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 2017  aprile 28 Venerdì calendario

E il Cecato alza le braccia al cielo ma l’ultima provocazione è soltanto un segno di resa

ROMA Con la forza a suo modo brutale ma incoercibile della contabilità penale – richieste per oltre cinque secoli di reclusione nei confronti di 46 imputati – la Procura di Roma riporta bruscamente il processo Mafia Capitale sulla terra. Diradando le nebbie della chiacchiera e quel senso di scanzonato scherno che, come un rumore di fondo, hanno accompagnato un anno e mezzo di dibattimento. «Un processetto». «Una bolla mediatica». «Un Truman show» ad uso e consumo di magistrati, investigatori, giornalisti e affabulatori in carriera. La requisitoria del procuratore aggiunto Paolo Ielo e dei sostituti Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli si chiude infatti nel solo modo possibile. Dando conseguenza logica e coerente a quella che ne è stata ed è la premessa. L’ipotesi di accusa: l’esistenza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso che, per almeno tre anni, dal 2011 al 2014, ha ridotto l’amministrazione della cosa pubblica nella Capitale del Paese a un simulacro. A «karaoke della corruzione». E la libertà e la trasparenza degli incanti ad affare per «caciottari».
Del resto, l’espressione straniata – e a tratti di comprensibile e trattenuta disperazione – che, per la prima volta, sembra segnare dietro le sbarre delle gabbie in cui sono rinchiusi i volti di alcuni degli imputati durante la lettura di richieste di pena (perché, in molti casi, vista l’anagrafe, pene superiori ai 16 anni significano, di fatto, carcere a vita) è la prova palpabile di come si sia evidentemente dovuti arrivare al 27 aprile 2017 per prendere sul serio la posta in gioco di questo processo (gli unici a fare eccezione sono stati l’accorto Luca Odevaine e il suo legale Luca Petrucci). Scoprendo che quella parola – mafia – non conosce e non può conoscere eccezioni, ancorché declinata in un tribunale di Reggio Calabria, Palermo, Napoli, Bari, piuttosto che Roma. E, in qualche modo, a irrobustire la sensazione di sbandamento che sempre produce il ritorno alla realtà, sono anche le parole di Ippolita Naso, legale di Massimo Carminati. «L’entità delle pene non ci sorprende e risponde a ciò che chiede l’opinione pubblica», dice. In verità, risponde a ciò che chiede il codice penale. Almeno se si ha la pazienza di seguire il filo di ragionamento in aula del pm Luca Tescaroli. «Il reato punito dall’articolo 416 bis – argomenta introducendo le richieste di condanna – viene punito con una pena edittale che va da un minimo di 15 a un massimo di 26 anni di reclusione per quanto riguarda i capi, i promotori e gli organizzatori dell’associazione. E con una pena che va da un minimo di 12 a un massimo di 20 anni per i partecipi. A questo si deve sommare l’aggravamento della pena pari a un terzo quando l’associazione mafiosa, come in questo caso, ha finanziato le sue attività economiche con i proventi dei delitti». Dunque, prosegue il pm, la strada imboccata dalla Procura è quella di un calcolo matematico che, per giunta, parte da una soglia minima. «Si è deciso di ancorare le richieste di pena in relazione agli imputati accusati di essere i capi, gli organizzatori e i promotori dell’associazione mafiosa, partendo dal minimo edittale, 15 anni, negando la concessione delle attenuanti in considerazione della spregiudicatezza e gravità delle loro condotte e del fatto che alcuni degli imputati sono recidivi». Salvo poi sommare nelle pene richieste per ciascuno gli anni previsti per i reati “satellite” che si vuole che l’associazione abbia commesso. Corruzioni, estorsioni, false fatturazioni, turbative d’asta. Si arriva così ai 28 anni per Massimo Carminati. Ai 26 e tre mesi per Salvatore Buzzi. Ai 25 e 10 mesi per Riccardo Brugia. Piuttosto che ai 22 per Fabrizio Testa. E con loro, con pene a scendere, ma con identica logica e calcolo, alla richieste di condanna per i semplici “partecipi” dell’associazione, per i quali, come si è visto, la pena minima parte dai 12 anni.
Appare dunque come un ultimo disperato esorcismo il gesto con cui Massimo Carminati accoglie la richiesta di condanna che lo riguarda – pene accessorie comprese, quali la dichiarazione di «delinquenza abituale» e i «due anni di lavoro in colonia agricola a pena detentiva scontata» – levando le braccia e i pugni al cielo. Perché in quel moto di scherno è davvero non solo la fine e il tramonto di un Capo (che, se il tribunale dovesse accogliere le richieste dei pm, tornerebbe libero solo alla soglia degli 80 anni), ma anche l’epitaffio di una strategia di difesa che, per la prima volta, lo ha visto rispondere a delle domande in un’aula di giustizia contribuendo, paradossalmente, a renderne ancora più insostenibile la posizione. Il “Nero” Carminati e il “Rosso” Buzzi sono riusciti infatti in un anno e mezzo di processo non solo a non offrire una spiegazione alternativa e plausibile del loro legame “contro natura” che non sia quella della sua cifra “mafiosa”. Ma in un incedere fracassone, a tratti persino guittesco, hanno finito per dare la sensazione che ogni parola pronunciata a loro difesa (anche quelle fornite di una qualche logica) finissero con l’essere le battute di uno scadente copione che ora spalanca le porte dell’abisso anche a tutti i loro coimputati. In una notte dove tutti i gatti sono grigi.
Una richiesta di pena, va da sé, non è una sentenza di condanna. E sarà dunque il Tribunale, di qui all’estate, dopo le arringhe delle difese che, ragionevolmente si protrarranno nei mesi di maggio e giugno, a stabilire se è di Mafia che si è parlato dal dicembre 2014 ad oggi. Una cosa, tuttavia, è certa. Per la prima volta, ieri pomeriggio, Roma, la sua opinione pubblica, il Foro, i suoi palazzi di giustizia, hanno compreso che è comunque finito il tempo della sua pretesa “diversità” criminale. Che non ha più corso il suo speciale e non scritto statuto giuridico che, per dirla con Flaiano, ha dal dopoguerra ad oggi regolarmente trasformato la tragedia in farsa.