la Repubblica, 27 aprile 2017
Jack lo Squartatore
È passato più di un secolo da quelli che la stampa popolare dell’epoca chiamò i delitti di Whitechapel e il resto del mondo gli omicidi di Jack lo Squartatore. Il caso delle atroci morti di cinque prostitute a Londra, nell’autunno del 1888, non fu mai risolto, ma continua a essere circondato da un grande interesse, che alimenta dibattiti, polemiche, libri, ricerche, musei e iniziative commerciali. Ogni anno, si aggiungono nuovi nomi all’interminabile lista dei sospetti. Quei crimini, a differenza di molti altri, non sono mai stati dimenticati. A eccezione, forse, del presidente John Fitzgerald Kennedy, nessun omicidio è stato analizzato così minuziosamente, né ha suscitato tante teorie cospirative. Quello di Jack lo Squartatore rimane tuttora un caso aperto. Ogni anno si pubblicano dei libri che propongono nuove teorie sulla sua identità. Otto Penzler, autore di romanzi gialli e bibliofilo, ha riunito gran parte di queste informazioni in The Big Book of Jack the Ripper, recentemente pubblicato negli Usa. Le sue 800 pagine raccolgono non solo le teorie, i testi e gli articoli dell’epoca, ma anche insoliti racconti. Tra cui uno della scrittrice danese Karen Blixen, l’autrice de La mia Africa, firmato con lo pseudonimo Isak Dinesen.
Nella sua famosa graphic novel, From Hell, lo sceneggiatore Alan Moore attribuisce questa citazione a Jack lo Squartatore: «Un giorno, la gente guarderà al passato e si renderà conto che con me è nato il XX secolo». «A quel tempo», spiega Penzler, proprietario a New York della libreria The Mysterious Bookshop, «i quotidiani cercavano di attirare i lettori con titoli sensazionalistici. Anche il nome, Jack lo Squartatore, è straordinariamente evocativo: Jack l’assassino non sarebbe stato la stessa cosa». Esistono diversi percorsi turistici lungo le strade dove furono assassinate cinque prostitute. L’apertura di un museo privato dedicato ai delitti nell’East End di Londra, una zona che sta subendo un fenomeno di gentrificazione a tappe forzate, con raffinate caffetterie e appartamenti a prezzi stratosferici, è stata molto criticata negli ultimi mesi. Deborah Orr, editorialista del Guardian, ha definito il nuovo museo una «infamia». In un ambiente piuttosto kitsch, ricostruisce le strade e le stanze in cui si svolsero i delitti, con tanto di manichini. Molto più tecnologico un altro museo recentemente inaugurato, il City of London Police Museum, che dedica un settore agli omicidi di Whitechapel: i visitatori possono interagire con una versione digitale di una delle vittime, Catherine Eddowes, chiusa in una cella del commissariato di Bishopsgate. L’allestimento di questo museo, inaugurato a novembre, ci trasporta nel contesto drammatico e sordido che circonda questi omicidi. Attraverso questi delitti si può intravedere l’inimmaginabile miseria che si concentrava all’epoca nell’East End, la zona Est della città, dove andavano a vivere gli immigrati appena arrivati, soprattutto ebrei fuggiti dalle persecuzioni in Russia e nell’Europa orientale. Dickens fu il grande narratore di quella miseria. Pochi anni dopo gli omicidi, un giornalista americano descrisse la vita in quella zona della capitale in un libro intitolato Il popolo degli abissi. L’autore diventò poi uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, Jack London.
I delitti furono commessi in un raggio di un chilometro e mezzo. Oggi, l’area non ha più nulla a che vedere con quello che era allora. Pur essendo ancora abitata da molti immigrati – in particolare dal Bangladesh – i prezzi continuano a salire. I turisti si recano nel quartiere alla ricerca di ristoranti asiatici o di negozi di abbigliamento hipster. Ma ne percorrono anche le strade di notte, in visite organizzate per seguire le orme di Jack lo Squartatore. «Purtroppo, la morte orrenda di diverse donne nella Londra vittoriana ha oscurato la storia più interessante: quella della loro vita», spiega Sara Huws, cofondatrice dell’East End Women’s Museum. «Si è scritta molta letteratura su Jack lo Squartatore. L’immagine di un uomo con il mantello e la bombetta è un mito, ma le prostitute assassinate a Whitechapel sono reali. E tante volte sono state retrocesse al rango di caricature. Purtroppo, la misoginia è un affare redditizio». Non c’è consenso nemmeno sul numero di donne assassinate da Jack lo Squartatore. «Non essendo mai stato catturato, non possiamo sapere con certezza quante furono le donne uccise», scrivono gli autori del sito web casebook.org, fondato nel 1996, che raccoglie tutte le informazioni disponibili sul caso, fin nei minimi dettagli. La cifra generalmente accettata è quella di cinque, ma potrebbero essere tre o sette. Le cinque vittime canoniche furono Mary Ann Nichols, Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly.
Un’altra peculiarità di questo caso furono le lettere. La polizia e la stampa ricevettero centinaia di missive del presunto assassino. Di fatto, il suo nome viene dalla firma di una di esse, ricevuta l’1 ottobre 1888. Sono considera- te tutte false meno una, del 16 ottobre. Questo documento era accompagnato da un pacchetto con un pezzo di rene, uno degli organi estirpati a Catherine Eddowes. La lettera era intitolata Dall’inferno. Tuttavia, con i metodi della medicina legale di allora, era impossibile verificare se l’organo appartenesse davvero alla vittima.
I sospettati abituali vanno da un macellaio al chirurgo della regina al principe Alberto Edoardo, nipote della regina Vittoria. Quest’ultimo non si trovava a Londra quando furono commessi la maggior parte dei crimini, ma questo non ha impedito che il suo nome appaia spesso nella lista dei presunti colpevoli. I libri che assicurano di aver trovato la soluzione definitiva si contano a decine. Uno dei più noti fu scritto da Patricia Cornwell, Ritratto di un assassino, pubblicato nel 2002 e basato sulle prove del dna. La saliva con cui fu incollato il francobollo di una delle lettere, secondo l’autrice, indicherebbe il pittore Walter Sickert, che aveva 28 anni nel 1888. La Cornwell è tornata sull’argomento con un altro libro, pubblicato alla fine di febbraio, intitolato Ripper: The Secret Life of Walter Sickert. La stampa anglosassone ha accolto la nuova indagine con grande risalto e molto scetticismo.
«In ogni libro, in ogni articolo che leggo, trovo un quadro così coerente che mi convinco», dice Otto Penzler, «finché il successivo non fa a pezzi la teoria precedente. Attualmente mi convincono gli argomenti sostenuti da Stephen Hunter». Autore di romanzi d’azione e di thriller, critico cinematografico vincitore di un Pulitzer, Hunter scrisse nel 2015 un bestseller intitolato I, Ripper, un falso diario dell’assassino che si alterna con i ricordi di un giornalista che si occupò dei delitti. Il metodo di Hunter si basa, più o meno, sulla famosa frase di Sherlock Holmes: una volta scartato l’impossibile, quello che rimane, per quanto possa apparire assurdo, sarà la verità. La chiave, secondo questo autore, è nella capacità di fuggire. E indica Montague John Druitt (1857-1888), un avvocato di buona famiglia caduto in disgrazia. Aspetto e corporatura coincidono con le testimonianze, che lo indicano poco lontano da quattro dei cinque delitti. Il suo suicidio, con un tuffo nel Tamigi, coincide con la fine degli omicidi. È l’ultimo sospetto di una lista interminabile. Finché non sarà scalzato dal prossimo.