la Repubblica, 27 aprile 2017
Cassintegrati da 10 mila euro al mese. Quel che rimane della casta dei piloti
MILANO Un aiutino – anzi un aiutone – su cassa integrazione e pensioni. Pochi privilegi (specie rispetto ai bei tempi andati) per chi ha ancora un lavoro. La mitologica casta dei piloti e dei dipendenti Alitalia è ormai, in buona parte, un ricordo del passato. Qualche trattamento di riguardo, intendiamoci, resiste ancora: ci sono 150 cassintegrati d’oro che percepiscono per sette anni – contro i due dei comuni mortali – un assegno mensile tra i 10 e i 20mila euro (dati 2014, ultimi disponibili). Dieci volte più dei 1.164 euro di tetto per i lavoratori in cigs di aziende tradizionali. E a Malta e Cipro vivono, in teoria, cento pensionati “offshore” cui l’Inps versa tramite il Fondo volo assegni previdenziali esentasse o quasi da 8mila euro al mese.
Gli anni delle vacche grasse però – quelli in cui gli autisti andavano a prendere i piloti a domicilio, i riposi giornalieri duravano 33 ore e i manager avevano persino “Topolino” nella mazzetta dei giornali – sono finiti da qualche lustro.
La privatizzazione e un decennio passato a tagliare i costi per inseguire (senza successo) il miraggio dell’utile hanno eliminato quasi tutto il grasso. Il costo medio al km per passeggero di Alitalia è oggi di 6,5 centesimi. Quasi il doppio di Ryanair (3,4), d’accordo, ma meno di Lufthansa (8,3, prima dell’ultimo aumento dell’11% garantito ai piloti) e Air France (10,5). Un primo ufficiale dell’aerolinea tricolore prende 6.600 euro al mese. Più dei 4.200 lordi al mese dei colleghi alla cloche della compagnia irlandese. Ma meno di uno di Easyjet. Il costo medio per dipendente è di poco più di 60mila euro, il 30% meno di Af-Klm e 5mila in meno della British.
Le ultime sacche di privilegio sono ridotte quasi all’osso. E confinate per lo più ai faraonici ammortizzatori garantiti in passato dallo Stato alla compagnia in cambio della pax sociale.
Oneri finanziati in buona parte con quella sovrattassa sui biglietti da 3 euro che garantisce al trasporto aereo nazionale (non solo ad Alitalia) un tesoretto annuo di 230 milioni, più dei fondi stanziati per la lotta alla povertà. Cramer Ball – per dire – l’ad australiano con fama di implacabile tagliatore di costi, ha combattuto negli ultimi due anni solo una crociata anti-casta: quella contro la distribuzione di biglietti gratuiti al 100% ai dipendenti-pendolari costretti a viaggiare dalla loro residenza per raggiungere la base di lavoro (anche se per contratto dovrebbero abitare nel raggio di 50 km). Alitalia voleva obbligarli a pagare almeno le tasse aeroportuali, costo qualche milioncino l’anno. Ma non se n’è fatto niente.
I veri privilegi dei lavoratori Alitalia, un paracadute aperto pure per i colleghi delle altre compagnie, sono quelli che scattano se il posto traballa o se scatta l’ora della pensione. Le normative d’emergenza studiate per le ristrutturazioni dell’ex compagnia di bandiera garantiscono cassa integrazione per sette anni – quasi il triplo del normale – all’80% dello stipendio a piloti, hostess e lavoratori di terra. Nel 2012 ne beneficiavano ben 17mila persone, nel 2014 si era scesi a 9.905, con oltre 500 che percepivano più di 5mila euro al mese. Tanti, ma evidentemente non abbastanza, se è vero che la Gdf ha aperto nel 2015 un’inchiesta su 36 piloti cassintegrati che arrotondavano l’assegno statale lavorando con una compagnia straniera.
D’oro – specie rispetto al resto degli italiani – sono pure le pensioni che viaggiano a una media di 45mila euro l’anno per il personale viaggiante. Sono più flessibili (con 5 anni di sconto sull’anzianità, segnala il sito dell’Inps) e con criteri di calcolo vantaggiosi: l’istituto guidato da Tito Boeri ha stabilito che se si applicasse il metodo contributivo previsto dalla Legge Fornero alle erogazioni garantite ai lavoratori del trasporto aereo, l’80% dei loro assegni mensili sarebbe tagliato del 20%.
I conti, infatti, faticano a tornare: dal 2006 i risultati del Fondo Volo sono in negativo e dal 2011 è in rosso anche il patrimonio. Nel 2043, è l’allarme dell’Inps, il buco supererà i 6 miliardi di euro. Il rischio è che a tapparlo, visti i precedenti, siano un’altra volta i contribuenti.