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 2017  aprile 27 Giovedì calendario

Il tesoro di Sciascia fermo alla lettera C da 25 anni

In questa storia hanno un ruolo da protagonisti la moglie di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, ma anche il boss mafioso Giuseppe Sirchia, Enzo Tortora, Bettino Craxi e Primo Levi. È un racconto tipico italiano che si svolge nel “paese della Ragione”, Racalmuto, che diede i natali a Leonardo Sciascia. Nella sua Regalpetra ci sono storie degne di un romanzo, lì a pochi chilometri dalle terre dove visse anche Luigi Pirandello. Ecco, la storia della Fondazione Sciascia potrebbe essere ascrivibile al premio Nobel agrigentino che ha fatto del paradosso un tratto distintivo dei suoi romanzi.
A Racalmuto c’è infatti un tesoro costituito da più di 14 mila lettere inviate da politici, scrittori, cineasti e letterati negli Anni 70 e 80 a Leonardo Sciascia, quello che oggi sarebbe definito come un influencer.
Le lettere furono donate dalla famiglia dello scrittore alla Fondazione, da lui voluta con un unico obiettivo, come si legge nello statuto: “Consentire, agevolare e promuovere la consultazione e lo studio delle opere letterarie e dei documenti che saranno donati dagli eredi di Sciascia e che saranno catalogati e ordinati, secondo i criteri contenuti nella lettera”. Ma il punto debole è proprio il loro inventario: a più di 25 anni dall’inizio della numerazione e della disposizione secondo l’ordine alfabetico degli scritti, il lavoro è fermo alla lettera “C”, come spiega la bibliotecaria della Fondazione, Linda Graci, unica dipendente impegnata in questo lavoro, con un contratto di 15 ore settimanali: “Ad oggi abbiamo completato solo l’elenco dei nomi che ci serve a uso interno. Ma per quel che riguarda l’inventariazione abbiamo fatto solo le prime tre lettere dell’alfabeto. È un lavoro non facile” dice. E aggiunge: “Si fa carta per carta, apponendo un numero di inventario e di collocazione che ci consente di sapere in quale faldone si trova quella lettera. Poi vanno aggiunti: data, luogo, modalità di scrittura (a mano o a macchina) e le eventuali note a margine o allegati che rimandano ad altre missive”. Solo in casi eccezionali sono state rese pubbliche lettere “fuori archivio”, come accaduto con le corrispondenze tra Sciascia e gli ex presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi, in occasione della loro visita a Racalmuto.
Insomma, tutto è lentissimo e i soldi per pagare altri archivisti non ce ne sono. La struttura è, infatti, finanziata ogni anno dalla Regione Sicilia con 50 mila euro. Ma nel 2016 non hanno ricevuto nulla: gli uffici comunali di Racalmuto si sono dimenticati di presentare la domanda affrontando il 2016 con i soli fondi del 5×1000. Quest’anno, invece, il budget non è stato ancora stanziato.
Una buco nero che non ha colore politico: chiunque sieda negli ultimi due decenni sulla poltrona di primo cittadino (il sindaco diventa pro tempore presidente della Fondazione) non è ancora riuscito a far completare la catalogazione e, finalmente, la consultazione.
Del resto, proprio con lo scopo di divulgare le lettere e i documenti dello scrittore è nata la Fondazione che al punto 2 dello statuto recita: “Si devono diffondere la conoscenza del pensiero e dell’opera dello scrittore e promuovere attività di elevazione civile e culturale”.
Eppure nel caveau di Racalmuto ci potrebbero esserci spunti utili a fare una luce diversa su alcuni eventi misteriosi e controversi della storia italiana degli ultimi 40 anni. Come il caso di Enzo Tortora, le cui 27 lettere scritte dalla cella a Sciascia, riesumate solo pochi anni fa, avrebbero potuto avere anche un peso a un fatto passato alla storia come clamoroso errore giudiziario. Così come potrebbero portare nuovi spunti di riflessione sull’omicidio di Aldo Moro le 7 lettere scritte da Eleonora Chiavarelli, la moglie dello storico leader della Democrazia cristiana, nei giorni del rapimento. Missive che ispirarono Sciascia per la stesura del suo L’affaire Moro.
Altra lettera, altra storia. È quella di mafia che ha come protagonista Giuseppe Sirchia, un boss assassinato insieme alla moglie Giacoma Gambino nel 1978, del quale sono custoditi due scritti. Anche lui scriveva a Sciascia, ma la loro corrispondenza resta off limits. Addirittura di queste lettere si negava perfino l’esistenza fino a poco tempo fa, quando il nipote dello scrittore, Vito Catalano, smentiva che tra le 14 mila epistole di risposta ricevute da Sciascia ci fossero anche quelle di Sirchia. Eppure quelle lettere potrebbero fornire uno spaccato interessante, in un’uccisione che rappresenta un vero e proprio regolamento di conti che, rara occasione, ha coinvolto anche una donna, la moglie di Sirchia.
E in un filo rosso che passa dalla mafia alla politica, dalla letteratura all’arte e al cinema, ci sono anche lettere di Giulio Andreotti (tre), di Bettino Craxi e di Emma Bonino. Poi scritti di Enzo Biagi, Indro Montanelli, Pier Paolo Pasolini, Ernesto Galli della Loggia e Salvatore Quasimodo. E ancora: Vittorio De Sica, Gianfranco Rosi e Roberto Rossellini. Comunicazioni epistolari delle quali, tuttavia, ancora non si conosce ancora la datazione. Inoltre, oggi, chiunque volesse leggere quelle lettere non può, perché occorrono le autorizzazioni degli eredi degli scriventi.
Un potenziale che potrebbe portare nuova linfa a Racalmuto, ma che oggi rimane impolverato all’interno di un’ex centrale Enel che per volere dello scrittore è stata trasformata in un luogo denso di cultura, dove è possibile vedere la collezione di ritratti donati all’autore de Il giorno della civetta. La storia potrebbe essere il plot di un romanzo, ma il titolo sembra essere già stato scritto in passato da Sciascia: “A futura memoria”, se la memoria ha un futuro.