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 2017  aprile 29 Sabato calendario

L’India è pronta a battere il Regno Unito. Economia in crescita del 9,9% annuo da qui al 2022

Questa volta l’India potrebbe davvero mettere le ali. L’eterna promessa mancata, seduta su un potenziale enorme ma bloccato dalle sue stesse contraddizioni, non si accontenta più di aver strappato alla Cina il fregio di grande Paese a più rapida crescita, ma si preparerebbe a scalzare la Germania dalla piazza di quarta più grande economia al mondo. Addirittura prendendosi la soddisfazione di buttar fuori dal club delle prime 5 l’ex Impero britannico.
La previsione è dell’Fmi. Perché possa avverarsi, tuttavia, l’India, oggi settima economia al mondo in termini nominali, con un Pil pro-capite di 1.719 dollari (ma già terza a parità di potere d’acquisto), deve appunto mantenere le promesse, a partire da quelle del premier Narendra Modi, che per la verità, nei suoi tre anni di mandato, ha già realizzato significative riforme e interventi a sostegno dello sviluppo. A partire dal progetto Make in India, l’ambizioso piano che punta a fare del Subcontinente un hub della produzione mondiale, portando entro il 2020 l’apporto della manifattura al Pil dal 16 al 25% e attirando investimenti stranieri. Che, anche grazie alle aperture in alcuni settori, stanno arrivando: circa 46 miliardi di dollari nel 2016, con un balzo del 18%.
Da qui al 2022, secondo l’Fmi, l’India potrebbe far registrare un percorso di crescita del Pil del 9,9% annuo (per quest’anno il Governo prevede il 7,5%). Questo le permetterebbe di scavalcare sia il Regno Unito che la Germania.
La strada per arrivarci non sarà semplice. Lo stesso Fmi, infatti, pone una lunga serie di condizioni, che poi sono i nodi strutturali di sempre: ammodernare e potenziare l’inadeguato sistema delle infrastrutture viarie ed energetiche; risanare il sistema bancario, zavorrato da sofferenze al punto da soffocare la crescita del credito alle imprese, a loro volta fortemente indebitate in alcuni settori strategici; riformare il sistema fiscale; dare slancio alla produttività; risvegliare gli investimenti nel settore privato, che risentono appunto dei mali del sistema del credito; creare opportunità di impiego qualificato per i circa 10 milioni di indiani che ogni anno bussano al mercato del lavoro.
Una forte spinta, dopo qualche turbolenza iniziale, potrà invece arrivare dall’introduzione nei prossimi mesi della Good and service tax (una sorta di Iva italiana), che dovrebbe finalmente creare un mercato unico tra i 29 Stati della Confederazione indiana, oggi separati da regimi fiscali differenti che a volte rendono più conveniente importare un prodotto dall’esterno piuttosto che comprarlo da un altro Stato indiano.
Quella dell’Fmi è una proiezione che non sorprende Michele Scannavini, presidente di Agenzia Ice, a Mumbai (cuore finanziario ed emblema delle contraddizioni del Paese, con i fatiscenti slum e gli scintillanti grattacieli, sedi delle principali società indiane ed estere) per la missione imprenditoriale in India, organizzata dalla stessa Agenzia Ice e Confindustria e guidata dal viceministro allo Sviluppo economico, Ivan Scalfarotto. La missione, partita da New Delhi il 26 aprile, si è chiusa ieri, dopo oltre 800 incontri tra le 63 imprese italiane al seguito e le controparti indiane.
La forte crescita che l’India sta sperimentando in questi anni, spiega Scannavini, si somma «al fattore demografico, vale a dire agli 1,3 miliardi di abitanti, per il 50% sotto i 25 anni di età. E il fattore demografico è sempre determinante». A questo si aggiunge il fatto che, aggiunge Scannavini, «Modi sta portando avanti una serie di riforme orientate alla crescita e alla semplificazione degli oneri burocratici sulle imprese, oltre a forti investimenti infrastrutturali: tutte cose che vanno nella direzione giusta. Ci sono quindi ben pochi dubbi che per i prossimi 10-15 anni l’India resterà tra le 2 o 3 economie più dinamiche».
La crescita vorticosa del Paese, aggiunge sempre da Mumbai Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria per l’internazionalizzazione, «è il motivo per cui siamo venuti in missione qui. Per poter sfruttare tutto il suo potenziale, però, l’India deve cambiare orientamento sulle barriere tariffarie e sull’accordo bilaterale sugli investimenti, che è stato interrotto (con l’Italia e altri 21 Paesi Ue, ndr). Grazie alla clausola di salvaguardia, le sue tutele varranno per i prossimi 15 anni, ma solo per gli investimenti già in essere. Quelli nuovi sono scoperti. Il negoziato per un nuovo trattato va condotto a livello Ue ed è già iniziato, ma si è bloccato sulla definizione del foro competente sulle controversie. Il vecchio accordo prevedeva un foro internazionale. Al contrario, New Delhi vuole oggi affermare il principio della competenza nazionale».