Il Messaggero, 30 aprile 2017
Flop dei missili nordcoreani. «Dietro i fallimenti c’è l’intelligence Usa»
NEW YORK Sabotaggio o incompetenza? Dopo il terzo missile nordcoreano caduto o esploso poco dopo il lancio, si rafforza la teoria di quanti credono che il programma missilistico del regime di PyongYang sia stato hackerato dal Pentagono. Il dittatore Kim Jong-un avrebbe voluto tre prove di forza in aprile, mese delle grandi feste nazionali: una il 4 aprile, una il 15 e una il 28. In tutti e tre i casi i missili, che sono versioni aggiornate degli scud di creazione sovietica, hanno fatto cilecca.
I TENTATIVIIl 4 aprile il missile è caduto in mare, il 15 si è spaccato in aria, e venerdì scorso ha preso fuoco tre secondi dopo il lift-off. Non esistono prove concrete che effettivamente gli americani siano riusciti a penetrare nel sistema nord-coreano, che notoriamente non è agganciato al web internazionale. Tuttavia gli esperti ricordano che nel 2014, dopo che gli hacker del regime si intrufolarono nel sistema della Sony, devastandolo, l’allora presidente Barack Obama non solo stilò una lista di nuove sanzioni contro PyongYang, ma dette al Pentagono carta bianca per rintuzzare le operazioni di guerra cibernetica della dittatura.
I SEGNALILa viceconsigliera per la sicurezza nazionale nell’Amministrazione Trump, Kathleen McFarland, intervistata dalla Fox, non ha né negato né confermato che esista un simile programma di sabotaggio: «Non posso parlare di intelligence e di quel che può essere stato fatto, o di operazioni segrete». Ma ci sono anche altre teorie: ad esempio che gli scienziati di Kim Jong-un siano semplicemente incompetenti. O addirittura che Kim stesso abbia dato ordine di far esplodere i missili, ottenendo di mandare un messaggio ma non tirare troppo la corda con il vicino, la Cina, che ultimamente si è dimostrata più disposta a collaborare con gli Usa per fermare le aspirazioni nucleari del giovane dittatore.
Non è un caso che l’unica reazione venuta dalla Casa Bianca sia stato un tweet di Trump in cui si accusa la Corea «di aver mancato di rispetto verso il molto rispettato presidente». Il gioco di Trump è qui trasparente: conoscendo l’orgoglio dei cinesi, e avendo un diretto rapporto amichevole con Xi Jin Ping, tenta di solleticarlo perché si impegni meglio contro Kim. Ma venerdì, poche ore prima che la Corea del nord lanciasse il missile, la Cina aveva assunto posizioni caute durante una riunione eccezionale del Consiglio di Sicurezza dell’Onu richiesta dal segretario di Stato Rex Tillerson.
Mentre gli americani chiedevano una reazione compatta e non escludevano alcuna iniziativa per fermare Kim Jong-un, la cautela cinese è stata echeggiata anche dalla Russia, che ha espresso disapprovazione per la crescente tensione militare nella regione. Parole di allarme sono venute ieri anche dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che in una telefonata a Donald Trump, ha chiesto di «evitare lescalation» che rischierebbe «un olocausto nucleare che potrebbe distruggere tutta l’Asia». Ma la tensione cresce comunque.
LA STRATEGIAIeri la forza aero-navale Usa guidata dalla portaerei Carl Vinson ha cominciato a partecipare alle manovre militari che la Corea de Sud e gli Usa stavano conducendo già dallo scorso marzo. Ed è cominciata a circolare la voce che una seconda portaerei potrebbe unirsi alla Vinson, quella Reagan che è stata finora in porto per restauri. L’ultima volta che ben due portaerei americane si sono trovate vicine è stato nel 1996, quando il presidente Clinton volle lanciare un messaggio di intimidazione contro la Cina, che stava allora proprio sperimentando il lancio di missili in un chiaro intento minaccioso contro Taiwan.