Il Messaggero, 30 aprile 2017
Norman Mailer e Jfk, anatomia del consenso
«Il suo atteggiamento aveva qualcosa di simile a quello di un pugile raffinato, veloce con le mani, preciso nei tempi». Così lo scrittore Norman Mailer descrive John Fitzgerald Kennedy durante la sua campagna elettorale. Nota l’immagine da divo, l’eleganza dei modi, l’entusiasmo di cui è portavoce e, per la sua stessa giovinezza, simbolo, la capacità di muoversi con disinvoltura nei dibattiti. Il talento di sapersi fare bandiera. È per quel talento che lo stesso Mailer, nel saggio Superman comes to the supermarket, pubblicato su Esquire poche settimane prima delle elezioni, lo definisce «l’eroe esistenziale» in grado di rinnovare la nazione, vantandosi poi, proprio per quel testo, di aver «dato la vittoria a Kennedy».
LA RIVOLUZIONE Lo scritto di Mailer, in occasione del centenario della nascita di JFK, avvenuta il 29 maggio 1917, torna ora in libreria con la nuova edizione Taschen del volume Norman Mailer. John F. Kennedy. Superman comes to the supermarket, con oltre 300 foto scattate durante la campagna, tra incontri ufficiali e, inusitatamente, vita in famiglia, firmate da alcuni dei più noti reporter del tempo, da Cornell Capa a Henri Dauman. Un modo per ricostruire la strategia del modello kennediano, permettendo di analizzare la vera e propria rivoluzione messa in atto nel rapporto tra media e politica. E uno spunto per indagare esiti e influenze di quel modello.
Più della parola – di Mailer – in realtà, fu l’immagine – di Kennedy – a determinare la vittoria. Fu lo stesso JFK a riconoscere che era stata «la tv a cambiare le sorti del gioco». La sera del 26 settembre 1960 furono circa settanta milioni di americani – la televisione era quasi in tutte le case – a sintonizzarsi sulla CBS per assistere al primo dibattito televisivo tra due candidati alla Casa Bianca. E Kennedy stravinse su Nixon. Sullo schermo, però. Per chi lo aveva ascoltato alla radio, quel primo scontro si era chiuso in parità. «Ciò che tutti ricordano di quell’evento – commenta Gregory Alegi, docente di Storia dell’America all’università Luiss, a Roma – è l’evidente divario tra Kennedy, giovane e bello, e Nixon evidentemente sudato. Il potere di quella scena si comprende immediatamente, risalendo all’elezione di Roosevelt. In un momento storico in cui il Paese aveva bisogno di energia, fu eletto un presidente portatore di handicap. La campagna, all’epoca solo via radio, ha impedito che l’immagine di quella disabilità potesse essere mal interpretata come menomazione anche politica. Il contenuto ha vinto dunque sulla forma. Nel caso di Kennedy, invece, il volto di un giovane ha trionfato sulle competenze di un uomo esperto».
L’IDENTIFICAZIONE
La novità è diventata rapidamente regola. Modello, appunto. La vittoria di Ronald Reagan segna il trionfo del grande comunicatore: primeggia chi crea un rapporto immediato con l’interlocutore. Lungi dall’essere stato superato, oggi il meccanismo kennediano è ancora seguito e vincente. «Nell’epoca dei Big Data – prosegue Alegi – la proposta viene definita sulla base di un’accurata identificazione dell’elettorato e dei suoi desideri. Se prima il leader era quello che plasmava, oggi è chi capisce e si adegua agli stimoli che vengono dal basso. Insomma, prima guidava, oggi segue».
La rivoluzione mediatica introdotta e cavalcata da Kennedy si è evoluta in una moltiplicazione di canali e linguaggi, grazie a internet e ai social network. «Il nuovo millennio vede Barack Obama sfruttare la rivoluzione del web che permette un contatto massiccio e al contempo personale con la comunità, consentendo di imporsi pure a candidati non sostenuti da grandi donatori. Anche Donald Trump ha usato media alternativi. Nella loro radicale diversità, Obama e Trump mostrano punti di contatto. Entrambi dei nessuno della politica hanno saputo farsi forza del rapporto con il pubblico. In quest’ottica, paradossalmente, Trump diventa il vero erede di Obama».
L’USO DEI MEDIA
La lezione di JFK rimane attuale nell’intensità della campagna elettorale, concentrata sul candidato più che sul partito, e nel potere dell’immagine, si pensi all’eco internazionale dell’icona di Obama firmata da Shepard Fairey. E resta pure in un uso dei media capace di rendere pubblico il privato, seppure costruito ad arte. E per il futuro? «Quello che sta facendo Obama è importante – conclude Alegi – dopo mesi di pausa è tornato a mobilitare i quadri di partito. L’avvenire sarà proprio nel rapporto diretto con la gente con un faccia-a-faccia ben più potente di qualsiasi messaggio veicolato attraverso un vetro».