. Ma noi glielo impediremo, soprattutto se avremo un buon riscontro nelle urne». Quanto all’accusa di volersene andare, nega: «Non siamo quelli del “ciaone”, rispetteremo l’opposizione».
Orlando, invece, dalla Casa del cinema di Roma, sottolinea il suo orientamento: «C’è bisogno di ricostruire un alfabeto della sinistra. È scomparsa la parola uguaglianza». E non è solo una questione di valori: «Il mio impegno da segretario sarà quello di eliminare storture ed errori contenuti nella Buona scuola».
Renzi respinge le accuse sulle larghe intese: «Io in coalizione con Berlusconi? Un’accusa che fa ridere. L’hanno fatto loro, contro il referendum, l’accordo con Berlusconi».
Il voto sarà dalle 8 alle 20 e potranno partecipare gli elettori registrati nell’albo del Pd. A vigilare ci saranno i delegati. Ma c’è un caso particolare, Napoli, dove in passato si sono registrati brogli e casi di violazioni delle regole particolarmente gravi. Qui il partito ha deciso di inviare un membro della commissione congresso, Ernesto Carbone, a vigilare sulla regolarità. A differenza dei tradizionali «osservatori», Carbone potrà intervenire direttamente, arrivando fino alla chiusura immediata del seggio, nel caso di irregolarità patenti.
Naturalmente, il giorno dopo il voto delle primarie, il dibattito si concentrerà soprattutto sulla legge elettorale. L’apertura del Movimento 5 Stelle, con l’intervista al Corriere di Luigi Di Maio, che si è detto disponibile a «trattare con il Pd», anche lavorando sul premio di governabilità, lascia per ora freddi i renziani. Emanuele Fiano chiede: «A nome di chi parla Di Maio?». Freddo Andrea Marcucci: «Quando e se i 5 Stelle presenteranno la proposta di legge elettorale, il Pd risponderà sicuramente. Per ora parla solo Di Maio e con i 5 Stelle è tutto più ambiguo».
Il punto di caduta possibile di una trattativa sarebbe quella di far scendere la soglia per ottenere il premio di maggioranza dal 40 al 35 per cento, alzando contestualmente lo sbarramento dal 3 al 5 per cento. Nel primo caso, il premio alla lista sarebbe potenzialmente raggiungibile sia dai 5 Stelle sia dal Pd. Nel secondo caso, nei guai finirebbe il partito di Angelino Alfano. Ma Danilo Toninelli precisa: «Faccio notare che nessuno nel Movimento ha mai parlato di soglie specifiche in merito alla legge elettorale. Abbiamo chiesto al Pd un segnale di responsabilità, ma niente speculazioni». Toninelli parla solo di «correttivi di governabilità» e al Corriere aveva spiegato che si può intervenire anche solo sulla «grandezza dei collegi».
Alessandro TrocinoMARIA TERESA MELI
ROMA In casa renziana prevale la prudenza, ma c’è un indubbio interesse per la proposta di riforma elettorale che Luigi Di Maio ha avanzato al Pd dalle colonne del Corriere della Sera . «Dobbiamo prima capire — dice l’ex premier ai suoi — se questa ipotesi, che rappresenta l’ennesimo cambio di prospettiva da parte grillina, è solo del vicepresidente della Camera o se invece è di tutto il Movimento. Ma anche questo non basta. Dobbiamo aspettare di vedere se è la proposta definitiva e se verrà ufficializzata».
Perciò Matteo Renzi ha invitato i parlamentari a lui vicini a essere cauti e a non esporsi troppo su questo delicato terreno.
Ma, al di là dei tatticismi politici, all’ex presidente del Consiglio non sfugge l’opportunità che potrebbe rappresentare per il Pd questa proposta fatta da Luigi Di Maio. E «se i grillini non si tireranno indietro, come è già avvenuto altre volte», dopo essere stato eletto segretario Renzi farà la sua mossa.
«Diciamoci la verità — spiega l’ex premier ai suoi — questa ipotesi di Di Maio ci può fare gioco». Infatti, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, se quella proposta si concretizzasse in una legge elettorale «alle elezioni si avrebbe una gara vera».
