Avvenire, 29 aprile 2017
Nel luglio del 1943 Longanesi si cimentò nel cinema girando “Dieci minuti di vita”. Pellicola politica incompiuta e di cui restano scampoli da riscoprire
Nell’ultimo secolo di storia italica, nell’universo editoriale (intellettuale) non è più apparso un esemplare di eclettismo straordinariamente creativo come Leo Longanesi. Questo spirito leonardesco del ’900, romagnolo di nascita – di Bagnacavallo, provincia di Ravenna – ma cresciuto a Bologna, è un rarissimo esempio di intelligenza sopraffina prestata a tutte le arti e che andrebbe letto (riletto) e studiato nelle scuole. I critici più offuscati da una certa ideologia sinistra (o sinistrata) lo identificano ancora nell’ideologo fascista che coniò lo slogan «Mussolini ha sempre ragione», così dopo averlo revisionato ad uso e consumo di una certa “storia” si sono concessi il lusso di archiviare il fenomeno Longanesi alla categoria degli “umoristi-battutari”: genere in cui se la gioca alla pari con uno dei suoi sodali, altrettanto eclettico, Ennio Flaiano. Perciò, vi sarà sicuramente successo di finire in qualche salotto fumoso di questo millennio fuggevole in cui il tuttologo di turno a fine serata si è esibito in citazioni longanesiane, sempre tristemente attuali e ironicamente fulminanti, tipo: «Sono un conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare» o la politicamente scorretta (ma quanto poi?) «non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee».
Nel certamen fraterno con Flaiano (del quale Longanesi fu editore: la sua omonima casa editrice pubblicò il romanzo Tempo di uccidere) lo stesso esibizionista salottiero aggiungerebbe un altrettanto sconsolato «coraggio, il meglio è passato». Ma se di Flaiano è assodato che, oltre ad essere stato scrittore, giornalista e sceneggiatore, fosse un uomo della settima arte, pochi forse conoscono il lato cinematografico di Longanesi. A svelarcelo, è un imperdibile saggio, per longanesiani e non, di Giancarlo Mancini Colpi roventi. I film di Longanesi, Malaparte, Montanelli e Guareschi( Bompiani, pagine 186, euro 12,00). Sugli altri tre “irregolari” cineasti, Malaparte autore del lungometraggio Il Cristo proibito (1951), Montanelli di I sogni muoiono all’alba (1961) e Guareschi che collaborò all’episodio del pasoliniano La rabbia (1963), magari parleremo in un’altra puntata, mentre qui giova ricordare, per poi magari riproiettare sul grande schermo, quel che resta dell’unica opera cinematografica di Longanesi. Si intitola Dieci minuti di vita il film che nel 1943 il direttore del primo rotocalco italiano, “Omnibus” (in edicola nel 1937, coscritto di Cinecittà, inaugurata il 5 maggio di ottant’anni fa) girò alla Farnesina, negli studi della Titanus. Dopo essersi cimentato nella scrittura a tutto tondo, nella grafica, la tipografia, l’illustrazione, il disegno caricaturale e la pittura, lasciando sempre la sua impronta originale e controcorrente, l’ex giovane favoloso direttore de “L’Italiano” aveva compreso meglio di chiunque nel nello Strapaese della propaganda pro Duce l’uso fondamentale delle immagini nella comunicazione.
«Le sue riviste avevano fatto delle fotografie un uso meramente didascalico, riservando agli scatti un posto importante al pari delle parole», fa notare Giancarlo Mancini.
Per Longanesi la vocazione cinematografica arrivò al termine di un viaggio nella notte libica. All’alba del fallimento imperialista mussoliniano in terra d’Africa, di ri- torno dalla Libia avvertì flaianamente che era tempo di uccidere la tradizione di quel-l’arte che nell’italietta fascista era rimasta ostaggio delle maschere e le macchiette teatrali (il Gastone di Petrolini) e nella sua espressione migliore vittima della retorica aulica e decandente del dannunzianesimo. Una critica feroce quella che non risparmiò neppure i tecnici «che non sono andati oltre la fotografia animata». Il cinema italiano, secondo la visione longanesiana, pagava – come la letteratura – l’emulazione della fabbrica dei sogni americana. La morte era datata «alla fine del 1913, dal ’13 al ’22 si è sfruttata un’industria, dal ’22 ad oggi si sono perduti inutilmente dei quattrini».
