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 2017  aprile 28 Venerdì calendario

Francesco Renga: «Sono 35 anni che canto per stare al mondo»

“Sono un uomo fortunato, anche se nessuno mi ha regalato niente. Il mio lavoro è l’unico modo che ho per sentirmi adeguato. E percepisco che adesso è il ‘momento giusto’”. Compirà 49 anni tra meno di due mesi, Francesco Renga, ma per tutta la sua carriera artistica (“l’anno prossimo sono 35 anni che ce sto a provà”) non ha mai pensato a un album live. Fino ad oggi. Otto volte sul palco di Sanremo – una con i Timoria, le altre da solista –, sette cd in studio, giudice di Amici ed ex compagno di Ambra Angiolini – dalla quale ha avuto due figli e con la quale i fan sperano si rimetta, prima o poi –, Renga ha raccolto sedici successi e tre inediti in Scriverò il tuo nome (da oggi in vendita per Sony Music) e partirà il 5 maggio dal Mediolanum Forum di Assago per un nuovo tour nei palazzetti.
Renga, perché un live proprio adesso?
Me lo sono domandato anch’io. Non che non ci abbia pensato prima e gli stessi fan me lo hanno chiesto tante volte. Ma io sono un artigiano, ho sempre lavorato a piccoli passi: mi sono preso le mie soddisfazioni, ma al momento giusto. Ecco, credo che questo sia il momento giusto.
Nuova luce, uno dei brani inediti del disco, ricorda un po’ il tempo dei Timoria. Non è una canzone d’amore, ma generazionale.
Ho valutato questa cosa solo a posteriori, perché il brano è nato come un impeto, una voglia di stupire, di rimettermi in discussione trovando un linguaggio per una generazione nuova, molto diversa dalla mia. Con grande sorpresa, ma con la consapevolezza di aver fatto le cose per bene, sono tornato a essere quello che ero trent’anni fa.
Però, lo diceva anche lei, la generazione è diversa. Quali sono i problemi dei ventenni di oggi?
È cambiato tutto. Noi avevamo un orizzonte, una speranza, una prospettiva. La sensazione di avere tutte le porte aperte. Questa consapevolezza, o forse quest’illusione, nelle nuove generazioni non la vedo più. Vedo più una stanca rassegnazione, ed è anche colpa nostra e di chi ci ha preceduto. Nuova luce vuole servire a scuotere le menti.
Il cambio di prospettiva per lei è stato la paternità: lo considera il suo “giorno più bello del mondo”?
Quando è nata Jolanda, nel 2004, ho smesso di essere figlio e sono diventato grande. Non sono stato più il baricentro della mia esistenza, ma ho guardato la mia vita attraverso gli occhi di un’altra persona. Un motore di energia.
Quali sono i valori che trasmette ai suoi figli?
La condivisione e la solidarietà: in una parola, il bene. Però ho capito che, piuttosto che insegnare, bisogna dare l’esempio. Parlare di ecologia non ha senso: devi fare la differenziata. Mio padre è stato per me un esempio brillante e io cerco di essere lo stesso per i miei figli, partendo dalle piccole cose di ogni giorno.
Parliamo del palco dell’Ariston, amato dal pubblico ma spesso denigrato dai cantautori. Che rapporto ha con Sanremo?
Ottimo, fin dal ’91 quando ci sono arrivato con i Timoria. Noi eravamo i ‘pulcini’ del rock italiano ed era considerato un male andare lì. Eppure fui io il motore di quella iniziativa. Ho sempre vissuto Sanremo come una grande possibilità, ovviamente se hai qualcosa da dire.
Nel 2005 ha vinto proprio Sanremo con Angelo, nella quale cantava “siamo soli e questa è la realtà”. Siamo solo individui che non si fondono?
Diciamo che quella era più una domanda. È un brano che racconta il momento della mia paternità, questo regalo che si manifesta come una responsabilità enorme, accompagnata dal senso di inadeguatezza, di incapacità, anche di paura. La cosa che poi ho capito col tempo – anche grazie ai miei figli – è che da soli non si va da nessuna parte. C’è bisogno di essere comunità.
È stato giurato nella quattordicesima edizione di Amici. Come considera i talent show?
Come un percorso, e come in tutti i percorsi ognuno trova la sua strada. Se avessi 16 anni ci proverei, così come feci a Sanremo. Se una canzone è brutta, è colpa dell’autore e non della piattaforma. I talent sono una piattaforma. Poi, bisogna dirlo, la discografia ha delegato alla tv quello che era un suo ruolo. Un tempo andavi a suonare alla bocciofila e speravi che ti venisse a sentire un talent scout. Adesso, no. Per fare il primo disco, io ci ho messo cinque anni. Ora in una settimana hai tutto pronto, e magari pure di buon livello, e attraverso il web vieni seguito da migliaia di persone.
Chi è Francesco Renga?
Un uomo fortunato cui non è stato regalato nulla – e per fortuna, se mi passa il gioco di parole. Questo mi ha dato la possibilità di rimanere ciò che sono sempre stato, crescendo, abbandonando le mie paure, avendo dei figli e delle possibilità economiche. Ma anche quelle, al tempo giusto: la prima auto me la sono potuta permettere dopo la vittoria a Sanremo. Il lavoro è il mio modo per stare al mondo, ma so bene che la vita reale è un’altra cosa, non è il palco, non è il successo che va e viene.
Parafrasando la sua canzone “Era una vita che ti stavo aspettando”, quanto pesa l’anima?
L’anima è l’unico peso che dovremmo portare.