Perciò Matteo Renzi è convinto che occorra aspettare di capire se quello del Movimento cinque stelle è «l’ennesimo bluff» o se, invece, rappresenta qualcosa di più, anche perché pure nel Partito democratico qualcosa si sta muovendo, se è vero, come dicono, che Dario Franceschini si sta convincendo che sia meglio il premio alla lista di quello alla coalizione, di cui il ministro dei Beni culturali era un grande sostenitore.
«Se la proposta di Luigi Di Maio fosse ufficializzata — dice Renzi ai suoi — per noi del Pd potrebbe essere una delle carte da giocare nella partita della legge elettorale». Per farla breve, quell’ipotesi converrebbe anche a Renzi perché sposterebbe la contesa su un terreno a lui congeniale. Quella delle elezioni, infatti, diventerebbe «una partita tra noi e loro». È esattamente ciò che Renzi va cercando: la disfida con i grillini, che, inevitabilmente, polarizzerebbe la campagna elettorale, facendo convergere sul Partito democratico i voti di quanti non vogliono che i Cinque Stelle governino l’Italia. In questo modo Renzi potrebbe appellarsi al voto utile, cercando di ottenere anche i consensi dei malpancisti di sinistra e dei moderati.
Certo, all’ex presidente del Consiglio non sfugge il fatto che il vicepresidente della Camera abbia lanciato questa proposta «anche per uscire dall’imbuto in cui i grillini si erano infilati tra le polemiche sulle firme false e quelle sui vaccini». Questo è un altro dei motivi che spingono Renzi a non fare nessuna apertura ufficiale ai Cinque Stelle. Ma, comunque, non è sua intenzione lasciar cadere la cosa, benché, come spiega un renziano d’alto rango, «la prudenza sia d’obbligo quando si ha a che fare con i grillini».
Dunque, per dirla alla Ceccanti, «ben venga la conversione dei pentastellati al maggioritario, purché non sia una finta».
Ma ci sono il tempo e il modo per capire se i grillini stiano simulando oppure stiano facendo sul serio per ottenere le elezioni politiche che dicono di volere subito. Perciò Renzi dopo le primarie di oggi giocherà la sua partita anche su questo terreno: non si limiterà ad aspettare una nuova mossa dei Cinque Stelle, piuttosto, cercherà di stanarli. «Perché — come dice ai suoi — dal 30 aprile in poi l’agenda politica dovremo dettarla noi».
PIERPAOLO LIO
Al disgelo era servito poco anche il colloquio a quattr’occhi di fine febbraio a casa di Beppe Sala. Allora, tanto valeva ammetterlo: il binomio «universale» con Matteo Renzi è finito da tempo. E dopo mesi di frecciate, ringraziamenti mancati ed endorsement mai arrivati, ieri, alla vigilia delle primarie, è lo stesso sindaco di Milano, per la prima volta, a riconoscerlo: «Ci sono momenti in cui si è più vicini e momenti in cui si fa più fatica. In questo momento con Matteo Renzi probabilmente la sintonia non è massima, ma il mio augurio è che passate le primarie si torni a lavorare insieme e si ritrovi il giusto equilibrio, per il bene di tutti». Insomma, il 30 aprile come un nuovo spartiacque nella relazione tra i due, per aggiustare quello che la sconfitta al referendum costituzionale aveva rotto. Il primo segnale di allontanamento tra l’ex premier e il sindaco risale a quei giorni: mentre Renzi puntava a elezioni anticipate, Sala ribatteva di lasciar arrivare a scadenza naturale il governo Gentiloni; se il primo mirava a un nuovo incarico da premier, il secondo gli consigliava di «saltare un giro». Fino alla scelta di Sala di non schierarsi alle primarie e a Renzi che negli incontri ringrazia chiunque per l’Expo tranne l’ex commissario universale. Ma sul voto di oggi, «Beppe» non cambia idea: andrà ai gazebo senza esporsi sul candidato preferito. E se Renzi dovesse vincere, appoggerà il segretario ma continuando a rivendicare autonomia: «Voglio sempre mantenermi indipendente e ragionare con la mia testa. Se sarà il caso di criticare continuerò a farlo». L’esempio è immediato. «Non voglio suggerirgli niente — afferma — dico solo che è chiaro che, per come si stanno mettendo le cose, è difficile che un’unica forza possa governare. Serve dialogo».
