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 2017  aprile 30 Domenica calendario

Il giorno in cui il cinema ha cambiato metodo. I 70 anni dell’Actors Studios

James Dean è sulla Fifth Avenue, si abbassa i pantaloni e comincia a orinare davanti alla gente. È un esercizio che gli è stato imposto dal suo insegnante di recitazione, per «spaccare l’inibizione». In preparazione al suo primo film Il mio corpo ti appartiene, Marlon Brando passa quaranta giorni in un ospedale per abituarsi alla sedia a rotelle. In Nick mano fredda Paul Newman è un detenuto. Viene a sapere della morte della madre. Si isola su una branda, prende un banjo e intona una ballata. Alza gli occhi verso l’alto e piange. Non sono lacrime da collirio, sono vere. Sono tre momenti di quell’esercizio, chiamato metodo, che era il codice di recitazione dell’Actors Studio, la scuola d’arte drammatica che cambiò il teatro, il cinema e la cultura. Successe che nel maggio del 1947 all’Oak Room, il ristorante del Plaza Hotel di New York, Elia Kazan e Robert Lewis incontrassero per caso Tennessee Williams. Kazan si godeva il successo del suo primo film, Un albero cresce a Brooklyn, e Lewis era uno dei leader del Group Theatre, un movimento che voleva rivoluzionare il teatro. Williams era drammaturgo affermato, uno spirito geniale. Disse: «Sto lavorando a un testo, Un tram chiamato desiderio. Ho scovato un ragazzo, si chiama Marlon Brando». I tre avevano in comune una gran voglia di riforme. E il momento era propizio. New York stava per diventare una città guida del mondo, omologabile alla Parigi degli anni venti, alla Vienna fin de siècle e alla Londra vittoriana. Esprimeva rivoluzioni nella pittura, nella musica pop e nella moda. Riprendeva vita l’editoria, la pubblicità faceva il salto di qualità. La televisione metteva in onda drammi in diretta. Broadway rappresentava gente come Miller, Inge e Williams e musical travolgenti. Il New Yorker ospitava le più prestigiose firme della letteratura. L’Actors era un protagonista di quello straordinario copione. Ma c’era stata la guerra, che si era abbattuta sulla nazione come una spallata prepotente. Tanti giovani erano stati in Europa e nel Pacifico, molti non erano tornati. La cifra della felicità collettiva americana era cambiata. Sì, era il momento dell’Actors. Kazan e Lewis coinvolsero la loro amica Ceryl Crawford, produttrice e insegnante e lo fondarono. Il codice recitativo era il metodo del regista, scrittore russo, Stanislavskij. Una rivoluzione, appunto. Secondo il metodo occorre abbandonare lo «stato attorico», cioè il momento in cui l’interprete simula stati d’animo che non sono i suoi, e passare allo «stato creativo», in cui l’attore rivive in proprio, dal vivo, i sentimenti. Ritrovando memorie della vita quotidiana per trasferirle nella parte. La sede dell’Actors sulla 44esima di New York richiamò i primi talenti che cambiarono tutto. Della prima selezione facevano parte Brando, Dean, Newman, Clift. Con Geraldine Page, Joanne Woodward, Lee Remik, Julie Harris. Fra i molti. Successivamente il passaggio divenne obbligatorio. Non lavoravi nello spettacolo senza quella patente. Da allora le generazioni hanno «licenziato» centinaia di nomi. Da De Niro e Pacino fino ad oggi, gli attori che vediamo, quasi tutti, posseggono quella patente. Quel primo gruppo dettò legge. Certe regole, più che ferree, venivano stravolte. Per esempio l’«happy end» inamovibile dei film, poteva saltare. Lo stile di modelli come Gary Cooper e Cary Grant, quello dell’eleganza, spesso dello smoking, diventava quello dei jeans. Erano i jeans la divisa di quei giovani che tutto contestavano. Nel 1951, a completare quel trend, a legittimarlo, arrivò anche la sorella nobile del teatro e del cinema, la grande letteratura, quando irruppe Holden Colfield, l’adolescente che si ribella alla scuola, alla famiglia, ai modi di vivere, inventato da J.D. Salinger. Quella scuola, quei personaggi erano fiction. Ma ben presto sarebbero stati giovani veri. Quelli di Berkeley e poi delle manifestazioni per i diritti civili. Quelli che avrebbero contestato il Vietnam, che avevano partecipato a quella guerra sporca, perdendola. Quasi volendola perdere. Mi è facile dire che l’abbrivio nato in quel 1947 a New York, arriva ai nostri giorni. C’è sempre da contestare e cambiare. Da riformare. Mai come in questa epoca. E l’Actors Studio... continua.