Giudizio tranchant, da «antitaliano» (come amava definirlo Montanelli che lo poneva in quella élite con Gobetti, Prezzolini e Ma-laparte) che in un numero davvero speciale de “L’Italiano” – gennaio-febbraio 1933 – evidenzia l’assenza di «verità e di reale» nelle pellicole dei nostri registi, la cui pseudola modernità non poteva reggere il confronto con la vera avanguardia: quel cinema sovietico, capace già alla metà degli anni venti di realizzare capolavori come La corazzata Potëmkin di Ejzenštejn e La madre di Pudovkin. Mediante l’estetica di Lo spirito del filmdi Béla Balasz, di cui pubblicò uno stralcio in quello stesso speciale, Longanesi affondava la sua lama tagliente sulle viscere di un cinema italiano che per lui era metafora di un’epoca e di un regime ormai alla deriva. Il fascismo stava suicidandosi, vittima della sua stessa cultura piccolo borghese e pertanto dopo aver concluso la fase critica nella rubricaIl gioiello convesso – pubblicata sulla rivista “Cinema” – e dopo un apprendistato da soggettista – della società Scalera – in Batticuore (1939) di Mario Camerini e Fra Diavolo di Luigi Zampa, era pronto a girare quel film che aveva intenti primariamente politici, e come nel suo stile, inequivocabilmente incendiari.
Dieci minuti di vita è la storia di un pazzo evaso dal manicomio di Lambrate che gira con una mina pronto a far saltare chiunque vi si imbatta. «Attenti al pazzo» è l’appello disperatamente sentito, rivolto a quel tempo folle in cui tutto sta crollando. L’estate del ’43 Longanesi si mette dietro a una macchina da presa proprio nel momento in cui il Gran Consiglio del fascismo sfiducia Mussolini. Come in Fra Diavolo il messaggio è quello di una difesa della tradizione culturale identitaria, messa a ferro e fuoco con la scusa della sua stessa «sprovincializzazione». Longanesi sta dalla parte del brigante Michele Piazza che difende, ad ogni costo, le sue terre dallo straniero. Il pazzo di Dieci minuti di vitaconcede quel breve lasso di tempo agli «astratti italiani» per tentare la strenua difesa dal nemico invasore e riportare il fascismo a quella «spinta eversiva delle origini» che aveva spinto a sua volta Longanesi a credere nell’ardito «Mussolini ha sempre ragione», ad essere uomo di penna e d’azione sconfinando nel violento schiaffo ad Arturo Toscanini per il gran rifiuto ad eseguire “Giovinezza”. Ma quel film ambiziosissimo, fin dalla scelta del cast di prim’ordine (tra i tanti prevedeva le dive dell’epoca Alida Valli e Isa Miranda e gli attori di punta Vittorio De Sica e Gino Cervi) vide la scritta “fine” dopo 35 minuti di girato. All’armistizio dell’8 settembre, Longanesi assieme al giovane Steno (caporedattore del “Marc’Aurelio” e sceneggiatore del film, con Flaiano e Orsola Nemi) Mario Soldati e Ricardo Freda, fuggì da Roma per riparare a Napoli e andare incontro agli alleati. A guerra finita non tornò sul set e Dieci minuti di vita nella versione di Vivere ancora venne portato a termine da Nino Giannini. Longanesi era come se avesse rimosso quella sua unica creatura di celluloide e fino alla fine dei suoi giorni si concentrò su progetti editoriali (fondò il settimanale “Il Borghese”) e dopo i cinematografari continuò a fustigare anche i colleghi della carta stampata ammonendoli: «I giornali, da cinquant’anni, in Italia recano soltanto quelle verità a pagamento che sono gli annunci funebri». La passione per il cinema era scemata con gli ultimi giorni del Duce, del quale aveva rimosso la cinematografia propagandistica dell’inutile servizio Luce, mentre avrebbe sempre tenuta appuntata come una medaglia alla memoria, quella volta che Mussolini gli disse: «Voi siete anarchico. Siatelo per molti anni, finché lo potete. È una ricetta per restar giovani». Un anarchico Longanesi, che dopo aver preteso una maggiore attenzione al «vero e al reale» da parte dei nostri registi, nel dopoguerra colpì e affondò il neorealismo di De Sica e Zavattini, stroncando Il tetto. Un film del ’56, l’anno prima della sua morte quella di un piccolo gigante che voleva si sapesse: «Sono un misantropo che cerca compagnia per sentirsi solo».