Pierpaolo LioVENERDI 29 APRILE
ROMA Matteo Orfini, reggente del partito e sostenitore di Matteo Renzi, fissa il paletto: «Se vota più di un milione di persone, siamo soddisfatti». La vera affluenza si scoprirà domenica sera, quando si chiuderanno le urne per le primarie del Partito democratico. Ieri i tre sfidanti — Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano — intanto, hanno iniziato a chiudere la loro campagna. E il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha scelto di partecipare alla manifestazione romana finale dell’ex segretario (sia pure in sua assenza, presente Roberto Giachetti).
Il premier suggella il patto con Renzi. E esordisce così: «Sono un po’ emozionato, sono 4-5 mesi che non partecipo ad una riunione politica». Poi lancia un appello alla partecipazione, rilanciando il ruolo delle consultazioni di partito: «Mi auguro che tutti vadano a votare. Ho sentito ragionamenti sul logoramento delle primarie ma è una conquista preziosa». Gentiloni aggiunge: «Il mio contributo sarà quello di continuare a sostenere il Pd, mi auguro a guida di Matteo, e di cercare di portare anche la comunità del Pd nelle condizioni migliori possibili fino alle prove elettorali, quando ci saranno». Non proprio subito: «Io considererò la mia missione compiuta quando riusciremo a completare questo lavoro con un alto tasso di riforme».
Partecipazione, quella di Gentiloni, che non piace affatto agli sfidanti, come dimostrano le parole di Andrea Martella, sostenitore di Orlando: «Il rush finale per Renzi è stato fatto dal governo invece che dal comitato elettorale. Spiace constatare che anche Gentiloni non si sia potuto sottrarre. Spiace perché il premier dovrebbe essere super partes ». Salta a dopo le primarie, invece, il previsto incontro di stamattina a Caserta con il ministro Dario Franceschini.
Renzi ieri ha fatto una trasferta anche a Bruxelles. In volo si è improvvisato controllore, con tanto di microfono e battuta sull’Alitalia: «L’aereo arriverà in anticipo perché Alitalia funziona, alla faccia di quelli che ne parlano male». In Belgio Renzi lancia cinque proposte per la Ue», con lo slogan: «Europa sì, ma non così».
E mentre la mamma di Emiliano si preoccupa per il figlio infortunato dopo il passo di danza («mi fa preoccupare, non si cura»), il presidente della Puglia contesta un congresso «fatto con rito abbreviato, quasi clandestino» e vede nero nel futuro post primarie: «Renzi perderà le elezioni e ha già deciso, dopo il voto, di allearsi con Berlusconi». Sulle alleanze Emiliano la pensa come Orlando. Che spiega: «Se vince Renzi farà l’alleanza con Berlusconi, se vinco io si costruirà un nuovo centrosinistra». Lo stesso obiettivo a cui punta l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.
La vittoria di Renzi è data per probabile ma Orlando avverte: «In Francia i sondaggisti hanno sbagliato le previsioni. Di scontato non c’è niente». E a proposito di sondaggi, Emiliano dà un’interpretazione maliziosa sulle cifre girate in questi giorni: «I sondaggi sono stati diffusi appositamente per scoraggiare la gente». Basterebbero, dice, «che 200-300 mila persone in più del previsto andassero a votare per me per cambiare la storia del Pd e del Paese».
Si attende l’esito delle primarie anche per capire come si uscirà dallo stallo sulla legge elettorale. Ma proprio domenica l’Unità non sarà in edicola: in serata l’assemblea dei redattori del quotidiano di riferimento del Pd ha annunciato la protesta: «Non seguiremo la giornata dopo l’ennesima provocazione dell’azienda»
MARIA TERESA MELI
ROMA «Io volevo cambiare il sistema elettorale, ma non ce l’ho fatta»: Matteo Renzi spiega così il motivo per cui non ha intenzione alcuna di perdersi nelle trattative per la riforma elettorale. Nemmeno dopo che sarà eletto segretario del Pd. «Se i grillini vogliono fare sul serio, lo dimostrino, noi siamo pronti a confrontarci, lo abbiamo già detto, siamo disponibili a togliere i capilista bloccati e a estendere l’Italicum al Senato, ma non siamo disposti a farci prendere in giro», spiega Renzi ai suoi, dopo le prime avances del Movimento 5 Stelle.
