La Stampa, 28 aprile 2017
Ring da 90 mila posti: Wembley cambia look Joshua-Klitschko, pugni al posto del pallone
Prima lo stadio si rimpicciolisce, perde il campo, foderato di plastica, rinforzato di travi e trasformato in ring. Poi si allarga, risucchia spazi proibiti, scopre angoli inediti e diventa altro. Un arena, un colosseo, un tempio senza più religione.
Wembley si è trasformato per ospitare Anthony Joshua contro Wladimir Klitschko, sfida tra pesi massimi e generazioni e incontro che si disputa domani davanti a 90 mila persone per gentile concessione del sindaco di Londra. Sono 10 mila più di quante l’impianto ne abbia mai ospitate, ma la richiesta era incontenibile, l’attesa frenetica, gli sponsor e gli organizzatori disposti a pagare gli extra ad alto prezzo.
Lo stadio chiama match leggendari: Ali contro Foreman a Kinshasa, oggi il posto si chiama Tata Raphaël ma è rimasto Rumble in the Jungle. San Siro ha visto le scintille tra Benvenuti e Mazzinghi, l’Azteca ha ospitato l’incontro con più spettatori, 132 mila per Chavez contro Haugen. Adunate, happening, la preparazione somiglia a un concerto ma la vita che si respira è tutt’altro. Non c’è una sola voce, ci sono urla da ogni direzione e silenzi improvvisi carichi di angoscia, una trama che non segue scalette e un pubblico avido di emozioni forti che non sta lì per applaudire un mito ma per assistere a una mutazione. Succede sempre quando due si picchiano, e sabato c’è tanto in palio: tre cinture, orgoglio, soldi, eredità.
Tattica dello sfidante
Ieri alle 7 del mattino Wembley era ancora la casa del calcio inglese con il suo prato perfetto e le tribune sgombre e stasera alle 6 sarà irriconoscibile. Una squadra di 2000 persone lo ha impacchettato, rimodellato e destinato a nuovo incarico.
Non è la prima volta, tre anni fa lì hanno incrociato i guantoni Carl Froch e George Groves e Froch ancora ricorda «lo spogliatoio immenso, tutti quei neon che non potevi spegnere». Lui cercava un momento di raccoglimento prima della carica e quello stanzone enorme, pensato per un via vai continuo, pulsava storia altrui. Wladimir Klitschko è abituato al contesto, lui è stato il re della boxe dentro gli stadi tedeschi. Adora le folle, le curve, il rumore che ha un’altra consistenza rispetto a quello che accompagna una partita. Niente cori scanditi, niente ritmo, ma un tifo più solitario, isterico: stupore e paura si fanno sentire a ogni round.
Lo stadio si deve snaturare per diventare il palco del pugilato e forse per questo domanda sforzi extra, a chi prepara la scena e ai protagonisti. Domani nella notte, dopo che qualcuno avrà alzato le braccia contro un cielo che si annuncia nuvoloso, i 2000 lavoranti rimasti in servizio inizieranno a smantellare perché il campo di calcio deve respirare. Il fatto che sia tutto così precario aumenta l’energia. A differenza di altri pugili Joshua e Klitschko non si sono punzecchiati nell’attesa, non hanno costruito fronti opposti. Qualcuno sostiene che sia una tattica dello sfidante, l’ucraino che rivuole il suo trono: lascia tranquillo il rivale, isolato nella sua concentrazione e forse impreparato all’impatto. Perché il primo colpo arriva dallo stadio.