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 2017  aprile 29 Sabato calendario

In fila ai «supermarket sociali». La spesa ai tempi della crisi

Fuori dalla porta c’è la fila. Qualche mamma, alcuni uomini, molte signore anziane. Guardano l’orologio, in diversi sono lì già da ore: in mano hanno un foglietto, lo rigirano tra le dita. È grazie a quella ricevuta che possono riempire il carrello di olio, latte e pasta. In un negozio normale non riescono a permetterselo: il loro portafogli è vuoto, quelle quattro cose le pagano con i punti. Ogni mese ne hanno a disposizione non più di cento. Alle cinque del pomeriggio la scena davanti al supermercato sociale di Bari è la stessa ogni giorno: una coda chilometrica e quelle “tessere annonarie” che salvano la cena a più 200 famiglie pugliesi. Il sistema è semplice: basta avere una certificazione Isee che attesta un reddito familiare inferiore a 3mila euro e si ha diritto a quella fidelity-card della speranza. Nelle liste dell’associazione che eroga il servizio c’è anche una coppia con nove figli a carico. Niente fondi pubblici, niente sovvenzioni: cassieri, operatori e venditori sono volontari. Sugli scaffali ci sono gli “scarti” della grande distribuzione, prodotti regalati ai bisognosi, lotti non spendibili sul mercato comune. «Qui troviamo detersivi per la casa, vestiti, prosciutto crudo, biscotti di marca e bevande come la Coca Cola che difficilmente potremmo permetterci per i nostri figli» racconta a “Repubblica” Teresa, una 50enne che in tasca ha 55 punti. Ancora da spendere. Gli store “solidali” sono oramai una realtà in tutte le città italiane: solo quello barese serve, quotidianamente, 239 famiglie. Cioè più di mille persone. E altri 80 nuclei famigliari sono già in lista d’attesa. Come a Ferrara, dove il market della solidarietà ha conquistato, in una manciata di mesi, 250 italiani per un valore economico di 245mila euro. In Emilia Romagna i minorenni che possono mettere in tavola qualche pacco di spaghetti in più sono la bellezza di 119. Ma per capire a chi destinare le tessere della speranza (alimentare) con validità di 18 mesi è stato necessario persino aprire un bando. E poi Poggibonsi, Fasano (Brindisi), Sondrio, Varese: gli aiuti del Belpaese nemmeno si contano. Gli empori sociali della Caritas umbra, a Terni e dintorni, hanno più di 900 clienti. Nei banconi c’è un po’ di tutto: generi di prima necessità, pane e bottiglie d’acqua, pannolini per i più piccoli, qualche capo d’abbigliamento. Passate di pomodoro e olio d’oliva, farina e persino omogenizzati. A Parma più di 1.500 famiglie hanno usufruito della “spesa a punti”, a Torino (e solo nel 2013) sono stati 2.174 gli adulti e 735 i bambini con meno di dieci anni a tirare un respiro di sollievo nella bottega di turno. I “super” all’ombra della Mole Antonelliana, tre anni fa, hanno distribuito 76mila chili tra frutta e verdura per un totale di quasi 10mila euro. Le modalità d’accesso cambiano da città a città, anche perché i vari progetti presenti nello Stivale sono stati creati da associazioni e cooperative. Il monito, però, è uno soltanto: merce gratuita o, comunque, offerta a prezzi calmierati. Nel negozio di Bari bisogna tenere a mente i punti: l’olio ne vale sette, lo zucchero uno. A Milano si può fare una spesa completa con 20 euro, a Salemi (in provincia di Trapani) a chi ha qualche spicciolo in più può essere richiesto un contributo che oscilla tra i cinque e i 20 euro. Ma c’è anche chi in cambio chiede qualche piccolo lavoretto: come nel comune toscano di Quarrata. Lì le sporte della spesa (gratuita) se le portano a casa solo quelli disposti a rimboccarsi le maniche con qualche lavoro socialmente utile. Una sorta di baratto. E chi non ne ha bisogno sembra ben disposto a dare una mano: ad Amelia (un piccolo borgo dalle parti di Terni) due giorni fa la Caritas ha concluso la raccolta di prodotti alimentari in 13 supermercati della zona: in poche settimane hanno messo da parte sette tonnellate di pasta e riso, biscotti e tonno in scatola.