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 2017  aprile 28 Venerdì calendario

Il 2% del Pil per la Nato. Lo scherzetto degli Usa ci costerà 14 miliardi

«Manteniamo gli impegni» assicura Paolo Gentiloni. Messe così, le parole del premier non significano niente. Vanno tradotte in quattrini: 14 miliardi di euro. È questa, grosso modo, la spesa aggiuntiva che dal prossimo anno l’Italia dovrà sostenere per tenere in piedi la Nato. L’incremento del contributo italiano all’Alleanza atlantica nasce da una precisa richiesta di Donald Trump: è stato il presidente degli Stati Uniti a infilare le mani nelle casse dello Stato. L’inquilino della Casa Bianca aveva «ricordato» a tutti i partner gli accordi del 2014 al summit in Galles, secondo i quali i paesi membri che oggi partecipano alla Nato con l’1% del loro pil, avrebbero dovuto portare l’esborso fino al doppio. 
Trump non si è rivolto solo a Roma quando ha chiesto più quattrini e ha promesso di essere «molto duro» a fine maggio, a Bruxelles, quando è in programma il prossimo vertice dell’Alleanza. Secondo il presidente Usa «non è corretto che noi paghiamo il 4% e altri paesi l’1%». «Pay up» ovvero saldare il conto: è questo che chiede a Gentiloni. Nel giro di pochi giorni, il premier italiano ha risposto «ok». 
Di che cifre stiamo parlando? Oggi, per l’esattezza, l’Italia versa l’1,1% del suo prodotto interno lordo. Poco più di 18 miliardi, stando ai dati del 2015 e del 2016. Trump ci chiede uno sforzo ulteriore pari allo 0,9% del pil che, calcolatrice alla mano, vuol dire altri 14,5-15 miliardi. In totale, il peso della Nato sulle finanze pubbliche della Penisola è destinato a salire dagli attuali 18 miliardi a circa 33-34 miliardi. Una botta per i conti del Paese che sembra inevitabile. Dopo la promessa fatta a Trump lunedì, ieri Gentiloni ha ribadito la sua parola col segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg. Il quale deve “ringraziare” Matteo Renzi che, nel 2014, a pochi giorni dalle votazioni per quella poltrona, ritirò senza fornire motivazioni ragionevoli il sostegno italiano alla candidatura di Franco Frattini. I giochi erano sostanzialmente fatti e la scelta sembrò a tutti incomprensibile. Per l’ex ministro degli Esteri non ci furono margini e la spuntò, a sorpresa, Stoltenberg. Magari con Frattini sul ponte di comando Nato, il dossier sarebbe stato gestito in maniera diversa. 
Acqua passata. Ora servono 14-15 miliardi. Ma dove troverà il governo italiano i fondi necessari? La cifra è enorme e lo è ancora di più in vista di una legge di bilancio che sarà confezionata con una coperta cortissima. Una spesa quella per la Difesa che riduce al lumicino le speranze di evitare la stangata Iva, destinata a salire dal 22 al 25% a gennaio 2018. Se al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, riuscirà l’impresa di mettere insieme un po’ di soldi, ci sarà Trump pronto a intascarli. 
L’annuncio del Primo ministro non è passato sotto silenzio dentro i nostri confini. Accolto con favore dai democratici con Andrea Manciulli, presidente delle delegazione parlamentare alla Nato, che ha parlato di un ruolo «valorizzato per l’Italia». Bocciato senza appello dal Movimento Cinque Stelle: «Una follia» tuonano i pentastellati. Anche per il capogruppo dei deputati di Sinistra italiana, Giulio Marcon «le spese militari vanno diminuite e non aumentare per fare felice l’industria bellica americana». Gentiloni ha cercato di tranquillizzare tutti, parlando di un percorso a tappe e tentando di far pesare soprattutto «l’impegno» e meno il denaro fresco: i nostri soldati sono impegnati in diverse missioni strategiche, dall’Iraq all’Afghanistan ai Balcani. «Sull’aspetto delle spese il percorso sarà più graduale perché dobbiamo tenere conto delle nostre condizioni economiche» ha spiegato il presidente del consiglio sperando di allungare i tempi. Una tabella di marcia rivista che, tuttavia, non trova riscontro né negli accordi presi precedentemente né nelle aspettative di Trump. Che desideroso di ridurre la quota americana, corrispondente a oltre 450 miliardi di euro potrebbe tornare a battere cassa assai presto.