L’ex premier, dicono i suoi sostenitori, in realtà ha una sola cosa in mente: andare a votare. Con la riforma che andrebbe bene al Pd e ai grillini (ma non a Forza Italia o agli alleati centristi). O, se non si riuscirà a trovare un’intesa, con i sistemi attuali. Ossia l’Italicum riveduto e corretto dalla Corte costituzionale alla Camera e il Consultellum al Senato, facendo solo dei piccoli aggiustamenti, con un decreto del governo magari, benché la cosa non piaccia affatto al presidente Sergio Mattarella.
Voto anticipato, magari il 5 novembre, in abbinata con le elezioni regionali siciliane, prima della manovra economica (su cui Renzi è stato molto chiaro: «Non ci possiamo far dettare l’agenda da Bruxelles, magari per interposta persona di qualcuno nel governo»).
Eppure questa è una prospettiva che Mattarella ha fatto chiaramente intendere di non gradire. «Se sarà, il capo dello Stato dovrà farsene una ragione», spiega un renziano d’alto rango, il quale, però, ripete che non è vero che l’ex premier abbia già deciso veramente e definitivamente per le elezioni anticipate. Semplicemente, spiegano i sostenitori del segretario in pectore del Pd, Renzi vuole un campo di gioco libero da paletti. Quindi, non sarà adesso, non sarà domani, ma uno scontro istituzionale è possibile, nel futuro, anche se non inevitabile.
Renzi non vuole mettersi a giocare la partita della legge elettorale per infilarsi nelle «beghe romane», senza essere sicuro di dove si va a parare. Punta a spingere su altro: Alitalia, lavoro di cittadinanza, assegni per i figli alle famiglie che ne hanno bisogno. Il che significa che Renzi non si metterà a trattare o a mediare con le altre forze politiche di persona all’infinito, perché è convinto che questo logorerebbe la sua immagine e quella del Partito democratico. L’ex premier sa bene che entrare in quel gioco di veti e controveti non gli gioverebbe.
Già, perché, al di là delle parole rassicuranti che continua a pronunciare davanti alle telecamere, e al di là delle decisioni finali, che non sono state ancora prese, Renzi è convinto che «le elezioni forse farebbero bene al Paese, perché darebbero un governo legittimato a fare le cose». Quando parla così, però, subito dopo l’ex premier aggiunge di non volere il voto, di non avere nessun problema ad arrivare a maggio del 2018 e di sostenere il governo Gentiloni. Quello stesso Gentiloni, cioè, che ha spiegato a Renzi che è pronto a farsi da parte se verrà il momento purché «non vi siano forzature».
INTERVISTA A DI MAIO
MILANO «Matteo Renzi la deve smettere di fare la politica dei due forni: ci dica se vuole fare una legge elettorale con Silvio Berlusconi per arrivare a un inciucio 2.0 o fare una legge seria»: Luigi Di Maio dopo l’intervento di Sergio Mattarella che ha chiesto con urgenza l’approvazione di una legge, prende posizione.
Dopo le parole del capo dello Stato siete disposti a trattare con il Pd?
«Ringrazio il presidente per l’appello, che dimostra quanto il Pd e il governo siano in difficoltà su questo tema. Per noi si parte dal Legalicum (la legge elettorale frutto delle correzioni della Consulta ndr ), ma in commissione si può discutere di eventuali modifiche che ci vengano sottoposte come abbassare la soglia per il premio di governabilità».
Quindi sarete favorevoli a modifiche sul premio?
«Questo fa parte del dibattito in commissione. Per noi il Legalicum non è inscalfibile».
