Libero, 28 aprile 2017
Sbaglia chi si lava troppo e chi mai
Il presente articolo per la serie “letture fondamentali” vorrebbe difendere il collega Giuseppe Cruciani dall’accusa di lavarsi poco. Non solo: si vorrebbe metterla giù dura e provare ad argomentare quasi seriamente. Tutto nasce da qualche battuta radiofonica e da approfondimenti che negli ultimi giorni hanno fatto il Corriere online e il programma Le Iene: Cruciani, intervistato, ha detto che si lava per necessità e non per piacere (come quasi tutti, a mio dire) e poi è sceso nel dettaglio: in genere si lava dopo che è andato a correre (spesso) e per il resto si lava a pezzi e comunque non supera il paio di docce alla settimana. Anche qui: non giurerei che la media italiana sia molto diversa.
Cruciani non è un amante dell’acqua (me ne sono accorto frequentandolo al mare o in piscina) e, per quanto riguarda i cambi intimi, dice che resiste tranquillamente con le stesse mutande per un paio di giorni. Interessante, vero? Secondo me sì, a prescindere Cruciani: il quale, vabbeh, fa il coglione e si diverte a provocare perché sa che il circo mediatico non aspetta altro, compreso il collega Andrea Scanzi (Il Fatto Quotidiano) che è ossessionato da Cruciani e cerca sempre di fare la gara a chi l’ha più grosso l’ego.
La prima banale considerazione dunque è questa: non sono affatto sicuro che ci sia in giro tutta questa gente che si lavi più di quanto Cruciani ammette di fare.
La seconda considerazione, più noiosetta, è che ricordo benissimo come da bambini ci si lavasse di meno (30-40 anni fa lo standard era il bagno settimanale) e credo che l’igiene oggigiorno tenda a diventare igienismo e cioè una vera ossessione. Non è un pensiero molto originale: ricordo un lungo articolo dello specialista Donnachadt McCarthy sul Guardian, per esempio. Dopodiché non so se ci laviamo troppo (un breve giro in metropolitana farebbe pensare il contrario) ma fior di studi dimostrano che l’eccesso di pulizia porta malattie perché le difese immunitarie si abbassano.
I dermatologi, in particolare, raccomandano di non esagerare e spiegano che la maggior parte dei saponi altera la flora microbica, quella che ci protegge dai germi pericolosi. Ma anche l’acqua, da sola, è nemica delle più svariate dermatiti. È ormai assodato che bisognerebbe lavarsi i capelli ogni tre o quattro giorni (c’è chi dice di più) e ricordo uno studio dell’università La Sapienza secondo il quale i ventenni italiani fanno mediamente cinque docce invernali alla settimana e nove estiva: «Troppe, in confronto alle reali necessità di pulizia», commentò Carlo Signorelli, docente di Igiene nella stessa università. La ragione, così pare, è che questi ventenni lo facevano soprattutto per gli altri, per il timore di infastidire col proprio odore corporeo. E questo spiega l’atteggiamento di Cruciani: è così sicuro di sé da non aver paura di poter puzzare.
La terza considerazione è addirittura storica. L’ignoranza e la vera mancanza di igiene, nei secoli scorsi, crearono milioni di morti (tutti dovrebbero leggere “Il caso Semmelweiss” di Céline, dove si raccontava che una partoriente su quattro, nei centri ostetrici, moriva perché i medici non si lavavano le mani) ma per il resto la mancanza di igiene era addirittura raccomandata. Luigi XIV, il famoso Re Sole, in tutta la sua vita fece solo due bagni e solo su consiglio dei medici; i nobili del Cinquecento facevano mediamente un bagno ogni quattro o cinque mesi (i nobili nel Settecento non ne facevano proprio) perché la cattiva fama dell’acqua nasceva con le pestilenze: dicevano che aprisse i pori, e che permettesse l’ingresso di aria appestata. Le città dell’epoca erano così: non c’erano cestini della spazzatura né pulizia delle strade, la gente faceva in media un solo bagno nella vita, aveva una sola camicia e raramente lavata, e si incipriavano i capelli invece che fare lo shampoo. Camminavano in strada facendo slalom tra sporcizia e letame, nelle strade si accumulavano rifiuti ed escrementi, e girare in carrozza era un modo per tenersene lontani: non a caso si usavano stivali alti, servivano a guadare lo schifo. In certe città tedesche si usavano persino i trampoli.
Le abitudini moderne arrivarono in Europa solo nel diciannovesimo secolo, e piano piano ci si rese conto che la poca igiene portava malattie: la reazione fu uguale e contraria, tanto che oggi si esagera. Tipico. È come per la carne: durante le guerre mancava, dopo si esagerò, ora si vorrebbe bandirla, e via così. Con l’acqua non è tanto diverso. Però oggi si inscena la sfottitura piccolo-borghesemediatica qualora un Cruciani non dica di fare (che è diverso da fare) la doccia proprio tutti i giorni.
Si attende il prossimo scoop: fuori dall’Italia non esistono i bidet. Segue intervista a BernardHenry Levy.