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 2017  aprile 27 Giovedì calendario

Jonathan Demme. Eclettismo e passione di un maestro del Cinema

NEW YORK Jonathan Demme ha perso la sua battaglia con una malattia che lo aveva aggredito tre anni fa, e che sembrava aver debellato. In questi ultimi mesi ha combattuto senza perdere mai il sorriso e la volontà di costruire nuovi progetti di genere diversissimo, perché Demme era innanzitutto questo: un eccellente regista eclettico, e soprattutto un uomo di grandi ideali. Era innamorato del cinema, ma ancor prima della vita, e sapeva che senza la passione per ogni momento dell’esistenza avrebbe rischiato di rimanere uno sterile cinéphile. Riteneva che la fusione perfetta tra cinema e vita si realizzasse nel cinema italiano: considerava La battaglia di Algeri uno dei più grandi film mai fatti, così come I pugni in tasca e Il conformista: «straordinarie opere d’arte» diceva, e raccontava di essere onorato di avere avuto un’amicizia profonda con Gillo Pontecorvo, e più recentemente con Bernardo Bertolucci. Conosceva meno Marco Bellocchio, ma sapeva citare a memoria brani del suo capolavoro, come anche di Buongiorno, Notte: «Pochi film hanno saputo raccontare meglio la mentalità distorta e demenziale dei terroristi, e l’orrore che si compie sempre nei confronti delle vittime». Parole durissime e significative, soprattutto dette da lui, che si professava di estrema sinistra e faceva dell’impegno civile una bandiera. L’amore per il cinema italiano lo aveva portato seguire anche film più recenti, che presentava nel cinema vicino alla sua casa di Nyack: è stata la sorte della Grande Bellezza di Sorrentino, Terraferma di Crialese e Per amor vostro di Gaudino, a proposito del quale dichiarava che l’interpretazione di Valeria Golino era al livello di Anna Magnani. È stato l’amore per la cultura italiana a portarlo a realizzare Enzo Avitabile Music Life, documentario sul musicista napoletano che definiva «un atto d’amore per un grande artista».
Demme apparteneva alla categoria di registi irresistibili quando parlano di cinema: come Scorsese era in grado di parlare per ore di un film che lo appassionava, sviscerandone ogni dettaglio e invitando l’interlocutore a catturarne l’anima. Questa caratteristica nasceva dalla scuola di Roger Corman, con il quale si era formato e dal quale aveva appreso a lavorare con budget ridotti, esprimendosi in maniera eclettica in diversi generi. E come Corman definiva se stesso innanzitutto un artigiano, ma basta vedere i suoi film per rendersi conto di come abbia raggiunto ripetutamente l’arte: pochi film hanno raccontato con analoga efficacia la tragedia dell’AIDS come Philadelphia, per il quale realizzò anche il video di Bruce Springsteen. Il film ha momenti in cui l’emozione è pura come nella scena in cui Tom Hanks morente fa ascoltare l’Andrea Chenier a Denzel Washington.
E pochi film hanno trasceso il genere come Il silenzio degli innocenti, con il quale trionfò agli Oscar anche come regista: i duetti tra i protagonisti riescono a raccontare l’anima dei personaggi e non c’è scena che non sia segnata da uno straordinario magistero registico. Uno dei suoi racconti preferiti era come si era “salvato” scegliendo Jodie Foster e Anthony Hopkins al posto di Michelle Pfeiffer e Sean Connery “troppo belli e carnali”.
Insieme ai due film più celebri, Demme ha realizzato commedie d’autore come il deliziosoUna volta ho incontrato un miliardario, Qualcosa di travolgente e Una vedova allegra... ma non troppo, terribile titolo italiano di “Married to the mob”. Ha poi spaziato nel cinema politico, come testimonia il remake diManchurian Candidate, e anche nell’adattamento di grandi libri come Beloved, dal romanzo di Toni Morrison: fino a pochi mesi fa ha lavorato all’adattamento di 11/ 22/ 63 di Stephen King. Ma forse è nella musica che ha dato il meglio della sua arte, come testimoniano anche Rachel sta per sposarsi e Stop making sense sui Talking Heads, un più bei film musicali mai realizzati. E non sono meno avvincenti i tre film dedicati a Neil Young e quello realizzato lo scorso anno su due concerti di Justin Timberlake. Specie negli ultimi anni ha diretto anche molti documentari, tra i quali svetta il potente The Agronomist, ambientato ad Haiti, isola che amava particolarmente: non c’era attività che non nascesse dall’intento sincero di fare qualcosa che rimanesse e non fosse solo un prodotto di consumo. Anche per questo una delle attività più importanti e meno conosciute è stata quello di mentore di registi della nuova generazione, a cominciare da Paul Thomas Anderson, che oggi lo piange, venerandolo come un padre artistico.