VENERDI 28 APRILE
SONDAGGIO DI PAGNONCELLI
I risultati delle elezioni primarie del Partito democratico che avranno luogo domenica prossima saranno valutati sotto una duplice prospettiva: il margine di vantaggio del vincitore sugli avversari e l’affluenza ai seggi. Il sondaggio odierno si è concluso prima del confronto tv tra i tre candidati che si è tenuto mercoledì scorso ed è stato seguito da 751 mila ascoltatori; pertanto lo scenario odierno potrebbe subire qualche variazione.
Iniziamo con la stima della partecipazione. Nel confronto televisivo Renzi e Orlando hanno esplicitato i loro obiettivi: più prudente il segretario uscente, che sarebbe soddisfatto di una affluenza superiore al milione; più ambizioso Orlando che auspica due milioni di partecipanti.
Ad oggi il 2,7% degli elettori dichiara che sicuramente parteciperà alle primarie e il 3,7% probabilmente lo farà. Entrambi i dati sono in flessione rispetto al sondaggio pubblicato tre settimane fa. La stima Ipsos di affluenza al momento si colloca tra 1,34 e 1,58 milioni di elettori, in netto calo rispetto al precedente sondaggio che presentava una stima compresa tra 1,8 e 2 milioni. Se la stima odierna venisse confermata si tratterebbe di una partecipazione all’incirca dimezzata rispetto a quella registrata nel 2013 (2,8 milioni).
Si tratta di una tendenza anomala, in controtendenza rispetto a quanto avviene di consueto: all’approssimarsi della data della consultazione, infatti, solitamente si registra un aumento dell’interesse e della propensione a recarsi a votare.
Anche le analisi delle conversazioni su Twitter confermano una significativa flessione rispetto alle precedenti primarie. I dati pubblicati dall’agenzia Twig evidenziano che nel periodo compreso tra l’1 e il 18 aprile il numero medio di tweet al giorno è risultato pari a 3.300, contro i 7.400 registrati in occasione delle primarie del 2013 e i 20.400 in quelle del centrosinistra tenutesi nel 2012.
Quanto alle intenzioni di voto, rispetto al precedente sondaggio Renzi aumenta il proprio vantaggio sui suoi avversari: il 66% di quanti intendono recarsi ai seggi dichiara di voler votare per il segretario uscente (+7%), il 16% per Orlando (-5%), il 6% per Emiliano (-2%), mentre il 12% si dichiara indeciso.
Escludendo questi ultimi Renzi ad oggi presenta un vantaggio ben difficilmente colmabile: si affermerebbe infatti con il 75% delle preferenze contro il 18,2% di Orlando e il 6,8% di Emiliano. E tra gli elettori più mobilitati, quelli del Pd, il vantaggio risulta ancora più elevato, mentre tra quelli degli altri partiti di centrosinistra Orlando prevale su Emiliano e Renzi. La partecipazione limitata sembra quindi avvantaggiare l’ex premier. E l’analisi del web appare non molto diversa dai dati del sondaggio odierno: il 70% di coloro che hanno utilizzato un hashtag ufficiale o hanno effettuato un endorsement nei confronti di un candidato ha twittato in favore di Renzi, il 23% per Orlando e il 7% per Emiliano.
Se il risultato quindi appare prevedibile, permane l’incognita dei votanti. La minore mobilitazione degli elettori può essere attribuita a diversi motivi: una certa «usura» delle primarie, l’esito scontato della consultazione, la minore competizione interna dopo la scissione e l’uscita dal partito di diversi esponenti storici e di una parte dell’elettorato.
E sullo sfondo ci sono motivazioni di voto molto diverse rispetto a quelle che i partecipanti avevano manifestato nel 2013, quando erano molto diffuse le aspettative di cambiamento impersonate da Renzi che, non a caso, aveva scelto lo slogan «l’Italia cambia verso». Dopo 1000 giorni alla guida del governo e dopo il risultato negativo al referendum costituzionale è oggettivamente difficile scaldare i cuori degli elettori e suscitare entusiasmo e partecipazione. E, d’altra parte, la campagna non è stata caratterizzata da proposte particolarmente innovative.
Sembrano primarie anomale, un po’ notarili: più un processo di legittimazione del leader che un laboratorio di nuove idee. Una sorta di atto di fede nei confronti del segretario, in attesa di conoscere i suoi programmi.
