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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Pechino ha già pronto da mesi il «piano B» contro la Corea del Nord

Mentre, nella narrativa dell’Amministrazione Trump, la Cina è presentata come ago dalla bilancia della crisi coreana, le dichiarazioni di Pechino vanno in direzione opposta. Venerdì sera (notte in Italia), il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, durante l’incontro dedicato alla proliferazione nucleare nordcoreana al Consiglio di sicurezza Onu, ha detto: «La chiave per risolvere la questione nucleare nella Penisola coreana non è in mani cinesi».
Una posizione significativa, sia che risponda a necessità tattiche di Pechino, sia che ricalchi una vera impossibilità di smuovere il regime guidato da Kim Jong-un. In ogni caso è vero che, come ha ancora segnalato Wang durante il suo intervento, «nelle condizioni attuali la Cina è ancora pronta a lavorare con tutte le parti per contribuire alla soluzione della questione nucleare nella Penisola», ma i piani per affrontare un’escalation militare sono da tempo pronti anche Pechino. Nel 1950, la fratellanza ideologica e la prassi dei blocchi contrapposti pose la Cina di Mao Zedong a fianco dei nordcoreani guidati da Kim Il-sung nel tentativo di invasione del Sud. Nei tre anni successivi, i sudcoreani e un’ampia alleanza con mandato Onu – di fatto guidata dagli Stati Uniti – lottarono duramente per respingere le truppe nordcoreane oltre il 38° parallelo. Oggi la Cina governata da Xi Jinping è anzitutto preoccupata di garantirsi stabilità e ruolo strategico: non vuole diventare meta di milioni di profughi che potrebbero destabilizzarne le zone di confine. Al contempo, però, non intende avere contatti diretti con l’attuale Corea del Sud o ancor più una Corea unificata sotto tutela statunitense. Su queste necessità, si innescano le possibili reazioni al conflitto. Due gli scenari prevalenti. Nel caso di un attacco compiuto da lontano, con missili a lunga gittata e altri strumenti bellici a tecnologia avanzata, sui centri strategici militari e del regime da parte americana e sudcoreana (con il Giappone potenzialmente coinvolto) a seguito di una minaccia concreta, l’ipotesi più probabile è di un indebolimento del sistema di controllo. In tal caso, un numero consistente di nordcoreani cercherebbe di fuggire oltrepassando il confine cinese, essendo quello con il Sud invalicabile. Con ogni probabilità Pechino non solo li bloccherebbe, ma entrerebbe in territorio nordcoreano per creare una zona-cuscinetto, causando una situazione imprevedibile nei rapporti con il regime o quello che ne resterebbe.
Nel caso invece di un conflitto prolungato, in cui entrassero in azione le forze armate di entrambe le parti – sia nella prospettiva di una vittoria Usa-sudcoreana, sia di uno sgretolamento interno del regime –, il timore di una Penisola coreana legata agli interessi strategici americani porterebbe Pechino a rischiare una invasione parziale del Nord per poi avviare trattative per una ridefinizione degli assetti di potere a Pyongyang. Con un probabile coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Non a caso, nelle ultime settimane, 150mila militari cinesi sono stati spostati a ridosso del confine nordcoreano segnato per lunghi tratti dai fiumi Yalu e Tumen. La Cina, chiamata in causa come mediatore, è in realtà un co-protagonista protagonista della crisi coreana. Un ruolo che, per una volta, non vorrebbe.