Corriere della Sera, 28 aprile 2017
«Nessun legame, ma gli scafisti a volte ci usano». Intervista a Amelia Giordano
ROMA In poco più di un anno, soltanto con 30 volontari, hanno salvato da morte certa oltre 15mila migranti, destinati altrimenti ad essere sepolti nel cimitero del Mediterraneo. «E come si può pensare che chi sceglie di fare questa vita, in mezzo al mare, e vede ogni giorno la disperazione di donne, uomini, bambini, possa avere un qualunque contatto con i trafficanti di esseri umani? Assurdo. Bisognerebbe avere rispetto del nostro lavoro, non attaccarci». Amelia Giordano, responsabile della comunicazione dell’Ong “Sos Mediterranee”, che con la nave “Aquarius” soccorre i migranti abbandonati al largo delle coste, non nasconde il suo sdegno. «In quelle acque si sta consumando un genocidio grave come la shoah, e in Italia si fanno polemiche...».
Il procuratore di Catania afferma che alcune Ong sarebbero al soldo degli scafisti.
«Un’affermazione forte, difficile da dimostrare però. Le Ong, com’è noto, lavorano in stretto contatto con le capitanerie di porto. Noi di “Sos Mediterranee” partiamo per i salvataggi quasi sempre sulla base di una loro segnalazione. E se invece l’avvistamento lo facciamo noi, prima di muoverci avvertiamo le autorità».
Ma potrebbe accadere che indirettamente veniate strumentalizzati dai trafficanti?
«È possibile, ed è quello che dice Frontex. Ma nel senso che gli scafisti conoscono benissimo le leggi del mare, che obbligano a salvare chi si trova in difficoltà. E ne approfittano».
Come sopravvivete?
«Siamo un gruppo italo-franco- tedesco, operiamo da un anno, e sulla nostra nave ci sono anche i Medici senza frontiere. Viviamo di donazioni e del 5 per mille».
E allora, Amelia Giordano, perché vi attaccano?
«Perché ci occupiamo di salvare vite che nessuno vuole? Perché diamo dignità ai poveri e agli ultimi? Ecco forse è per questo che siamo scomodi».