Le primarie di domenica rappresentano il primo tempo di una partita che si profila lunga e complicata perché mancherà l’effetto sorpresa. Per vincerla, gli atti di fede non saranno sufficienti e nemmeno la riproposizione nostalgica dei successi del passato: nel secondo tempo Renzi dovrà innovare, cambiare schema di gioco e far ricorso a tutte le sue risorse per conquistare nuovi elettori.
INTERVISTA A ORLANO DI ALESSANDRO TROCINO
ROMA «Se davvero non si vogliono le larghe intese con Berlusconi, una strada c’è: il premio di coalizione nella legge elettorale». Andrea Orlando è reduce dal confronto tv con i due sfidanti alle primarie. E sembra rinfrancato.
Come mai?
«Mi sembra che il mio messaggio sia arrivato più chiaro».
Chi ha perso?
«Non do un giudizio. Ma direi che Renzi ha ripetuto se stesso. Emiliano mi è sembrato meno grillino del solito, ma sempre incline a inseguire pulsioni populiste».
Le contestano un’aria grigia, da burocrate di sinistra.
«Sono solo più riflessivo e non ho impostato la mia proposta sulla comunicazione. Ma sono in molti ad apprezzare soprattutto di questi tempi che si evitino spiritosaggini, battute a effetto, slogan».
E il poster di Berlinguer nella cameretta, a 15 anni?
«Era il 1984 e Berlinguer era morto da poco: era una bella foto di lui con la cerata, regalata da l’Unità ».
Ma appendere un’attrice o una cantante, come qualunque adolescente?
«È noto che sin da piccolo mi sono appassionato alla politica. E non ho mai avuto l’abitudine di attaccare foto di ragazze svestite. Credo non sia una colpa».
Torniamo alle larghe intese.
«Renzi non le esclude e questo mi preoccupa. Vuol dire che non si strapperebbe i capelli se passasse una legge che le renda necessarie».
Lei ha detto che nel caso malaugurato, chiederebbe un referendum per decidere se allearsi con Berlusconi.
«Sì, ma il problema si affronta con la legge elettorale».
Lei esclude categoricamente le larghe intese?
«È un’esperienza non riproponibile. È stata un’ extrema ratio, una carta già giocata».
I 5 Stelle dicono di voler discutere di «correttivi di governabilità».
«Vediamo, purché non siano ritocchi ornamentali. Ma ricordo che sono contrari ai collegi uninominali, che per me sono importanti».
Le hanno dato del «papista».
«È l’unica personalità della cultura mondiale, lo dico da laico, che pone la questione delle disuguaglianze».
Non c’è troppa ipocrisia nelle risposte sul fine vita?
«Perché? Siamo favorevoli al testamento biologico, quindi contrari all’eutanasia. Una strada esclude l’altra».
Cosa pensa del radicale Marco Cappato che accompagna i malati a morire in Svizzera?
«Non azzardo valutazioni morali. La sofferenza è una dimensione che bisogna vivere e che va rispettata».
Emiliano vi dà del partito dei «petrolieri», che difende ricchi e poteri forti.
«Sono cose diverse. Sui ricchi c’è subalternità: non abbiamo affrontato con sufficiente forza il tema delle diseguaglianze. Sui poteri forti, caricature a parte, è vero che siamo avvertiti come establishment : è il riformismo dall’alto che rompe il rapporto tra popolo e istituzioni».
La cosa peggiore di questa campagna?
«Gli attacchi sulle attività ispettive da ministro. Mi ha ferito che non ci sia stato, neanche da chi ha la reggenza del Pd (Orfini, ndr ), una parola per censurarli».
A «Un giorno da pecora» ha ricevuto un endorsement da Iva Zanicchi. Sicuro che sia un bene?
«Porta fortuna. Ha già sostenuto Berlusconi e Renzi ed entrambi hanno vinto».
Sulla musica lei non sembra molto aggiornato.
«È vero. Tra i miei cantanti preferiti, oltre alla Zanicchi, Gianni Morandi».
Alessandro TrocinoINTERVISTA A MICHELE EMILIANO
ROMA Come sta, presidente?
