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 2017  aprile 27 Giovedì calendario

La sfida di Theresa dal granaio gallese. «Se io perdo ci sarà soltanto il caos»

BRIDGEND ( GALLES) «Questa è l’elezione più importante della mia vita», dice Theresa May alla folla venuta ad ascoltarla nel granaio di una fattoria, a metà strada tra Cardiff e Swansea. Il pallore che aveva suscitato voci allarmistiche, presunto sintomo di una stanchezza fisica provocata dal diabete, di cui soffre da anni, è scomparso. Merito del più attento make-up da campagna elettorale. O degli intensi allenamenti che ha cominciato a fare con un personal trainer. L’intento di presentare una nuova immagine, compresa l’inedita pettinatura a caschetto, è evidente: un progetto in corso da qualche settimana, indizio – secondo i bene informati – che la conversione a sciogliere anticipatamente il Parlamento, dopo avere escluso per mesi che l’avrebbe fatto, era programmata da tempo. Del resto, la prima volta che Theresa May disse di voler diventare primo ministro aveva 14 anni: l’ambizione non è mai mancata a questa figlia di un pastore anglicano cresciuta modestamente in provincia. Così come l’abitudine a lavorare nell’ombra, prima di fare la sua mossa.
«Ogni voto per i Tories mi rafforzerà nel negoziato con Bruxelles e sarà un voto per un Regno Unito più stabile», afferma davanti all’uditorio raccolto nel fienile di Bridgend. «Ogni voto per gli altri partiti sarà un voto per una coalizione del caos guidata da un debole Jeremy Corbyn», soggiunge con voluto sarcasmo all’indirizzo del leader laburista, staccato di 20 punti percentuali nei sondaggi. Il capannone è affollato: stretta nella morsa della gente, la leader conservatrice appare lievemente a disagio. Non è un politico istintivo, alla Blair; e nemmeno brava a recitare la parte come Cameron, il quale dalla sua aveva l’aspetto giovanile e l’esuberanza del predestinato. L’apparente nervosismo amplifica un tic, o un disturbo: scuote incessantemente la testa, su e giù, in segno di assenso. E i suoi sorrisi, per un riflesso automatico, terminano in un ghigno, una specie di smorfia. Eppure i cittadini venuti ad ascoltarla, sebbene sicuramente selezionati dal partito, sembrano sinceri quando si spellano le mani ad applaudirla. Qualcosa, in questa donna alta, magra, austera, li seduce. «Non date la vittoria per scontata», conclude la sua breve orazione. «I sondaggi possono sbagliare. La Brexit è un’opportunità per cambiare in meglio, di costruire un Paese che funziona per tutti e non solo per i privilegiati. Con il vostro voto, diventeremo la nazione più sicura e prospera d’Europa». Poi visita le case dei dintorni, l’immancabile porta a porta: una rapida stretta di mano, scarne battute, senza guardare negli occhi gli interlocutori. Ascolta le loro domande, ricompare il tic: sì, sì, sì, scuote la testa. Ciononostante, quando se ne va, per lei hanno soltanto commenti positivi: «Una persona seria, per bene, di cui fidarsi».
Sarà l’elezione più importante per la Gran Bretagna, intende la premier nel discorso imparato a memoria e ripetuto a ogni tappa, perché si svolge sullo sfondo della Brexit; ma certamente è la più importante per lei. Nel luglio scorso diventò primo ministro grazie alle dimissioni di David Cameron, travolto dalla sconfitta nel referendum. Da allora, l’ex-ministra degli Interni schierata un po’ freddamente per “Remain” (rimanere nella Ue) si è trasformata nella paladina della Brexit a ogni costo. A sorpresa, subito dopo Pasqua, ha indetto elezioni anticipate per l’8 giugno, in cerca di legittimazione popolare. Per fare una Brexit hard o soft, si vedrà.
I giornalisti al seguito sono tenuti a distanza. C’è il tempo appena per un paio di domande. Nel referendum era schierata per restare nella Ue, perché è diventata un’ardente brexitiana? «Perché così ha deciso democraticamente il popolo, ora voglio il patto migliore possibile con i nostri vicini europei e in ogni caso, a dispetto delle previsioni, la vittoria della Brexit non ha fatto cadere il cielo». Gira voce che sarete costretti ad aumentare le tasse? «I Tories sono il partito che le abbassa, è il Labour che le aumenterebbe». Dribbla un isolato manifestante laburista, che agita un cartello con su scritto «Perché ha paura di fare un dibattito in tivù con Corbyn?», e via, portaborse e guardie del corpo la scortano al comizio successivo sulla Jaguar ministeriale. Se nel 1979 l’arrivo della cinquantenne Margaret Thatcher a Downing Street fu una rivoluzione, Theresa May (che ha dieci anni di più) evoca piuttosto una restaurazione: la solida vecchia Inghilterra. Come nel celebre aforisma del suo predecessore John Major: «La Gran Bretagna sarà sempre il paese della birra tiepida, dei sobborghi verdi e delle anziane signore che pedalano verso la messa nella nebbia mattutina». C’è qualcosa di nuovo, nella figlia del pastore anglicano diventata primo ministro, anzi d’antico. Sta in questo il suo fascino.