Corriere della Sera, 28 aprile 2017
Cresce la sopravvivenza contro il cancro, il 60 per cento ce la fa
ROMA Tremilioni centotrentaseimila e settecentonove. Sono gli italiani che vivono con addosso un tumore. O meglio, dopo essere passati attraverso le forche caudine di una diagnosi infausta, di una chirurgia, di una chemioterapia. Quasi due terzi di loro da oltre cinque anni. Sopravvivono. E sono più della metà: il 60%.
È una straordinariamente buona notizia, perché significa che le terapie funzionano e funziona soprattutto l’allarme che spinge molti a controllarsi periodicamente per poter giocare d’anticipo e combattere il cancro finché è allo stadio iniziale. Ma, tra questi milioni di italiani, ce ne sono molti che non ce la fanno: il 40%. Per rendersi conto del terrore che spinge alcuni, ad esempio i genitori di Eleonora a Padova, tra le grinfie dei guaritori come Hamer bisogna partire da questo 40% e dalla concretezza di milioni di persone che lottano inutilmente. Colpa dell’aggressività della neoplasia, colpa del tipo di cancro per il quale non ci sono ancora terapie efficaci, colpa del ritardo con cui lo si coglie. La medicina ha le sue spiegazioni, forti e rigorose; ma è nella quotidianità del dolore che molti sbagliano a scegliere di chi fidarsi.
Ha fatto quindi bene l’Aiom (l’Associazione italiana di oncologia medica) a presentare ieri in Senato gli Stati generali dell’oncologia per chiedere un Piano nazionale contro il cancro, un programma e una regia unica. Che vuol dire reti di assistenza, umanizzazione delle cure, uno stop alle migrazioni che spingono ancora un milione di italiani verso nord in cerca di risposte. Insomma, per combattere il cancro non basta essere bravi e avere i farmaci: gli italiani lo sono e le percentuali di sopravvivenza nel nostro Paese sono tra le più alte del mondo. Bisogna cominciare a guardare in faccia quelle 3.136.709 persone: ci sono le ragazze che vogliono sperare in una maternità dopo le terapie; ci sono gli uomini che subiscono l’asportazione della prostata ma vogliono avere una vita sessuale; ci sono però anche gli uomini e le donne che non ce la fanno ma hanno diritto a vivere fino in fondo senza dolore e aggiungendo vita ai loro giorni, ed è possibile.
Milioni di “sopravvissuti” che affrontano ciclicamente controlli e nuove terapie, che chiedono altre cure per poter vivere pienamente (riabilitazione oncologica, assistenza per la genitorialità, gestione delle malattie correlate) a cui si aggiungono mille nuovi malati al giorno. È un peso spaventoso per la collettività. L’Istituto dei tumori delle Romagne ha calcolato che curare i malati di cancro (dalla diagnosi al fine vita) costa circa il 20% della spesa sanitaria globale (oltre 20 miliardi l’anno). Un’enormità.
È vero che non si può dare un valore alla vita e alla sofferenza, ma è questa cifra iperbolica che spinge a vedere l’incongruo di un sistema di finanziamento che taglia la spesa per la prevenzione, ovvero l’unico modo per non avere malati di cancro, e crea un fondo speciale per i farmaci oncologici di 500 milioni l’anno che vanno ad aggiungersi a quei 20 miliardi.
Intendiamoci, i malati vanno curati e i soldi si devono trovare. Ma perché investiamo in prevenzione meno della maggior parte dei paesi Ocse? Il 4,2% della spesa sanitaria. L’Aiom calcola che, come spiega il presidente Carmine Pinto, «se la spesa per la prevenzione raggiungesse il 5% potremmo risparmiare in terapie e assistenza 7,6 miliardi di euro l’anno». Che coprirebbero ampiamente il costo dei farmaci innovativi, suggeriscono gli oncologi. Ma anche potrebbero andare a costruire palestre decenti nelle scuole; veri programmi di educazione alimentare, di contrasto al fumo e all’alcol, di assistenza ai ragazzi a cui le famiglie non riescono a garantire la quantità di frutta e verdura necessaria ogni giorno. Così come a coprire capillari vaccinazioni contro l’Hpv responsabile del tumore della cervice e del virus dell’epatite B colpevole di molti tumori del fegato.