«Venti giorni senza fare campagna, sono oltre il limite della sofferenza».
Michele Emiliano, è ancora arrabbiato per aver ballato quella fatale tarantella e perché Renzi non le ha concesso il rinvio delle primarie?
«Non è un uomo che fa prigionieri, è uno che non ha mai vissuto la dimensione della competizione sportiva, dove la lealtà è tutto».
L’ex segretario non è stato leale?
«Al suo posto avrei fatto di tutto per tenere dentro Pier Luigi Bersani e gli altri. Invece a lui importa solo manutenere il sistema di potere del “giglio magico” con i capilista bloccati. Non ha il carattere dello statista, ma dell’adolescente. Il rimprovero durissimo del presidente Mattarella è arrivato chiaro e forte proprio a lui, che punta alle larghe intese con Silvio Berlusconi. Vuole buttare l’Italia nell’ingovernabilità. Con il maggioritario Renzi non tocca il pallone del governo e non torna più a Palazzo Chigi, perché ha perso la connessione sentimentale con il Paese».
Renzi non è Macron?
«Lui è Hollande, è quello che ha perso. Ha messo tutti contro tutti, il suo bilancio politico ed economico è disastroso, nonostante condizioni favorevoli irripetibili. Ha portato a casa la bocciatura delle riforme e la scissione e, invece di fuggire all’estero a testa bassa, è rimasto qui. Non fa confronti tv perché non sa spiegare come ha fatto a giocarsi tutti i talenti che il popolo italiano gli aveva consegnato».
Il Pd non può vincere le Politiche?
«L’aria nei confronti di Renzi è cambiata, il suo tempo è compiuto. Ha accettato una scissione per fare il congresso prima, perché se lo avessimo fatto a luglio con un candidato unico avrebbe perso 30 a 70. Se vincerà le primarie vorrà andare a votare, mentre se il segretario fossi io ci andrei a febbraio e alle consultazioni proporrei il nome di Gentiloni come premier. Sottratto alle pressioni dei renziani è la persona più adatta, ha onestà cristallina, saprebbe unire tutti ed è stimato all’estero, cosa che Renzi non è più».
Non è scorretto affermare che non lo sosterrà da segretario?
«Pensa di giocare alla conta in giardino sotto casa, io vinco e tu obbedisci. Ma non è più così, noi siamo una squadra e se lo scorda che chi vince comanda. Il partito non è un cda e Renzi deve sapere che non sarà mai più segretario e premier. In assemblea cercheremo tutti una linea comune fondata sull’unità, non sulla contrapposizione tra vincitori e vinti».
Perché non va anche lei con Pisapia?
«No, il Campo Progressista parla solo con Renzi. È lui l’interlocutore privilegiato di Giuliano Pisapia, il quale proverà a portare il suo movimento sul Pd. Con tutto il rispetto, Pisapia non ha lo standing di Prodi».
Il suo appello al voto?
«C’è un grande bacino di delusi dal Pd che vorrebbero chiudere il renzismo, ma hanno paura che un alto numero di partecipanti legittimi l’ex segretario. È un disegno orwelliano, i suoi geniali spin doctors hanno creato l’idea che sia inutile votargli contro perché tanto vincerà. E così nel suo laghetto finiranno qualche centinaia di migliaia di paperelle, che non bastano a costruire una vera fattoria degli animali».
Crede nei miracoli?
«L’esito non è scritto. Tutti gli antirenziani d’Italia votino contro di lui, votino per me».
Buona fortuna...
«Buona fortuna a Renzi, perché questo è solo il primo round».
Monica GuerzoniGIOVEDì
RESOCONTO DELLO SCONTRO TV
ROMA L’appello finale riecheggia Nanni Moretti: «Dica qualcosa di sinistra». Matteo Renzi scandisce per quattro volte il pronome «noi», Michele Emiliano cita Falcone e Borsellino e strappa l’ultima risata: «Non abbiate paura del Pd e neanche di Matteo Renzi». Andrea Orlando, nel nome di Pio La Torre, chiede agli elettori di votare alle primarie per «non consegnare il Paese alla peggiore destra che abbiamo mai conosciuto». E anche il favorito lancia un appello agli elettori e fissa a un milione di persone la soglia oltre la quale le primarie non sarebbero un flop.
È il momento che riconcilia i duellanti e spazza via veleni, colpetti bassi e il «troppo trucco sul viso di Renzi», notato da molti lettori sui social. Lo scontro è sulle larghe intese. Emiliano le boccia, «perché hanno fatto male a tutti». Orlando gli fa eco: «Mai più patti con Berlusconi». Renzi invece apre e ricorda, alludendo a Letta, che «il governo con Berlusconi lo hanno già fatto». Sì o no, dunque? «Deciderà il Parlamento». E quando Orlando domanda a Renzi se escluda la possibilità di alleanze con FI, la replica è sincera: «Non si possono escludere larghe intese se ci sarà il proporzionale, lavorerò perché non ci siano». Emiliano, lasciati fuori dagli studi la carrozzella e il corno «contro la jella toscana», alza un muro contro l’ipotesi di governo con il Cavaliere. Tra il governatore e l’ex premier la simpatia non corre. «Se perdo sosterrò il vincitore — promette Renzi — e tu, Michele?». La risposta è spiazzante: «Assolutamente no». Il conduttore Fabio Vitale lancia ai duellanti la palla di Alitalia, Renzi prova a buttarla in rete: «Se sarò segretario, entro il 15 maggio farò una proposta al governo». Emiliano lancia la patrimoniale (Orlando è d’accordo, Renzi no) e punzecchia sui bonus il «testardissimo Renzi», il quale alza il dito indice per chiedere la replica. E il conduttore, pensando agli ascolti: «Ci siamo riscaldati...».
Avanti dunque, sul terreno minato dei diritti. Il tema è l’eutanasia e i tre lesti lo schivano, dicendosi favorevoli alla legge sul testamento biologico. E qui Orlando ricorda quando il Papa lo chiamò e non gli chiese del fine vita, ma «di occuparmi dei detenuti». A Emiliano il Pontefice domandò invece di garantire la salute dei bambini, rivela il governatore. E Renzi rivendica il «passo avanti sui diritti» impresso all’Italia dal suo governo: «Sono cattolico e quando entro in chiesa mi tolgo il cappello, non la testa».
Frecciatine e piccole cortesie tra amici-nemici. «Andrea è stato un buon ministro dell’Ambiente», gli strizza l’occhio Michele in chiave anti Matteo. Renzi loda Orlando, ma con buona dose di malizia: «Siamo una squadra, in Cdm hai votato sempre insieme a me». E ancora, dopo gli spot: «Ho l’impressione Andrea che tu sia stato su Marte in questi anni». Emiliano rispolvera il suo cavallo di battaglia, «Pd partito dei petrolieri». Renzi fissa la telecamera, Emiliano ironizza sulla tarantella fatale che gli ha causato la rottura del tendine d’Achille, Orlando strappa la prima risata del pubblico: «Non mi ricordo le regole!». La seconda la chiama il presidente della Puglia quando domanda al candidato della sinistra «come hai fatto a resistere al governo con Renzi?». Immersi nelle luci azzurro mare, i tre aspiranti segretari del Pd affrontano la legge elettorale. Per Orlando, in sintonia con Mattarella, è «la priorità assoluta». Per Renzi il solo parlarne è «evocare una ferita», visto che lui ha dovuto lasciare Palazzo Chigi perché ha perso il referendum e ora «c’è la palude».
A tre giorni dal voto, spunta la polemica sull’uso dei monumenti in chiave gazebo. Renzi chiuderà la campagna a Caserta con Franceschini e il direttore della Reggia e gli orlandiani protestano: «Grave strumentalizzazione a fine elettorali di monumenti che sono un bene comune». Intanto, Pisapia lancia appelli a Renzi perché accetti di gettare le basi, assieme, di un nuovo centrosinistra. Ma il leader in pectore del Pd è già in corsa verso le urne: «Il vincitore delle primarie sarà il candidato premier». La sentenza, per quanto scolpita nello Statuto, sembra destinata a disfare la paziente tela di Pisapia.
Monica Guerzoni